ASSEGNO DI DIVORZIO? ANCHE IL MARITO PUÒ CHIEDERLO.

Con la sentenza n. 275/2017 la Corte di Cassazione torna a pronunciarsi in materia di assegno di divorzio.

Nel caso sottoposto all’attenzione della Suprema Corte di Cassazione, un uomo vedeva respinta la propria domanda volta ad ottenere l’assegno dalla ex moglie in ragione della breve durata del matrimonio.

Ed infatti, dopo poco più di due anni dalla celebrazione del matrimonio i coniugi si erano separati.

Tale circostanza, rilevante ai fini della quantificazione dell’assegno, non attiene – a parere della Suprema Corte – al diritto dell’uomo ad ottenere l’assegno dalla ex moglie.

“Presupposto per il riconoscimento dell’assegno di divorzio” – ricordano i giudici di Piazza Cavour – “è che il richiedente non abbia redditi adeguati e non sia in grado di procurarseli per ragioni oggettive”.

Pertanto, contrariamente a quanto avvenuto nel caso di specie, il giudice del merito avrebbe dovuto prima accertare l’adeguatezza o meno del reddito del coniuge richiedente e solo successivamente – ed al fine di quantificare l’importo dell’assegno – applicare il criterio della durata del matrimonio.

La sentenza della Corte di Appello di Roma è stata pertanto cassata con rinvio.

Avv. Ermelinda Strollo

POSSO AVERE UNO SCONTO SULLA TASSA DEI RIFIUTI?

In generale le tasse si pagano a prescindere dalla qualità dei servizi erogati dallo Stato, ma per l’imposta sui rifiuti ovvero la Tari si può ottenere uno sconto dell’80% tutte le volte in cui il servizio di raccolta della spazzatura non viene curato adeguatamente o viene del tutto sospeso.

A indicare come ottenere una riduzione sulla Tari è una recente sentenza della Commissione Tributaria Provinciale di Vibo Valentia (sent. n. 931/2016).

La pronuncia in realtà  non fa altro che applicare alla lettera la stessa legge. (art. 1 co. 656 L.147/2013) – (art. 37 reg. I.u.c.)

Infatti, è dalla legge che discende questo legittimo diritto del contribuente, spesso sottaciuto dalle amministrazioni se non del tutto negato.

Se, tuttavia, nonostante la richiesta il Comune dovesse negare la riduzione sulla Tari, si può  ricorrere al giudice e farselo riconoscere da quest’ultimo.

Vediamo innanzitutto come e quando si può richiedere uno sconto sulla tassa sui rifiuti.

Facciamo un esempio: riceviamo dal Comune una cartella di pagamento della Tari, la tassa sui rifiuti, che deve pagare chiunque possieda o utilizzi spazi che producono rifiuti urbani.

Ipotizziamo che noi siamo piuttosto irritati nei confronti della gestione rifiuti del nostro quartiere, perché davanti al portone del nostro condominio ci sono cassonetti sempre pieni, che vengono svuotati con grande ritardo.

A causa di ciò, gli abitanti della  zona sono costretti a lasciare  i sacchetti dell’immondizia ai lati della strada. Ne consegue che gli animali randagi aprono i sacchetti lasciati per strada, la spazzatura invade la via, si crea un ambiente sporco maleodorante dove non è difficile vedere qualche topo aggirarsi.

Esasperati da tale situazione ci rechiamo in Comune per chiedere una riduzione dell’imposta sui rifiuti ma riceviamo un netto rifiuto.

L’impiegato ci dice che le tasse vanno pagate a prescindere!

Dunque che fare? Chi ha ragione, l’impiegato che sostiene che non possiamo ottenere la riduzione dell’imposta, nonostante il servizio non sia stato svolto adeguatamente, o noi che  rivendichiamo il nostro diritto?

Secondo la sentenza emessa dalla Commissione Tributaria di Vibo Valentia, se il servizio di raccolta della spazzatura non funziona e in città i sacchetti non vengono ritirati con disagi per tutti i cittadini, è possibile ottenere una riduzione dell’80% sulla Tari dovuta.

Quindi dobbiamo pagare solo il 20% dell’imposta.

Per ottenere lo  sconto sulla tassa sui rifiuti,  dobbiamo però documentare l’effettivo blocco della gestione del servizio rifiuti e quindi fotografare lo stato dei luoghi, farci rilasciare un’attestazione dall’Asl sul degrado igienico sanitario dell’area.

Come anticipato in premessa la sentenza non è altro che una perfetta applicazione della legge. (art. 1 co. 656 L.147/2013) – (art. 37 reg. I.u.c.)

La quale legge infatti stabilisce che : “La Tari è dovuta nella misura  massima del 20 per cento della tariffa, in caso di mancato svolgimento del servizio di gestione rifiuti, ovvero di effettuazione dello stesso in grave violazione della disciplina di riferimento, nonché di interruzione del servizio per motivi sindacali o per imprevedibili impedimenti organizzativi che abbiano determinato una situazione riconosciuta dall’autorità sanitaria di danno o pericolo di danno alle  persone o all’ambiente”.

È possibile inoltre ottenere, sempre in virtù della stessa legge n. 147/13, una riduzione dell’imposta sui rifiuti quando il cassonetto della spazzatura è lontano  dall’immobile del contribuente.

In questo caso è possibile ottenere uno sconto del 40% sul totale dovuto.

Per completare vediamo anche i casi in cui non si deve pagare l’imposta sui rifiuti:

  • locali o spazi che risultano inadoperabili e dunque incapacidi produrre rifiuti;

  • locali in cui non si possono produrre rifiuti autonomamente come balconi, terrazze, cantine;

  • locali in cui non risulta possibile produrre rifiuti per via di condizione peculiari.

Per ottenere lo sconto sulla Tari è necessario presentare la domanda al proprio Comune di residenza.

Di solito i Comuni dispongono di moduli ma si può presentare la richiesta anche in carta libera, inviata con raccomandata A.R., con posta elettronica certificata o a mani all’ufficio protocollo.

Bisogna motivare adeguatamente la richiesta, e non ci sono termini massimi per la presentazione.

Avv. Tiziana Strazzullo

POSSO AVERE UNO SCONTO SULLA TASSA DEI RIFIUTI?

In generale le tasse si pagano a prescindere dalla qualità dei servizi erogati dallo Stato, ma per l’imposta sui rifiuti ovvero la Tari si può ottenere uno sconto dell’80% tutte le volte in cui il servizio di raccolta della spazzatura non viene curato adeguatamente o viene del tutto sospeso.

A indicare come ottenere una riduzione sulla Tari è una recente sentenza della Commissione Tributaria Provinciale di Vibo Valentia (sent. n. 931/2016).

La pronuncia in realtà  non fa altro che applicare alla lettera la stessa legge. (art. 1 co. 656 L.147/2013) – (art. 37 reg. I.u.c.)

Infatti, è dalla legge che discende questo legittimo diritto del contribuente, spesso sottaciuto dalle amministrazioni se non del tutto negato.

Se, tuttavia, nonostante la richiesta il Comune dovesse negare la riduzione sulla Tari, si può  ricorrere al giudice e farselo riconoscere da quest’ultimo.

Vediamo innanzitutto come e quando si può richiedere uno sconto sulla tassa sui rifiuti.

Facciamo un esempio: riceviamo dal Comune una cartella di pagamento della Tari, la tassa sui rifiuti, che deve pagare chiunque possieda o utilizzi spazi che producono rifiuti urbani.

Ipotizziamo che noi siamo piuttosto irritati nei confronti della gestione rifiuti del nostro quartiere, perché davanti al portone del nostro condominio ci sono cassonetti sempre pieni, che vengono svuotati con grande ritardo.

A causa di ciò, gli abitanti della  zona sono costretti a lasciare  i sacchetti dell’immondizia ai lati della strada. Ne consegue che gli animali randagi aprono i sacchetti lasciati per strada, la spazzatura invade la via, si crea un ambiente sporco maleodorante dove non è difficile vedere qualche topo aggirarsi.

Esasperati da tale situazione ci rechiamo in Comune per chiedere una riduzione dell’imposta sui rifiuti ma riceviamo un netto rifiuto.

L’impiegato ci dice che le tasse vanno pagate a prescindere!

Dunque che fare? Chi ha ragione, l’impiegato che sostiene che non possiamo ottenere la riduzione dell’imposta, nonostante il servizio non sia stato svolto adeguatamente, o noi che  rivendichiamo il nostro diritto?

Secondo la sentenza emessa dalla Commissione Tributaria di Vibo Valentia, se il servizio di raccolta della spazzatura non funziona e in città i sacchetti non vengono ritirati con disagi per tutti i cittadini, è possibile ottenere una riduzione dell’80% sulla Tari dovuta.

Quindi dobbiamo pagare solo il 20% dell’imposta.

Per ottenere lo  sconto sulla tassa sui rifiuti,  dobbiamo però documentare l’effettivo blocco della gestione del servizio rifiuti e quindi fotografare lo stato dei luoghi, farci rilasciare un’attestazione dall’Asl sul degrado igienico sanitario dell’area.

Come anticipato in premessa la sentenza non è altro che una perfetta applicazione della legge. (art. 1 co. 656 L.147/2013) – (art. 37 reg. I.u.c.)

La quale legge infatti stabilisce che : “La Tari è dovuta nella misura  massima del 20 per cento della tariffa, in caso di mancato svolgimento del servizio di gestione rifiuti, ovvero di effettuazione dello stesso in grave violazione della disciplina di riferimento, nonché di interruzione del servizio per motivi sindacali o per imprevedibili impedimenti organizzativi che abbiano determinato una situazione riconosciuta dall’autorità sanitaria di danno o pericolo di danno alle  persone o all’ambiente”.

È possibile inoltre ottenere, sempre in virtù della stessa legge n. 147/13, una riduzione dell’imposta sui rifiuti quando il cassonetto della spazzatura è lontano  dall’immobile del contribuente.

In questo caso è possibile ottenere uno sconto del 40% sul totale dovuto.

Per completare vediamo anche i casi in cui non si deve pagare l’imposta sui rifiuti:

  • locali o spazi che risultano inadoperabili e dunque incapacidi produrre rifiuti;

  • locali in cui non si possono produrre rifiuti autonomamente come balconi, terrazze, cantine;

  • locali in cui non risulta possibile produrre rifiuti per via di condizione peculiari.

Per ottenere lo sconto sulla Tari è necessario presentare la domanda al proprio Comune di residenza.

Di solito i Comuni dispongono di moduli ma si può presentare la richiesta anche in carta libera, inviata con raccomandata A.R., con posta elettronica certificata o a mani all’ufficio protocollo.

Bisogna motivare adeguatamente la richiesta, e non ci sono termini massimi per la presentazione.

Avv. Tiziana Strazzullo

Studio Legale Smeriglio

REATI CONTRO LA PERSONA O IN DANNO DEI MINORI? LA VITTIMA HA DIRITTO, EX LEGE AL GRATUITO PATROCINIO.

La Corte di Cassazione, sez. penale, con sentenza n. 13497/17 depositata il 20 marzo si è pronunciata in materia di gratuito patrocinio.

Nel caso di specie, il GUP prima ed il Tribunale di Bolzano poi, rigettavano l’istanza di ammissione al gratuito patrocinio presentata dalla persona offesa per i reati di cui agli artt. 572, 582 e 612-bis c.p.

A parere dei giudici del merito, infatti, anche nell’ipotesi prevista dall’art. 76, comma 4-ter, DPR n. 115/2002 (Testo Unico Spese di Giustizia), sarebbe onere della parte allegare la dichiarazione sostitutiva di certificazione dei redditi prodotti dall’istante prevista dall’art. 46, comma 1, lettera o), DPR n. 445/2000), atteso l’art. 76 comma 4ter cit. “non prevede una ammissione ex lege al patrocinio della persona offesa dai reati di cui agli art. 572, 582 e 612-bis c.p., indipendentemente dal reddito dell’istante, ovvero che il giudice deve sempre ammettere la persona offesa al beneficio indipendentemente dal reddito”.

L’art. 76, comma 4-ter, T.U.S.G., dispone che: “La persona offesa dai reati di cui agli articoli 572, 583-bis, 609-bis, 609-quater, 609-octies e 612-bis, nonché, ove commessi in danno di minori, dai reati di cui agli articoli 600, 600-bis, 600-ter, 600-quinquies, 601, 602, 609-quínquies e 609-undecies del codice penale, può essere ammessa al patrocinio anche in deroga ai limiti di reddito previsti dal presente decreto”.

A parere della Corte di Cassazione, contrariamente a quanto ritenuto dai giudici del merito, la finalità della disposizione citata è quella di assicurare alle vittime di quei reati un accesso alla giustizia favorito dalla gratuità dell’assistenza legale.

Da tali premesse discende, a parere dei Giudici di Piazza Cavour, che “l’istanza di ammissione al patrocino a spese dello Stato proposta dalla persona offesa da uno dei reati elencati dalla norma necessita solo dei requisiti di cui alle lettere a) e b) del comma 1 dell’art. 79 T.U.S.G.”

Avv. Ermelinda Strollo

SE L’AUTOVELOX E’ NASCOSTO LA MULTA E’ VALIDA?

Per eccesso di velocità la multa è valida anche in caso di autovelox non visibile dalla strada.

Tuttavia, la postazione deve essere segnalata con cartello o dispositivi luminosi.

Dunque, l’automobilista frettoloso, non può sperare di farla franca solo perché l’autovelox è nascosto e deve pagare.

Ad affermarlo è Il Tribunale di Caltanisetta in una sentenza relativa ad una controversia per un verbale della Polizia municipale, per eccesso di velocità su strada urbana.

Il giudice di pace, aveva rigettato la richiesta di annullamento, nonostante il conducente avesse affermato la non visibilità dell’autovelox.

La stessa Cassazione, d’altra parte , aveva confermato la tesi della legittimità della multa pur in presenza  di un autovelox  nascosto, confermando che i Comuni non sono obbligati  ad apporre segnalazioni ritenendo sufficiente che, la presenza dello strumento sia indicata tramite segnaletica verticale nel  percorso che precede la postazione, indicando solo la presenza dell’autovelox sul tratto di strada seguente, ma non l’esatta posizione.

IL codice della strada dispone che le postazioni di rilevamento velocità devono essere preventivamente segnalate e ben visibili, tramite cartelli o dispositivi di segnalazioni luminosi.

Tali requisiti della segnalazione di visibilità, devono riferirsi non alla postazione dell’autovelox in sé, intesa in senso fisico come l’insieme di personale e mezzi preposti al controllo del traffico, quanto, piuttosto, alla sua presenza nei pressi delle sede stradale. Quindi a dover essere visibile deve essere il cartello stradale e non la pattuglia.

Di conseguenza il verbale è valido se l’autovelox è adeguatamente segnalato e non rileva l’ulteriore visibilità della postazione di controllo in sé  che potrebbe essere nascosta da particolari condizioni ambientali, quali ad esempio la vegetazione, o meteorologiche come la nebbia.

Ma quanto deve essere distante  l’autovelox dal cartello?

Non esiste una distanza minima tra i segnali stradali e l’autovelox.

La legge dispone che tali segnali debbano essere installati con adeguato anticipo rispetto al luogo in cui viene effettuato il rilevamento della velocità e in modo da garantirne il tempestivo avvistamento.

Secondo  quanto sostenuto in una circolare  del Ministero degli Interni, la distanza minima tra la segnaletica e l’autovelox deve essere pari almeno a 400 metri.

Sempre il Ministero degli Interni, in un’altra direttiva del 2009,  afferma che le postazioni fisse devono essere rese visibili con un’opportuna colorazione o col segnale che indica il corpo di polizia, mentre  per quelle mobili deve essere presente un veicolo di servizio coi colori istituzionali.

La Cassazione, tirando le fila del discorso, stabilisce che la multa va pagata, in quanto legittima anche se l’autovelox è nascosto.

Se ne può contestare la validità solo quando sussistano difetti di costruzione dell’apparecchio, quando questo sia stato mal installato o quando risulti mal funzionante.

Anche una scorretta taratura dell’autovelox può portare all’annullamento di un’eventuale multa.

Avv. Tiziana Strazzullo

FONDO DI SOLIDARIETÀ A TUTELA DEL CONIUGE IN STATO DI BISOGNO. ECCO COME ACCEDERVI

Infatti, il Ministero della Giustizia con decreto del 15.12.2016, pubblicato il 14.01.2017, ha dato attuazione ad una norma della legge di stabilità 2016 che ha istituito – in via sperimentale per gli  anni 2016 e 2017 – il Fondo di solidarietà che consente al coniuge in stato di bisogno che non è in grado di provvedere al mantenimento proprio e figli conviventi di ottenere un importo non superiore a quello dell’assegno dovuto e non percepito.

Può accedere al Fondo il coniuge separato, titolare del diritto all’assegno di mantenimento:

  • Convivente con figli minori o figli maggiorenni portatori di handicap grave;

  • Che non abbia ricevuto l’assegno periodico a titolo di mantenimento per inadempienza del coniuge che vi era tenuto;

  • La cui posizione reddituale e patrimoniale (risultante dall’ISEE) sia inferiore o uguale a euro 3.000,00;

  • Che abbia infruttuosamente esperito le procedure di recupero del credito nei confronti del coniuge inadempiente.

Per accedere al Fondo è necessario compilare apposita istanza, in conformità al modulo (FORM) disponibile in un’area dedicata del sito internet del Ministero della Giustizia (www.giustizia.it).

L’istanza – da depositare nella cancelleria del Tribunale del Capoluogo del distretto sede della Corte di Appello in cui risiede il richiedente  (ad esempio, per i residenti nel distretto della Corte di Appello di Salerno sarà competente il Tribunale di Salerno) – deve contenere a pena di inammissibilità:

  1. Le generalità e i dati anagrafici del richiedente;

  2. Il codice fiscale;

  3. L’indicazione degli estremi del proprio conto corrente bancario o postale;

  4. L’indicazione della misura dell’inadempimento del coniuge tenuto a versare l’assegno di mantenimento, con la specificazione che lo stesso è maturato in epoca successiva all’entrata in vigore della legge;

  5. L’indicazione se il coniuge inadempiente percepisca redditi da lavoro dipendente e, nel caso affermativo, l’indicazione che il datore di lavoro si è reso inadempiente all’obbligo di versamento diretto a favore del richiedente a norma dell’art. 156, sesto comma, del codice civile;

  6. L’indicazione che il valore dell’indicatore ISEE o dell’ISEE corrente in corso di validità è inferiore o uguale a euro 3.000;

  7. L’indirizzo di posta elettronica ordinaria o certificata a cui l’interessato intende ricevere ogni comunicazione relativa all’istanza;

  8. La dichiarazione di versare in una condizione di occupazione, ovvero di disoccupazione ai sensi dell’art. 19 del decreto legislativo 14 settembre 2015, n. 150, senza la necessità della dichiarazione al portale nazionale delle politiche del lavoro di cui all’art. 13 del medesimo decreto; in caso di disoccupazione, la dichiarazione di non aver rifiutato offerte di lavoro negli ultimi due anni.

All’istanza, inoltre, deve essere allegata, sempre a pena di inammissibilità:

  1. Copia del documento di identità del richiedente;

  2. Copia autentica del verbale di pignoramento mobiliare negativo, ovvero copia della dichiarazione negativa del terzo pignorato relativamente alle procedure esecutive promosse nei confronti del coniuge inadempiente;

  3. Visura rilasciata dalla conservatoria dei registri immobiliari delle province di nascita e residenza del coniuge inadempiente da cui risulti l’impossidenza di beni immobili;

  4. L’originale del titolo che fonda il diritto all’assegno di mantenimento, ovvero di copia del titolo munita di formula esecutiva rilasciata a norma dell’art. 476, primo comma, del codice di procedura civile.

Entro trenta giorni dal deposito dell’istanza, il Presidente del Tribunale, o un giudice da lui delegato, provvede a trasmetterla al Dipartimento per gli affari di giustizia del Ministero della giustizia, con una propria valutazione circa l’ammissibilità o meno della stessa.

Il Dipartimento sulla base del provvedimento adottato dal presidente del tribunale, accoglie o rigetta l’istanza e in caso positivo provvede, alla scadenza di ogni trimestre, alla liquidazione dell’importo dovuto, nei limiti delle risorse finanziarie in dotazione al Fondo e secondo criteri di proporzionalità.

In ogni caso, all’avente diritto non può essere corrisposta, in relazione a ciascun rateo mensile dell’assegno di mantenimento, una somma eccedente la misura massima mensile dell’assegno sociale (che per il 2017 è pari a circa € 450,00).

Successivamente sarà il Ministero, surrogandosi al coniuge che ha beneficiato dell’erogazione, a recuperare nei confronti del coniuge inadempiente, anche in via esecutiva, gli importi corrisposti al beneficiario.

Si segnala, infine, che il procedimento è esente dal pagamento del Contributo Unificato.

Al di là dei dubbi interpretativi che la disciplina in commento può sollevare, desta non poche perplessità l’onere posto a carico del coniuge “in stato di bisogno” di allegare al ricorso una copiosa quantità di documenti che richiedono, inevitabilmente, un esborso economico: si pensi alla necessità di esperire, preventivamente, una procedura esecutiva, alla visura dei registri immobiliari ecc. ecc.

Il timore è che tutta questa burocrazia possa, ahimè, scoraggiare proprio le famiglie più bisognose.

Avv. Ermelinda Strollo

STATUS DI DISOCCUPATO ANCHE A CHI NON HA MAI LAVORATO

Per i disoccupati sono state previste, nel corso degli anni, varie indennità di disoccupazioni quali ad esempio l’ ASpl e Mini ASpl e come l’attuale NASpl, ossia la prestazione di assicurazione sociale per l’impiego che ha sostituito i vecchi sussidi.

La NASpl consiste in un ammortizzatore sociale che, entrato in vigore l’1 maggio 2015, spetta ai lavoratori dipendenti che la richiedono attraverso il sito Inps.

Per ottenerla sono previsti determinati requisiti e nello specifico occorre:

1)  aver ottenuto lo status di disoccupato presso il centro dell’impiego territorialmente competente;

2) aver maturato negli ultimi 4 anni almeno 13 settimane di contributi;

3) aver lavorato almeno 30 giorni negli ultimi 12 mesi;

4) aver subito una perdita involontaria del lavoro.

Tuttavia, la NASpl,  è riconosciuta anche al lavoratore che si dimetta per giusta causa o per risoluzione consensuale del rapporto di lavoro, ed ancora per durante il periodo di maternità.

È  obbligatorio però, per beneficiare del sussidio, che il lavoratore  partecipi ai corsi di formazione e alle iniziative lavorative proposte dal centro per l’impiego, e che si impegni concretamente nella ricerca di un nuovo lavoro.

Dal 1° gennaio 2017 la durata della NASpl  si sarebbe dovuta ridurre da 2 anni a 78 settimane , ma con il decreto attuativo del Jobs Act la NASpl anche nel 2017 avrà la durata di 24 mesi.

Dall’11 gennaio 2016, il cittadino che non ha ancora trovato lavoro al termine della  NASp potrà presentare richiesta per l’assegno sociale di disoccupazione, una ulteriore forma di sostegno economico erogato dall’Inps.

Avrà diritto a tale indennità  per altri 6 mesi  il lavoratore  che abbia una età pari o superiore ai 55 anni o chi abbia nel proprio nucleo familiare almeno un figlio minore a carico oppure chi abbia un’attestazione ISEE pari o sotto i 5.000 euro.

Convive con un altro? Niente più assegno di mantenimento!

La donna, che percepisce da parte dell’ex marito il mantenimento e che inizia una stabile e duratura convivenza con un altro uomo, perde il diritto all’assegno mensile.

Difatti  la nascita di una nuova famiglia, anche se di fatto, implica l’assunzione di tutte  le relative responsabilità come quella del reciproco mantenimento.

Tali responsabilità pertanto, non possono gravare sull’ex coniuge con il quale di conseguenza, si interrompe ogni legame, anche di tipo economico.

Nell’ipotesi diversa ovvero se l’ex moglie si trasferisce presso un amico che però  non è il nuovo compagno cosa succede?

Ebbene, secondo una recentissima sentenza della Suprema Corte, la semplice coabitazione con un uomo da parte dell’ex moglie fa perdere a quest’ultima il diritto all’assegno anche se lei dichiara che si tratta di una affettuosa amicizia e non di convivenza vera e propria .

La Cassazione ha più volte sottolineato che, tanto l’assegno di  mantenimento (dovuto dopo la separazione) quanto l’assegno divorzile (dovuto dopo il divorzio), cessino nel momento in cui nasce una nuova famiglia anche se di “fatto”.

La nuova famiglia di fatto  che sia basata su una convivenza stabile e duratura, ovvero basata su reciproci obblighi di solidarietà e assistenza, fa venir meno definitivamente il diritto all’assegno di mantenimento.

In buona sostanza chi va a convivere con un’altra persona perde il diritto al mantenimento anche se poi questa relazione cessa.

La perdita del diritto al mantenimento per la moglie non riguarda invece  quello per i figli che rimane stabile fino alla loro indipendenza economica.

La convivenza occasionale e temporanea, invece, non incide sull’assegno di mantenimento.

Per poter dire addio al diritto al mantenimento occorre dunque, che, i conviventi progettino un modello di vita in comune, analogo a quello che caratterizza la famiglia fondata sul matrimonio, e dunque, occorre, un arricchimento e un potenziamento reciproco della personalità dei conviventi, una condivisione e trasmissione di valori comuni.

Dimostrare che si tratti di una stabile e duratura convivenza non è compito facile.

Di certo, indice di ciò potrà essere il tempo, la partecipazione alle spese di casa o il cambio della residenza anagrafica.

La situazione diventa più complicata, allorquando l’ex marito, che voglia interrompere il versamento dell’assegno di mantenimento, dovesse dimostrare non solo che tra l’ex moglie ed il nuovo compagno vi sia un rapporto di convivenza, ma anche una relazione amorosa.

Proprio per sollevare l’ex coniuge da un così arduo compito, la Cassazione ha statuito che, si perde il diritto al mantenimento anche quando la convivenza, stabile e duratura , sia presso un semplice amico.

Pertanto, secondo la sentenza in commento, il trasferimento a casa di un altro uomo fa perdere alla moglie separata il  diritto all’assegno, anche se manca la prova di una convivenza di fatto e anche se si tratta solo di una “affettuosa amicizia”.

Al marito, dunque, non può essere addossato l’onere di dimostrare il grado di intimità che c’è tra la ex moglie ed il nuovo compagno.

La recentissima decisione della Suprema Corte è estremamente importante perché riforma il precedente orientamento di segno opposto.

Difatti, la Cassazione aveva sempre sostenuto,  che per poter parlare di perdita del diritto al mantenimento non bastava la sola convivenza di fatto , ma bisognava dimostrate  che la nuova famiglia era portatrice di valori di solidarietà  e di sviluppo.

 In pratica l ‘ex marito doveva dimostrare  non solo che vi era nuova convivenza ma che la stessa era basata sulla stabilità tipica della famiglia.

Avv. p Tiziana Strazzullo

Assistente familiare per disabili? La paga l’Inps!

“PROGETTO HOME CARE PREMIUM”: L’INSP RICONOSCE FINO AD UN MASSIMO DI € 1.050,00 PER  ASSUMERE UN ASSISTENTE FAMILIARE PER DISABILI.

Il 28 febbraio 2017 è stato pubblicato il Bando Pubblico “Progetto Home Care Premium Assistenza Domiciliare” che prevede un contributo mensile, per un massimo di € 1.050,00, a titolo di rimborso per la retribuzione lorda corrisposta per il rapporto di lavoro con l’assistente familiare/badante.

TITOLARI BENEFICIARI: Il bonus è destinato ai dipendenti e pensionati della pubblica amministrazione, ai loro coniugi, parenti e affini di primo grado affetti da disabilità (classificata dalla tabella di cui all’art. 3 del bando in media, grave e gravissima).

PRESTAZIONE PREVALENTE E PRESTAZIONI INTEGRATIVE: Il contributo erogato, il cui importo è parametrato al grado di disabilità ed al valore dell’Isee (come da tabella di cui all’art. 9 del bando), sarà decurtato del valore corrispondente ad eventuali indennità, di cui il beneficiario ha diritto nel mese di riferimento per il calcolo della prestazione stessa (ad esempio, indennità di frequenza, indennità di accompagnamento ecc.).

Oltre alla prestazione prevalente di cui sopra, l’ente potrà erogare in favore del disabile delle prestazioni integrative quali, ad esempio, servizi professionali domiciliari, prestazioni di sollievo, supporti ed ausili ecc.

TERMINI PRESENTAZIONE DOMANDA: A partire dal 1 marzo 2017 e fino alle ore 12:00 del 30 marzo 2017 sarà possibile presentare solo in via telematica (a pena di improcedibilità) la relativa domanda corredata dalla dichiarazione sostitutiva unica per la determinazione dell’Isee.

L’inps pubblicherà entro il 20 aprile 2017 la graduatoria dei beneficiari.

Dopo la pubblicazione della graduatoria, a decorrere dal 27 aprile 2017 ore 12.00, sarà possibile presentare nuove domande, sia per coloro che non hanno già presentato domanda entro il 30 marzo 2017 sia, solo in caso di aggravamento, per gli idonei che hanno già presentato domanda entro i predetti termini.

DURATA PRESTAZIONE E CONDIZIONE ALLA SUA EROGAZIONE: L’erogazione dei servizi partirà il primo luglio e fino al 31/12/2018 ed è subordinata alla regolare assunzione della badante e all’acquisizione nello spazio dedicato della procedura Home Care Premium di tutti i dati relativi al rapporto di lavoro.

MODALITÀ PER LA PRESENTAZIONE DELLA DOMANDA: Occorre innanzi tutto essere iscritti alla banca dati dell’INPS. L’Inps è già in possesso di tutti i dati relativi agli iscritti alla gestione unitaria delle prestazioni creditizie e sociali e ai pensionati utenti della gestione dipendenti pubblici (titolari del diritto). Di contro, altri “soggetti richiedenti” ovvero “beneficiari” che non hanno di per sé rapporti diretti con le suddette gestioni, dovranno preventivamente presentare la richiesta d’iscrizione in banca dati.

La domanda di iscrizione in banca dati (disponibile nella sezione modulistica del sito internet  dell’istituto) va presentata alla Sede provinciale competente a mezzo pec o fax o raccomandata a/r o direttamente allo sportello.

È richiesto poi il possesso di un “pin dispositivo” che può essere richiesto On line, tramite il contact center, presso gli sportelli delle Sedi INPS.

Una volta ottenuta l’iscrizione in banca dati ed il pin dispositivo sarà possibile presentare la domanda accedendo dalla home page del sito istituzionale www.inps.it seguendo il percorso: Servizi on line > Servizi per il cittadino > Servizi Gestione dipendenti pubblici (ex Inpdap) per Lavoratori e Pensionati > “Gestione dipendenti pubblici: domanda Assistenza Domiciliare (Progetto Home CarePremium)”.

Avv. Linda Strollo