Sono disoccupata: mi spetta la maternità?

Purtroppo hai perso il lavoro, ma hai un bimbo in arrivo. Ti chiedi quindi se puoi beneficiare lo stesso del periodo di congedo obbligatorio

Facile dire maternità quando si ha un lavoro dipendente. Almeno in teoria. Ma che ne è invece di tutte quelle neomamme o future mamme che si trovano in stato di disoccupazione? Magari hanno perso il lavoro, cominciato a percepire la Naspi e poi scoperto di essere incinte. Oppure hanno scoperto di esserlo e hanno deciso di lasciare il lavoro, per dedicarsi di più alla delicata fase di crescita del bambino, viste anche le difficoltà di farsi concedere il part time. Le situazioni in cui ci si può trovare – parlando di disoccupazione e maternità – sono diverse. Tutte però devono comunque scontrarsi con esigenze economiche impellenti, perché si sa, tra pannolini e altre spese, il conto in banca fa presto a svuotarsi quando si diventa genitori. Ecco perché, se si trovi in una situazione simile probabilmente ti starai ponendo un mare di domande, tra cui: sono disoccupata, mi spetta la maternità? Cerchiamo di fornirti qualche risposta.

Cos’è il congedo di maternità?

Se sei una lavoratrice e hai appena saputo di essere incinta o stai programmando una gravidanza, sappi che per legge [1] ti sarà garantito il congedo di maternità: un periodo obbligatorio di assenza da lavoro, che spetta di diritto a tutte le lavoratrici in gravidanza e nel puerperio.

In pratica saluterai i tuoi colleghi e lascerai il lavoro per alcuni mesi, iniziando a percepire un’indennità di maternità in sostituzione dello stipendio.

Ma quanto dura questo periodo giustificato, obbligatorio e pagato di astensione da lavoro? Ecco la risposta:

  • inizia 2 mesi prima della presunta data del parto;
  • perdura per i 3 mesi successivi al parto (puerperio), quindi i primi 3 mesi di vita del bambino;
  • Tutto questo salvo casi di flessibilità per gravidanze a rischio o lavori gravosi con mansioni incompatibili.

A questo periodo totale di 5 mesi se ne può aggiungere un altro, chiamato maternità facoltativa. Attenzione però, perché mentre la maternità obbligatoria (i 5 mesi) ti frutteranno un’indennità pari  all’80 per cento della tua retribuzione, se chiedi anche la maternità facoltativa, la cifra scenderà considerevolmente al 30 per cento del tuo normale stipendio.

Chi paga la maternità?

La maternità è garantita dall’Inps. Normalmente però ti sarà anticipata in busta paga dal tuo datore di lavoro, che poi sarà conguagliato successivamente dall’Istituto. Inoltre, i contratti collettivi di categoria (Ccnl) possono prevedere un contributo aggiuntivo di maternità, che in questo caso ti sarà versato dal tuo datore di lavoro.

In alcuni casi poi, l’indennità viene versata direttamente dall’Inps, ecco quando:

  • alle lavoratrici stagionali;
  • alle operaie agricole;
  • alle lavoratrici dello spettacolo saltuarie o a termine;
  • colf e badanti;
  • alle lavoratici assicurate ex Ipsema;
  • alle lavoratrici disoccupate o sospese.

Maternità: chi ha diritto?

Ti stai chiedendo se nella tua situazione tu possa beneficiare del congedo di maternità? Ne hai diritto se rientri in queste categorie di persone:

  • lavoratrici dipendenti assicurate all’Inps ed ex Ipsema;
  • apprendiste, operai, impiegate e dirigenti;
  • lavoratrici agricole;
  • colf e badanti;
  • lavoratrici a domicilio;
  • lavoratici iscritte alla gestione separata Inps;
  • lavoratrici del settore pubblico;
  • lavoratici socialmente utili o con impieghi di pubblica utilità;
  • sospese da lavoro o disoccupate.

Sono disoccupata: mi spetta la maternità?

Dall’ultima categorie elencata nel precedente paragrafo, avrai capito come il tuo stato di disoccupazione non escluda il diritto a percepire la maternità. Vediamo in concreto se e come ti spetta la maternità se sei disoccupata.

Nel caso di lavoratici sospese da lavoro o disoccupate, o nei casi di risoluzione del rapporto di lavoro la maternità spetta comunque, ma a precise condizioni:

  • se sei in stato di gravidanza e ti ritrovi, all’inizio del periodo di congedo maternità sospesa o disoccupata, hai diritto all’indennità giornaliera di maternità, a patto che tra l’inizio della sospensione da lavoro o della disoccupazione e l’inizio del congedo non siano trascorsi più di 60 giorni (2 mesi). In pratica, a grandi linee se il giorno in cui entri in disoccupazione è il 1° maggio hai diritto alla maternità solo se entri in congedo entro massimo il 1° luglio;
  • se il tuo periodo di congedo per maternità inizia dopo i 60 giorni dalla risoluzione del rapporto di lavoro, e sei disoccupata (prendi cioè la Naspi), hai diritto all’indennità di maternità al posto di quella della disoccupazione. Devi però essere sicura di essere già in possesso dell’indennità di disoccupazione alla data di inizio congedo maternità;
  • Se invece pur trovandoti nel caso descritto sopra (senza lavoro in pratica) non stai percependo Naspi, perché hai svolto un lavoro dipendente che non prevedeva il contributo per la disoccupazione, hai sempre diritto alla maternità, a patto che non siano trascorsi più di 180 giorni (sei mesi) tra la data di risoluzione del rapporto di lavoro e quella di inizio congedo maternità, e che ti siano stati versati almeno 26 contributi settimanali negli ultimi due anni che precedono il periodo del congedo.

Ovviamente nel periodo in cui da disoccupata percepirai la maternità, si sospende l’indennità di disoccupazione, che eventualmente riprenderà al termine del congedo di maternità.

Facciamo un esempio: hai scoperto da poco di essere incinta e ti è scaduto il contratto di lavoro. Cosa puoi fare? Innanzitutto corri a presentare domanda per la Naspi (l’Indennità di disoccupazione). Intanto inizierà ad arrivarti quella. Quando poi si avvicinerà il periodo di astensione obbligatoria per maternità ( 2 mesi prima del parto), vai a presentare domanda di maternità. L’indennità di maternità sostituirà quella di disoccupazione per tutto il tempo in cui ne avrai diritto (5 mesi). Finito il congedo di maternità, riprenderà l’indennità di disoccupazione.

Sono incinta: posso licenziarmi e percepire la disoccupazione?

Quando lo Stato fatica a intervenire a tutela delle lavoratici madri e non riesce a risolvere il grave gap socio-culturale che – parliamoci chiaro – costringe spesso una donna a dover scegliere tra il lavoro e l’essere mamma, allora serve una legge che cucia lo strappo.

E infatti alle lavoratici madri, che magari non riescono a farsi trasformare il contratto in part time, viene consentito di licenziarsi (più propriamente di presentare le dimissioni volontarie) senza perdere il diritto alla disoccupazione.

In sostanza, mentre le dimissioni volontarie, nei casi normali, fanno perdere al dipendente che le ha rassegnate il diritto alla Naspi, la donna lavoratrice madre che si dimette, nel periodo che va dall’inizio della gravidanza fino al primo anno di vita del bambino, conserva il diritto a percepire l’indennità di disoccupazione.

Questo a condizione che abbia maturato almeno 13 settimane di contributi nel quadriennio e almeno 30 giornate di lavoro effettivo nell’anno precedente.

Maternità: viene contata ai fini della disoccupazione?

Mettiamo che tu sia diventata mamma un po’ di tempo fa, beneficiando quindi del congedo di maternità e ora abbia perso il lavoro. Vuoi capire se hai diritto o no alla disoccupazione e se quel periodo di astensione obbligatoria possa essere conteggiato all’interno di quelle 13 settimane di contributi maturati nei 4 anni precedenti l’inizio della disoccupazione (requisiti obbligatori per accedere alla Naspi).

Anche in questo caso, stai tranquilla. La risposta è si. Anzi, l’Inps in persona ti vuole tranquillizzare, con un messaggio [3] in cui stabilisce che, ai fini del perfezionamento del requisito delle 13 settimane di contributi nel quadriennio precedente, sono utili (e quindi conteggiati):

  • i contributi figurativi accreditati per maternità obbligatoria se, all’inizio dell’astensione, risulta già versata o dovuta contribuzione contro la disoccupazione. Questi anni figurativi sono utili quindi sia nel caso in cui l’astensione obbligatoria per maternità sia iniziata durante il rapporto di lavoro, sia nel caso in cui inizi entro 60 giorni dalla data di risoluzione del rapporto di lavoro.
  • i periodi di congedo parentale, se indennizzati a rapporto di lavoro è ancora attivo.

Sono disoccupata: mi spetta la maternità facoltativa?

Appurato che se sei disoccupata ti possa spettare la maternità obbligatoria, ti stai chiedendo ora se lo stesso diritto vale anche per la maternità facoltativa. In questo caso spiace dire che la risposta è negativa. Da disoccupata non hai diritto alla maternità facoltativa o congedo parentale.

note

[1] D. lgs. n. 151/01 del 26 marzo 2001.

[2] Art. 24 D. lgs. n. 151/01 del 26 marzo 2001.

[3]Inps, mess. 710/2018 del 15 febbraio 2018.

Tratto da LLpt 26/03/2018

Bonus garage 2018: cos’è e come funziona?

 

Agevolazioni acquisto o costruzione di garage, box e posti auto: vediamo cos’è e come funziona il bonus garage 2018, quali le detrazioni fiscali, i requisiti di spesa e cosa sapere per usufruire del bonus garage 2018

Il 2018 sarà sicuramente ricordato come l’anno delle ristrutturazioni e dei lavori in casa. Numerosi, infatti, sono i bonus e le agevolazioni per chi voglia ristrutturare il proprio appartamento, acquistare arredi ed elettrodomestici, migliorare l’efficienza energetica della propria abitazione o creare degli spazi verdi sul proprio terrazzo o giardino. La legge di bilancio 2018, infatti, ha prestato molta attenzione al tema casa, confermando una serie di previsioni in termini di bonus e detrazioni. Per conoscere tutti i bonus previsti per la casa, consigliamo la lettura dell’articolo: Lavori in casa: tutti i bonus del 2018; per quanto riguarda più in particolare le agevolazioni previste per l’acquisto di mobili e di elettrodomestici, tutti i dettagli sono presenti nei seguenti approfondimenti: Bonus mobili 2018: cosa sapere per non sbagliareBonus acquisto mobili 2018: ecco tutte le risposte. Ti consigliamo, inoltre, la lettura delle seguenti interessantissime guide: Famiglia, figli e casa: tutti i bonus e le agevolazioni 2018; Bonus materassi 2018: cos’è e come funzionaBonus condizionatori 2018: cos’è e come funzionaAcquisto stufe 2018: tutti i bonus e le agevolazioni. In questo articolo, invece, ci occuperemo più approfonditamente del cosiddetto bonus garage 2018.  Sul punto, infatti, è bene sapere che anche nel 2018 si possono detrarre le spese per l’acquisto o la costruzione di garage e box auto. Vediamo allora ecco come fare, cos’è e come funziona il bonus garage 2018, a quanto ammonta la detrazione e quali i requisiti per le beneficiare delle agevolazioni.

Bonus ristrutturazioni  e bonus garage 2018

Accanto alle agevolazioni previste per chi ristruttura la propria casa (leggi sul punto: Bonus ristrutturazioni 2018: cos’è e come funziona?), la legge di bilancio 2018 ha previsto, sempre nell’ambito delle agevolazioni per il recupero del patrimonio edilizio, un particolare bonus per l’acquisto o la costruzione di garage, box auto o posti auto, anche condominiali.  Anche nel 2018, dunque, è possibile godere di alcuni vantaggi fiscali per la costruzione o l’acquisto di garagebox e posti auto, anche se condominiali. Vediamo, dunque,  come funziona il bonus acquisto o costruzione di box e posti auto 2018.

Bonus garage 2018: cos’è

Tra le tante agevolazioni previste per il recupero del patrimonio edilizio – come ad esempio il bonus ristrutturazioni – figura il bonus garage e box auto, vale a dire una detrazione Irpef sulle spese sostenute per l’acquisto o la costruzione di un posto dove parcheggiare al sicuro la propria automobile.

Come anticipato, il bonus garage 2018 può essere fatto valere anche per box e posti auto facenti parte dell’area comune di un condominio; in tal caso però il bonus potrà essere richiesto solamente se queste strutture sono pertinenti rispetto ad un’unità immobiliare abitativa. Ma procediamo con ordine. Vediamo più nel dettaglio come funziona e come fare per richiedere la detrazione fiscale per la costruzione di garage, box auto o parcheggi 2018.

Bonus garage e box auto 2018: quando spetta

Il Bonus garage e box auto 2018 è riconosciuto:

  • per le spese di acquisto di box e posti auto pertinenziali e già realizzati (spese relative alla realizzazione);
  • per le spese di costruzione di autorimesse o posti auto, anche di proprietà comune, purché siano pertinenziali rispetto ad un’unità immobiliare abitativa.

Dunque, per ottenere la detrazione per la costruzione di box auto o garage è fondamentale un requisito: il vincolo di pertinenzialità (che potete trovare nel permesso di costruire o altro titolo edilizio). Vediamo, di seguito, gli altri requisiti per poter usufruire del bonus garage 2018.

Acquisto box auto: requisiti

In caso di acquisto del box auto, la detrazione spetta solo per le spese sostenute per la sua realizzazione e sempre che le stesse siano dimostrate da apposita attestazione rilasciata dal costruttore.

Ai fini dell’agevolazione sono richiesti i seguenti requisiti:

  • proprietà o patto di vendita di cosa futura del parcheggio realizzato o in corso di realizzazione;
  • documentazione dell’impresa costruttrice dalla quale si evincano i costi imputabili alla sola realizzazione dei parcheggi, che devono essere tenuti distinti dai costi accessori (questi ultimi non sono agevolabili);
  • come anticipato, inoltre, è necessaria la sussistenza di un vincolo pertinenzialecon un’unità abitativa, di proprietà del contribuente; se il parcheggio è in corso di costruzione, deve esserci l’obbligo di creare un vincolo di pertinenzialità con un’abitazione.

Bonus garage e box auto 2018: quali strutture

Nei tipi di costruzione ammessi alla detrazione sono ricompresi tutti i manufatti atti a svolgere la funzione di autorimessa o parcheggio, quindi anche garage interrati, tettoie per il ricovero delle automobili, posti auto scoperti. Non è necessario che la costruzione del box auto o garage sia legato alla prima casa: dunque si possono richiedere detrazioni anche per la costruzione di garage e parcheggi per seconde case o unità abitative differenti.

Acquisto contemporaneo di casa e box auto

Nel caso di acquisti contemporanei di casa e box con unico atto notarile, la detrazione spetta solo per le spese di realizzazione del box (sempre che sia pertinenziale), il cui importo deve essere specificamente documentato.

La detrazione può essere riconosciuta anche per i pagamenti effettuati prima dell’atto notarile o, in assenza, di un preliminare d’acquisto registrato, in cui è indicato il vincolo pertinenziale. È necessario, però, che il vincolo risulti costituito e riportato nel contratto prima della presentazione della dichiarazione dei redditi nella quale il contribuente richiede la detrazione.

Assegnazione di alloggi e box auto

Per le assegnazioni di box e alloggio da parte di cooperative edilizie di abitazione, la detrazione spetta anche per gli acconti pagati con bonifico dal momento di accettazione della domanda di assegnazione da parte del Consiglio di amministrazione.

Non rileva il fatto che il rogito sia stipulato in un periodo d’imposta successivo, né che il verbale della delibera di assegnazione che ha formalizzato il vincolo pertinenziale non sia stato ancora registrato.

Per quanto riguarda il vincolo pertinenziale tra box auto e abitazione, non importa se gli immobili non sono stati ancora realizzati, purché la destinazione funzionale del box, al servizio dell’abitazione da realizzare, risulti dal contratto preliminare di assegnazione.

Bonus garage e box auto 2018: a quanto ammonta

La detrazione vale esclusivamente sui costi di costruzione di box o garage, dunque non sull’acquisto. Pertanto per poter usufruire della detrazione è necessario farsi rilasciare dal venditore un’attestazione da cui si evinca tale costo, scorporando quindi l’utile di vendita. Quest’agevolazione non è dunque accessibile nel caso in cui si acquisti presso un privato o un’impresa non identificabile con il costruttore stesso.

La detrazione equivale al 50% delle spese sostenute. La spesa su cui applicare la percentuale non può superare il limite di 96mila euro.

Il limite va riferito alla singola unità immobiliare sulla quale sono stati effettuati i lavori. Quindi, se più persone hanno diritto alla detrazione (comproprietari ecc.), il limite va ripartito tra loro.

Essendo necessario il vincolo di pertinenza, l’Agenzia delle Entrate ha stabilito che sono detraibili anche le spese notarili atte a verificare tale vincolo.

Bonus garage 2018: spese ammesse

Saranno detraibili dal 730 i costi sostenuti per:

  • le spese professionali sostenute per la progettazione dell’intervento e la richiesta di titoli autorizzativi;
  • l’esecuzione dei lavori;
  • il pagamento di imposte, diritti di segreteria e oneri di urbanizzazione.

Come già detto, inoltre, non rientrano invece le spese per l’acquisto dell’area su cui viene eretto il box auto o garage.

Bonus garage 2018: come ottenerlo?

Per usufruire della detrazione il proprietario deve essere in possesso della seguente documentazione.

In caso di acquisto del box o posto auto:

  • atto di acquisto, o preliminare di vendita registrato, dal quale risulti la pertinenzialità;
  • dichiarazione del costruttore, nella quale siano indicati i costi di costruzione;
  • bonifico bancario o postale per i pagamenti effettuati.

In caso di costruzione box o posto auto:

  • concessione edilizia da cui risulti il vincolo di pertinenzialità con l’abitazione;
  • bonifico bancario o postale per i pagamenti effettuati.

Il bonifico deve essere effettuato dal beneficiario della detrazione (proprietario o titolare del diritto reale dell’unità immobiliare sulla quale è stato costituito il vincolo pertinenziale con il box auto).

La detrazione spetta anche al familiare convivente che abbia effettivamente sostenuto la spesa, a condizione che nella fattura sia annotata la relativa percentuale di spesa. La stessa cosa vale anche per il convivente more uxorio.

Nel caso siano stati versati acconti, la detrazione spetta con riguardo ai pagamenti effettuati con bonifico nel corso dell’anno, e fino a concorrenza del costo di costruzione dichiarato dall’impresa, a condizione che:

  • il compromesso di vendita sia stato regolarmente registrato entro la data di presentazione della dichiarazione in cui si fa valere la detrazione
  • dal compromesso risulti la sussistenza del vincolo di pertinenzialità tra abitazione e box.

Il vincolo pertinenziale non si considera esistente nell’ipotesi particolare in cui il bonifico sia effettuato nello stesso giorno in cui si stipula l’atto, ma in un orario antecedente a quello della stipula stessa.

Se il pagamento non è stato effettuato mediante bonifico, si può comunque usufruire della detrazione a condizione che:

  • nell’atto notarile siano indicate le somme ricevute dall’impresa che ha venduto il box pertinenziale;
  • il contribuente ottenga dal venditore, oltre alla certificazione sul costo di realizzo del box, una dichiarazione sostitutiva di atto notorio in cui attesti che i corrispettivi accreditati a suo favore sono stati inclusi nella contabilità dell’impresa.

Tratto da LLpT – 26/03/2018

Si può chiedere l’annullamento del matrimonio se il coniuge è depresso?

Per chiedere l’annullamento del matrimonio è necessario dimostrare che la malattia era già presente prima delle nozze e di essere in buona fede ossia di non essere stati messi a conoscenza di ciò.

Sei stata fidanzata, per diversi mesi, con un uomo con il quale non hai mai convissuto salvo nei brevi periodi di vacanza e durante i viaggi. La vostra conoscenza, per quanto non lunga, è stata intensa a tal punto che hai deciso di accettare la sua proposta di matrimonio. Dopo le nozze, però, ti sei accorta di un particolare di non poco conto: tuo marito è facilmente soggetto a depressione. Il che lo porta ad essere solitario, taciturno, a non voler uscire di casa, a non avere rapporti sessuali con te, a non voler neanche lavorare. Insomma, una vera e propria patologia clinicamente accertata, per come lui stesso ti ha confessato solo dopo esservi sposati. Ti senti incastrata: il suo comportamento è tanto in malafede quanto grave. «Non si può tacere un problema di questo tipo», gli rimproveri. Così, intenzionata a dirgli definitivamente addio e a separarti, avvii una causa per chiedere l’annullamento del matrimonio e il mantenimento vista la tua buona fede. Lui però si difende ricordati tutti i messaggi e le email in cui ti parlava delle sue “passioni”: dei pensieri di morte che a volte lo attanagliavano, del difficile rapporto con la gente e delle difficoltà relazionali; ti rammenta anche che una volta tu stessa lo hai accompagnato dal medico e lo hai visto assumere farmaci di cui non ti ha mai tenuto all’oscuro. «Non credevo però che la malattia fosse così grave» gli rispondi; e procedi per la tua strada. Chi dei due ha ragione? Si può chiedere l’annullamento del matrimonio se il coniuge è depresso? Sul punto è intervenuta una recente sentenza della Corte di Appello di Napoli [1] dando un’esauriente risposta. Ecco cosa è stato chiarito.

Annullamento del matrimonio per malattia fisica o psichica

La legge stabilisce la possibilità di chiedere l’annullamento del matrimonio per errore sulla persona. Tra gli errori che possono influire sul consenso vi è la malattia fisica o psichica, un’anomalia o deviazione sessuale. Attenzione però: tale malattia deve sussistere prima del matrimonio e influire in modo determinante sulla vita coniugale: per capirci, disturbi psichici, sieropositività, tossicodipendenza, impotenza, problemi ad avere rapporti sessuali, ecc.

Il coniuge a cui sia addebitata la causa di nullità del matrimonio è tenuto a versare all’altro coniuge in buona fede, qualora il matrimonio sia annullato, una congrua indennità, anche in mancanza di prova del danno sofferto. L’indennità deve comunque comprendere una somma corrispondente al mantenimento per tre anni. È tenuto altresì a prestare gli alimenti al coniuge in buona fede, sempre che non vi siano altri obbligati [2].

Annullamento del matrimonio per malattia: quali condizioni?

Per ottenere l’annullamento del matrimonio per errore dovuto all’esistenza di una malattia fisica o psichica dell’altro coniuge, è necessario fornire la prova della mancata conoscenza dell’infermità prima della celebrazione del matrimonio. Non è possibile, invece, ottenere l’annullamento se già si è a conoscenza della patologia del futuro coniuge, nonostante le difficoltà relazionali sorte durante la vita matrimoniale.

Pertanto, i presupposti per ottenere l’annullamento del matrimonio per malattia del coniuge sono tre:

  • la malattia doveva essere già presente prima del matrimonio. Non è possibile chiedere l’annullamento del matrimonio per una malattia, come la depressione, sorta successivamente alle nozze visto che, tra i doveri dei coniugi, vi è anche quello di assistere l’altro (moralmente e fisicamente) quando sia in situazioni di difficoltà;
  • il coniuge doveva essere all’oscuro della malattia quando si è sposato: la presa di coscienza deve essere avvenuta successivamente alle nozze;
  • si deve trattare di una malattia grave, tale cioè da poter influire in modo significativo sulla vita di coppia. Non è così una colite, l’insonnia, le cefalee; lo può invece essere la depressione.

L’onere della prova: a chi spetta dimostrare la malattia?

L’aspetto principale della pronuncia della Corte di appello di Napoli consiste nell’onere della prova: spetta a chi chiede all’annullamento del matrimonio per depressione dimostrare che:

  • la malattia preesisteva alle nozze e
  • e di non esserne stato a conoscenza.

L’ignoranza sulla presenza della malattia, insomma, non si può presumere ma va provata in tribunale. In sostanza, i giudici chiariscono che la mancata conoscenza della patologia deve essere dimostrata e solo tale prova può condurre all’annullamento del matrimonio, senza che possano rilevare sotto il profilo probatorio eventuali difficoltà relazionali manifestatesi dopo il matrimonio.

note

[1] C. App. Napoli, sent. n. 4053/2017 del 9.10.2017.

[2] Art. 129-bis cod. civ.

Tratto da LLpT – 30/03/2018

Assegno per i disoccupati: a breve l’erogazione

Ad Aprile sarà erogato il bonus fino a 5 mila euro per il reimpiego dei disoccupati: in cosa consiste, chi può richiederlo e la procedura per ottenere l’assegno di ricollocazione

Il prossimo 3 aprile entrerà a regime l’assegno di ricollocazione per i disoccupati, ossia il contributo economico che arriva sino a 5mila euro destinato a tutti quei soggetti che dopo essere rimasti disoccupati riescono a trovare un lavoro anche a tempo determinato. Dopo una lunga sperimentazione, l’Agenzia Nazionale Politiche Attive del Lavoro (Anpal) ha emanato l’attesa circolare [1] con cui ha dato l’ultimatum agli enti interessati per manifestare il proprio interesse e accreditarsi per diventare enti erogatori e definito nel dettaglio gli importi, i requisiti e la procedura da seguire per fare domanda di assegno di ricollocazione.

Assegno di ricollocazione: gli importi

L’assegno di ricollocazione parte da un minimo di 250 euro e può arrivare, come anticipato, sino a 5mila euro. L’ammontare dell’assegno dipende dal profilo di occupabilità dell’interessato, ossia: dal sesso, dall’età, dall’esperienza professionale, dal livello d’istruzione e dalla collocazione geografica. In particolare gli importi previsti sono i seguenti:

  • da 500 euro a 2500 euro se la nuova occupazione è superiore ai 6 mesi;
  • sino a 1.250 euro, se la nuova occupazione è superiore ai 3 mesi.
  • sino a 5mila euro se il disoccupato trova un nuovo lavoro a tempo indeterminato.

L’entità dell’assegno varia a seconda della difficoltà di reinserimento occupazionale dell’interessato, individuata nella fase di profilazione dello stesso. L’importo spettante al beneficiario viene inizialmente erogato al centro per l’impiego competente nel momento in cui l’interessato firma il nuovo contratto di lavoro subordinato. Poi, compiuta la procedura di cui parleremo in avanti, avverrà l’erogazione al lavoratore.

Assegno di ricollocazione: i requisiti

L’assegno di ricollocazione, come detto, è una prestazione in favore di quei soggetti che, dopo aver perso il lavoro, sono riusciti a trovare una nuova occupazione, anche a tempo determinato. Però, per poter percepire l’assegno di ricollocazione è necessario essere in possesso di alcuni requisiti. Infatti, possono beneficiare dell’assegno di ricollocazione i disoccupati che:

  • percepiscono la Naspi (la nuova indennità di disoccupazione) da almeno 4 mesi senza aver trovato un nuovo lavoro;
  • i lavoratori in cassaintegrazione straordinaria (Cigs);
  • i beneficiari del cosiddetto Rei, il reddito d’inclusione, di cui abbiamo parlato in Reddito di inclusione: ora aumenta a 534 euro.

Assegno di ricollocazione: la procedura per inoltrare domanda

In presenza dei requisiti descritti, l’erogazione dell’assegno non è automatica ma richiede la presentazione di una domanda da parte degli interessati. Le modalità dell’inoltro della domanda variano in ragione della categoria alla quale appartiene il beneficiario: disoccupato, cassintegrato o avente diritto al Rei.

Per quanto riguarda i disoccupati, possono presentare la domanda nei seguenti modi:

  • in via telematica attraverso il sistema informativo unitario (Siu) del portale Anpal;
  • o rivolgendosi direttamente al centro per l’impiego competente.

Verificata la sussistenza dei requisiti, il beneficiario può scegliere l’ente accreditato ai servizi per il lavoro che gli erogherà l’assegno di ricollocazione.  A erogare il bonus sono in primis le Regioni, attraverso i propri Centri per l’impiego accreditati, nonché da altri enti accreditati. L’erogazione dell’assegno di ricollocazione sospende il patto di servizio sottoscritto dal disoccupato con il centro per l’impiego competente.

Per i cassintegrati, invece, è indispensabile aderire a un apposito percorso di formazione e ricollocazione. Mentre per i beneficiari di Rei, la procedura da seguire per ottenere l’assegno si sviluppa all’interno del progetto personalizzato che il nucleo familiare beneficiario deve seguire.

 

[1] Circolare n. 3/2018 Anpal.

Tratto da LLpT 30/03/2018

Chi tradisce il coniuge cosa rischia?

Coniuge infedele: l’addebito non comporta l’obbligo di pagare il mantenimento all’ex coniuge.

Chi tradisce cosa rischia? Se il marito dovesse scoprire che la moglie è stata infedele o la moglie riuscisse ad avere le prove dell’adulterio del marito, quali conseguenze subirebbe l’uno o l’altro? Il codice civile, è fatto noto, stabilisce che tra gli obblighi del matrimonio vi è quello della fedeltà, ma spesso si ignorano le conseguenze di tale illecito. E di fatti, girando su internet, abbiamo trovato titoli molto ingannevoli che possono generare confusione. Alcuni giornali online, poco pratici del diritto di famiglia, hanno infatti titolato «Chi tradisce paga gli alimenti» male interpretando il senso delle parole della Cassazione. In alcuni forum c’è chi si chiede se è vero che chi tradisce deve lasciare casa o che chi è tradito può mandare via di casa l’altro. E c’è anche chi teme che se il coniuge tradisce perde l’affidamento dei figli, cosa tutt’altro che vera o, peggio, perde la casa coniugale. Insomma, tanti luoghi comuni a cui bisogna dare subito una risposta chiara e semplice.

Cosa rischia chi tradisce?

Cosa rischia chi ha una relazione con l’amante e viene scoperto? Oltre a qualche piatto in faccia (cosa che peraltro darebbe diritto a sporgere querela per tentate lesioni) e a una richiesta di separazione, il coniuge che tradisce viene condannato dal giudice all’addebito. Che cos’è l’addebito? Non è innanzitutto una sanzione economica; non è una multa, né un reato. L’addebito è una sanzione civile consistente nella semplice dichiarazione di responsabilità per la fine del matrimonio. Questa dichiarazione ha solo due conseguenze, peraltro non sempre certe:

  • chi subisce l’addebito non può chiedere l’assegno di mantenimento o di divorzio all’ex coniuge, anche se il suo reddito è più basso o è disoccupato;
  • chi subisce l’addebito non può succedere (ossia diventare erede) dell’ex coniuge qualora questi muoia prima del divorzio (difatti, se dovesse morire dopo il divorzio, i diritti ereditari si perderebbero comunque, a prescindere dall’addebito).

Quindi non è vero che chi subisce l’addebito paga gli alimenti ma piuttosto non può chiederli qualora gli fossero spettati.

Se la moglie scopre che il marito, molto più ricco di lei, la tradisce, quest’ultimo è tenuto a pagarle il mantenimento non perché l’ha tradita ma perché il suo reddito è superiore.

Se il marito scopre che la moglie disoccupata ha l’amante non è tenuto a versarle l’assegno di mantenimento, visto che la colpa della fine del matrimonio è di quest’ultima.

Se il reddito del marito e quello della moglie di equivalgono e uno dei due è infedele all’altro, nessuno di loro avrà il diritto al mantenimento.

L’assegno di mantenimento e quello di divorzio infatti, non sono una sanzione per un comportamento colpevole ma sono solo una misura di assistenza a favore del coniuge più debole economicamente.

Non ha quindi molta importanza – se non da un punto di vista puramente morale – la dichiarazione di addebito a carico di chi, anche senza addebito, sarebbe comunque tenuto a pagare l’assegno di mantenimento. Può interessare solo a chi deve pagare il mantenimento se riesce a dimostrare che l’ex coniuge è stato infedele; in questo modo infatti può liberarsi da qualsiasi obbligo economico.

Quanto può constare essere infedeli?

Da quanto abbiamo detto possiamo ancora rispondere a un’altra ricorrente domanda: quanto può costare essere infedeli? Nulla a chi comunque sarebbe tenuto a versare il mantenimento con o senza addebito. Nulla anche in quelle situazioni in cui i due coniugi hanno lo stesso reddito.

Eccezionalmente l’infedeltà può comportare una condanna al risarcimento dei danni quando le modalità con cui si è consumato il tradimento sono state tali da arrecare una profonda ferita nel coniuge tradito. Per valutare l’ingiustizia del danno si valuta soprattutto l’offesa alla dignità e all’onore dell’altro coniuge. Non rileva cioè il fatto della relazione extraconiugale di per sé considerata; per configurare gli estremi del danno ingiusto rilevano invece gli aspetti esteriori dell’adulterio (magari particolarmente offensivi e oltraggiosi), come ad esempio il discredito determinato dall’adulterio sull’attività lavorativa del coniuge. Ad esempio, la Cassazione ha ritenuto che spetti il risarcimento del danno in caso di relazione extraconiugale del marito, ampiamente resa pubblica e quindi particolarmente frustrante e sofferta dalla moglie [1]. Un altro caso che può determinare il risarcimento del danno è quando, dopo la separazione, il marito si riconcilia con la moglie giurando fedeltà, senza però aver mai  interrotto il rapporto con l’amante [2]. Un’ultima ipotesi è quella di una relazione extraconiugale ostentata nei luoghi e nell’ambito sociale in cui si svolge la vita di relazione del coniuge tradito oppure nel caso di un coniuge che non faccia mistero di condurre l’amante nella casa coniugale costringendo l’altro a subirne la presenza [3].

Per quanto riguarda la misura del risarcimento del danno, questa varia a seconda delle prove offerte dal coniuge tradito in merito ai danni – evidentemente psicologici e alla vita di relazione – subìti. Di solito si tratta di qualche migliaio di euro.

Chi tradisce deve lasciare casa?

Anche questo è un luogo comune del tutto falso. La casa coniugale rimane al proprietario e, se di entrambi i coniugi, va divisa o, in alternativa, venduta (e il ricavato ripartito per quote uguali). Solo nell’ipotesi in cui la coppia abbia avuto figli, il giudice dispone la collocazione dei figli, insieme alla madre, all’interno della casa coniugale, in modo tale da farli crescere nello stesso ambiente domestico in cui erano prima della separazione e non provocare in loro traumi. L’assegnazione della casa infatti non è – al pari del mantenimento – una sanzione a carico di chi ha violato i doveri del matrimonio ma solo una misura assistenziale (in questo caso a favore dei figli e non della moglie).

La moglie tradita quindi non può sbattere fuori di casa il marito prima della sentenza di separazione. Paradossalmente, il marito tradito deve lasciare casa se il giudice riconosce alla moglie traditrice la collocazione dei figli e quindi l’assegnazione della casa familiare.

Chi tradisce perde l’affidamento dei figli?

Anche questo è un luogo comune. Non è affatto vero che chi tradisce non debba essere un buon padre o una madre. Le cose vanno invece in questo modo. Il giudice decide presso chi collocare i figli nell’interesse di questi ultimi. Di norma i figli in età scolare vengono affidati alla madre. Quindi è ben possibile che la moglie traditrice tenga casa e figli. Tuttavia l’affidamento è sempre congiunto: vuol dire che padre e madre mantengono stessi diritti e doveri sui minori, al di là di eventuali colpe relative alla fine del matrimonio. Dall’altro lato questo significa che l’ex moglie non può negare all’ex marito di vedere i figli solo perché lui l’ha tradita, e viceversa il marito non può rivendicare l’affidamento esclusivo dei figli solo perché la loro madre aveva l’amante.

note

[1] Cass. sent. n. 18853/2011

[2] Cass. sent. n. 19193/2015.

[3] Trib. Milano sent. del 22.11.2002.

Tratto dal LLpT – 26/03/2018

Il figlio adottato ha diritto di sapere chi sono i suoi fratelli biologici ?

Il figlio adottato ha diritto di sapere chi sono i suoi fratelli biologici

Ma spiega la Cassazione, il diniego di questi ultimi all’accesso alle informazioni richieste è impeditivo dell’esercizio di tale diritto

di Valeria Zeppilli – L’adottato, una volta superati i venticinque anni di età, ha diritto di accedere alle informazioni relative alla propria famiglia di originee ai propri genitori biologici; prima del raggiungimento di quell’età, invece, l’accesso è consentito solo in presenza di gravi e comprovati motivi attinenti alla sua salute psico-fisica.

Diritto all’identità personale

Per la Corte di cassazione, che con la sentenza numero 6963/2018 qui sotto allegata ha puntualmente ricostruito la normativa che prevede tale diritto, quest’ultimo deve essere considerato come un’espressione essenziale del diritto all’identità personale, posto che lo sviluppo adeguato della personalità individuale e relazionale di ogni individuo passa necessariamente attraverso la costruzione della propria identità esteriore e interiore, che può anche richiedere la conoscenza e l’accettazione della discendenza biologica e della rete parentale più prossima.

Notizie sui fratelli

La questione più importante affrontata dai giudici nella sentenza in commento, tuttavia, riguarda l’effettiva estensione di tale diritto.

Per la Corte, infatti, secondo un’interpretazione costituzionalmente e convenzionalmente orientata della norma che prevede il diritto di accesso dell’adottato alle informazioni sulla propria famiglia d’origine, non è possibile limitare quest’ultimo ai soli genitori biologici, ma è necessario estenderlo anche ai congiunti più stretti, come i fratelli e le sorelle, a prescindere dal fatto che l’articolo 28 della legge 184/1983 non li menzioni espressamente. In tal senso vanno, del resto, sia la natura del diritto, che la funzione di primario rilievo nella costruzione dell’identità personale assegnata alla scoperta della propria genealogia biologico-genetica.

Natura del diritto

Tuttavia, il diritto ad avere informazioni sulla propria famiglia d’origine è un diritto a carattere potestativo solo nei confronti dei genitori biologici (e fatta salva l’eccezione rappresentata dal caso in cui la madre abbia dichiarato alla nascita di non volere essere nominata).

Nei confronti dei fratelli e delle sorelle, invece, è imprescindibile procedere a un preventivo bilanciamento tra la posizione di chi intende conoscere le proprie origini e chi può soddisfare tale esigenza ma ha anche diritto a non voler rivelare la propria parentela biologica.

Di conseguenza, il diritto dell’adottato ad accedere alle informazioni concernenti le sorelle e i fratelli biologici adulti è possibile per i giudici solo “previo interpello di questi ultimi mediante procedimento giurisdizionale idoneo ad assicurare la massima riservatezza ed il massimo rispetto della dignità dei soggetti da interpellare, al fine di acquisirne il consenso all’accesso alle informazioni richieste o di constatarne il diniego, da ritenersi impeditivo dell’esercizio del diritto“.

Corte di cassazione testo sentenza numero 6963/2018 

Tratto da Studiocataldi.it

 

Il datore di lavoro deve provare l’andamento negativo della sua azienda se licenzia un dipendente?

Nel licenziamento individuale per giustificato motivo oggettivo il datore non deve provare l’andamento economico negativo dell’azienda

E’ legittimo il licenziamento individuale per giustificato motivo oggettivo nei casi in cui la riorganizzazione delle attività – dettata dall’esigenza di incrementare i profitti aziendali – determini la soppressione di una posizione lavorativa, senza che necessiti che il presupposto di un licenziamento per giustificato motivo oggettivo debba essere uno stato di crisi aziendale o una situazione di effettiva difficoltà economica aziendale.

L’andamento economico negativo dell’azienda non costituisce un presupposto fattuale che il datore di lavoro debba necessariamente provare, essendo sufficiente che le ragioni inerenti all’attività produttiva ed all’organizzazione del lavoro, comprese quelle dirette ad una migliore efficienza gestionale ovvero ad un incremento della redditività, determinino un effettivo mutamento dell’assetto organizzativo attraverso la soppressione di un’individuata posizione lavorativa».

Decisione: Sentenza n. 29238/2017 Cassazione Civile – Sez. Lavoro

Il caso

Un società partecipata da un gruppo internazionale riorganizzava le proprie attività e licenziava un lavoratore per soppressione del posto di lavoro a seguito della redistribuzione ad altri lavoratori dei compiti da lui svolti.

La Corte di Appello rilevava che la soppressione del posto di lavoro era stata effettiva e derivava dalla riorganizzazione aziendale, e confermava il licenziamento.

Il lavoratore propone ricorso per Cassazione, che lo rigetta.

La decisione

La Suprema Corte dapprima esamina i fatti: «La Corte di appello rilevava che la soppressione del posto era stata effettiva e non pretestuosa e derivava da una riorganizzazione aziendale confermata dalle risultanze istruttorie, che aveva portato a modificare la gestione delle escalations facendo confluire a livello internazionale quelle interne e quelle esterne ( che erano affidate al sig. F.) nella nuova funzione chiamata Incident Management, con notevoli risparmi di costi ed anche vantaggi organizzativi».

Richiama poi le risultanze istruttorie circa la possibilità di assegnare il lavoratore ad altri compiti: «era stato anche confermato l’impossibilità di un repechage in mansioni compatibili ed altresì che al lavoratore era stata offerta un’occasione lavorativa coerente con la professionalità acquisita . Secondo la Corte era onere del lavoratore dedurre le possibilità di repechage e cioè l’esistenza di posizioni equivalenti nelle quali poteva essere adibito ma tutte quelle indicate non erano affidabili in concreto al F. ( che non era un tecnico né aveva competenza commerciale) in quanto presupponevano esperienza e competenze non possedute da questi», e che «tutti i testi avevano confermato che dopo il recesso non erano state effettuate assunzioni nel settore ove era stato impiegato il ricorrente; le assunzioni indicate dal lavoratore si riferivano a divisioni che svolgevano attività ben diversa da quella di cui si occupava l’appellante e con diversi profili professionali ( pag. 11 della sentenza impugnata)».

Riassunti i fatti così come accertati dalle Corti di merito, affronta i nove motivi di ricorso del lavoratore, la maggior parte dei quali infondati perché tendenti, in realtà, a un riesame nel merito dei fatti e non al sindacato di legittimità demandato alla Corte di Cassazione.

Nell’esaminare il motivo col quale il lavoratore lamentava che le mansioni da lui svolte non erano state soppresse, ma solo ridistribuite tra altri lavoratori, la Suprema Corte richiama l’indirizzo affermato in una precedente decisione: «va ricordato che questa Corte ha affermato, secondo un indirizzo che si condivide e cui si intende dare continuità, che” il giustificato motivo oggettivo di licenziamento, ex art. 3 della I. n. 604 del 1966, è ravvisabile anche soltanto in una diversa ripartizione di determinate mansioni fra il personale in servizio, attuata a fini di una più economica ed efficiente gestione aziendale, nel senso che certe mansioni possono essere suddivise fra più lavoratori, ognuno dei quali se le vedrà aggiungere a quelle già espletate, con il risultato finale di far emergere come in esubero la posizione lavorativa di quel dipendente che vi era addetto in modo esclusivo o prevalente. In tale ultima evenienza il diritto del datore di lavoro di ripartire diversamente determinate mansioni fra più dipendenti non deve far perdere di vista la necessità di verificare il rapporto di congruità causale fra la scelta imprenditoriale e il licenziamento, sicché non basta che i compiti un tempo espletati dal lavoratore licenziato siano stati distribuiti ad altri, ma è necessario che tale riassetto sia all’origine del licenziamento anziché costituirne mero effetto di risulta” ( Cass. n. 19185/2016)».

Per il Collegio «in ogni caso l’operazione riorganizzativa con soppressione del posto e redistribuzione delle mansioni tra altri dipendenti è ritenuta legittima da parte di questa Corte, pur nel rispetto di limiti che nel caso di specie non sono stati valicati (non è- cioè- emerso che la redistribuzione non sia l’effetto della ristrutturazione ma ne sia in sostanza la causa)».

Affrontando un ulteriore motivo di ricorso, col quale si allega la falsa applicazione delle norme di diritto di cui all’art. 2119 cod. civ. e per violazione dell’obbligo di repechage, la Cassazione rileva che «.Nel motivo sembrerebbe porsi anche la diversa ed autonoma questione di diritto se presupposto di un licenziamento per giustificato motivo oggettivo debba essere uno stato di crisi aziendale o una situazione di effettiva difficoltà economica aziendale posto che il recesso deve essere considerato come una extrema ratio, che la giurisprudenza più recente di legittimità esclude, componendo una incertezza durata alcuni anni. Questa Corte con sentenza n. 25201/2016, che si condivide e cui si intende dare continuità, ha infatti affermato il principio secondo il quale “ai fini della legittimità del licenziamento individuale per giustificato motivo oggettivo, l’andamento economico negativo dell’azienda non costituisce un presupposto fattuale che il datore di lavoro debba necessariamente provare, essendo sufficiente che le ragioni inerenti all’attività produttiva ed all’organizzazione del lavoro, comprese quelle dirette ad una migliore efficienza gestionale ovvero ad un incremento della redditività, determinino un effettivo mutamento dell’assetto organizzativo attraverso la soppressione di un’individuata posizione lavorativa; ove, però, il recesso sia motivato dall’esigenza di far fronte a situazioni economiche sfavorevoli o a spese di carattere straordinario, ed in giudizio se ne accerti, in concreto, l’inesistenza, il licenziamento risulterà ingiustificato per la mancanza di veridicità e la pretestuosità della causale addotta”.»

Il ricorso viene infine rigettato.

Osservazioni

La Suprema Corte ha confermato l’orientamento che ritiene legittimo il licenziamento individuale per giustificato motivo oggettivo nei casi in cui la riorganizzazione delle attività – dettata dall’esigenza di incrementare i profitti aziendali – determini la soppressione di una posizione lavorativa.

Non è cioè necessario che il presupposto di un licenziamento per giustificato motivo oggettivo debba essere uno stato di crisi aziendale o una situazione di effettiva difficoltà economica aziendale.

E lo fa richiamando una precedente decisione che aveva affermato il principio che «ai fini della legittimità del licenziamento individuale per giustificato motivo oggettivo, l’andamento economico negativo dell’azienda non costituisce un presupposto fattuale che il datore di lavoro debba necessariamente provare, essendo sufficiente che le ragioni inerenti all’attività produttiva ed all’organizzazione del lavoro, comprese quelle dirette ad una migliore efficienza gestionale ovvero ad un incremento della redditività, determinino un effettivo mutamento dell’assetto organizzativo attraverso la soppressione di un’individuata posizione lavorativa».

Giurisprudenza rilevante.

  1. Cass. 19185/2016
  2. Cass. 25201/2016

Tratto da : Diritto.it

Marchio: si può usare lo stesso nome aggiungendo altre lettere?

 

 

 

Concorrenza sleale se alla stessa insegna o al brand usato da un’altra azienda si aggiungono poche lettere.

La tua azienda è ormai presente sul mercato da diversi anni. Si è creata una sua clientela e il nome è apprezzato da tutti. Certo, non è una realtà di livello nazionale, tantomeno sei conosciuto all’estero, ma all’interno del territorio sei “qualcuno”. Tant’è: se dici il nome dell’insegna, tutti capiscono qual è il negozio, dove è situato e cosa vende. Succede però che un concorrente apra un negozio, dall’altro lato della provincia, con il tuo stesso nome, aggiungendovi delle ulteriori lettere e componendo così un marchio più lungo. La cosa ti infastidisce e ti danneggia: si tratta di un atto di concorrenza sleale, gli fai notare, che svia la clientela. Così arrivi a diffidarlo: «Se non smetterai di usare i segni distintivi altrui in modo illegittimo ti farò causa». Lui però non si lascia intimidire e anzi ribatte: i nomi sono formalmente diversi; basta una piccola diversità per escludere l’identità tra gli stessi e, quindi, la confusione. Chi dei due ha ragione? In presenza di due machi simili, si può usare lo stesso nome aggiungendo altre lettere? La risposta è stata data dal tribunale di Catanzaro con una recente sentenza [1].

Quando c’è concorrenza sleale

Innanzitutto viene in rilievo il fatto che, per aversi un atto di «concorrenza sleale» è sufficiente copiare il nome del brand, ossia del prodotto, o dell’azienda o anche la sola insegna del negozio. Si tratta, infatti, di «segni distintivi» che servono a “fidelizzare” la clientela e che vengono pertanto tutelati dalla legge per via degli investimenti che l’imprenditore fa. Ma non sempre si ha concorrenza sleale in presenza di due marchi, prodotti o insegne diverse; è necessaria la compresenza delle seguenti condizioni:

gli imprenditori devono esercitare contemporaneamente l’attività (quindi non è possibile tutelare un marchio di un prodotto non più in commercio);

l’attività sia rivolta al medesimo settore merceologico (quindi, è ben possibile dare lo stesso nome a un negozio che vende elettrodomestici e a uno che vende abbigliamento);

l’attività deve essere svolta nello stesso territorio. In questo senso – sostiene la giurisprudenza – è necessario accertare se la clientela è «comune». Questo requisito non va inteso come identità soggettiva degli acquirente dei prodotti (non si deve trattare cioè delle stesse persone), ma è dato «dall’insieme dei consumatori che sentono il medesimo bisogno di mercato» (quindi va inteso in senso di “potenziale” clientela).

Naturalmente l’elemento principale per aversi concorrenza sleale è che siano posti atti idonei a creare confusione con i prodotti e le attività del concorrente. Si tratta di una verifica – precisa il tribunale – che va effettuata «in via globale e sintetica», dal momento che la valutazione del giudice «si sovrappone concettualmente a quella che compie il consumatore». Alla luce di ciò quindi bisogna vedere se si può usare lo stesso nome di un altro marchio aggiungendovi solo alcune lettere.

L’aggiunta di lettere al marchio altrui

Secondo la sentenza in commento, l’aggiunta di poche lettere al marchio altrui costituisce ugualmente un atto di concorrenza sleale perché non esclude la possibilità di confusione da parte dei consumatori. Immaginiamo, ad esempio, che un’azienda crei il marchio «Nike Company», volendo così imitare il più noto brand di prodotti di abbigliamento sportivo: sicuramente si tratterebbe di un atto di concorrenza sleale perché va a copiare il cuore del marchio stesso che è la parola principale, in questo caso «Nike». Infatti  – si legge nella sentenza in commento – «l’attenzione del pubblico si concentra maggiormente sull’elemento posizionato per primo»; tanto più quando l’aggiunta non è sufficiente a superare «l’identità visiva e fonetica» dei due marchi.

Insomma, molto spesso «la prima parola è quella che conta» perché è quella che si imprime maggiormente nella memoria del cliente, che riconosce il marchio già dalle prime lettere. Alla luce di ciò è del tutto inutile, per poter usare legittimamente un nome altrui, effettuare delle minime differenziazioni aggiungendo o sottraendo lettere al nome “clou” del più noto concorrente.

note

[1] Trib. Catanzaro, sent. del 2.02.2018.

Tratto da LLpT

 

Imprese ottimiste sul 2018: assunzioni in arrivo.

Le imprese sono ottimiste sull’andamento degli affari a livello globale, con picchi record per quelle italiane. Il mercato del lavoro nel corso del nuovo anno dovrebbe riservare ancora una dinamica positiva delle assunzioni, mentre gli investimenti in tecnologia – nonostante la batteria di incentivi messi a disposizione dal governo – restano al lumicino.

E’ quanto si ricava dall’ultimo International Business Report (IBR) di Grant Thornton. Documento dal quale emerge che ancora non si vedono erosioni del fattore-uomo dalla cescente automazione: “I livelli di ottimismo record registrati a livello mondiale (58% netto) si tradurranno in maggiori assunzioni da parte delle imprese per far fronte alla mole di ordinativi”, dicono gli esperti. “La percentuale di imprese che prevedono assunzioni è infatti ai livelli più alti dell’ultimo decennio. Tuttavia, dal momento che gli indicatori economici stanno potenzialmente arrivando al picco del ciclo economico, le imprese dovrebbero prendere decisioni di investimento più equilibrate e tentare di incrementare la produttività”, ammoniscono.

A livello globale, infatti, il 40% delle imprese prevede di effettuare assunzioni nel 2018 (contro il 29% di 12 mesi fa). Il 36% prevede di incrementare gli investimenti in impianti e macchinari (contro il 33% dello scorso anno) e l’ottimismo globale ha toccato il livello più alto mai registrato dall’IBR (il 58%). Il numero di imprese che prevede un incremento sia dei prezzi (36%) che della redditività (50%) ha anch’esso raggiunto livelli record.

L’Italia è in scia per quel che riguarda le dinamiche, anche se i valori assoluti sono inferiori. L’ottimismo è infatti al 24%, in crescita rispetto all’anno scorso (quando nello stesso periodo era al 12%). Il 28% delle imprese italiane prevede di reclutare nuovo personale, dato in leggero calo rispetto all’anno scorso (30%). Per quanto riguarda gli investimenti in tecnologia, il dato è in linea con la media globale e si attesta al 44% delle imprese italiane, in calo rispetto al 2016 (70%).  Per quanto riguarda i ricavi, il 48% delle imprese italiane è fiduciosa che aumenteranno, posizionandosi leggermente sotto la media europea (50%)

Alessandro Dragonetti di Bernoni Grant Thornton ha commentato i dati della ricerca concentrandosi sulla crescita prevista delle assunzioni e ricordando che “puntare sulla forza lavoro è soltanto una soluzione temporanea. Man mano che i livelli di disoccupazione calano, diventerà sempre più difficile avere la quantità e qualità di personale necessario per mantenere e aumentare la produttività. Si dovrebbe invece puntare su una maggior efficienza dei processi”.Dragonetti annota infatti che, “se stanno aumentando solo marginalmente gli investimenti in impianti e macchinari, gli investimenti in tecnologia sono addirittura in calo rispetto al trimestre precedente. Questo cambio di tendenza – un allontanamento dalla tecnologia a favore il capitale umano – è una potenziale causa di preoccupazione in un momento in cui la tecnologia offre alle imprese il principale fattore competitivo”.

Quanto all’Italia, pesa “la forte incertezza politica, visto che le  elezioni del 4 marzo difficilmente porteranno all’elezione di una maggioranza parlamentare in grado di esprimere un governo forte. Il Piano Industria 4.0 sembra esaurire gli effetti benefici sugli investimenti in tecnologia; ciò non toglie che innovazione e tecnologia possono ancora essere i pilastri del rilancio economico italiano a patto che siano uniti a progetti di formazione di eccellenza e a un approccio scientifico nell’organizzazione aziendale”.

Tratto da “La Repubblica.it”

 

cartella di pagamento senza accertamento

Tassa rifiuti: cartella di pagamento senza accertamento

Se hai ricevuto una cartella di pagamento per la tassa rifiuti non pagata qualche anno fa senza che fosse preceduta da un avviso di accertamento ti starai certamente chiedendo se la procedura è legittima o se, invece, avevi diritto a essere prima diffidato con una lettera, un sollecito o qualsiasi altra comunicazione preventiva del Comune. Hai infatti letto che la cartella esattoriale non è che l’ultimo atto, prima del pignoramento, recapitato al contribuente dopo un procedimento amministrativo più complesso: procedimento che inizia con l’accertamento dell’evasione, la comunicazione all’interessato per dargli la possibilità di “ravvedersi” e, in ultimo, culmina con «l’iscrizione a ruolo» dell’imposta non pagata; in pratica, l’ente titolare del credito prova sempre a recuperare autonomamente le somme, anche per non gravare il cittadino di spese ulteriori come aggi e sanzioni. Solo quando quest’ultimo tentativo dovesse risultare infruttuoso l’amministrazione delega l’Agente della Riscossione. Insomma, perché mai si è arrivati alla riscossione della tassa rifiuti, ossia alla cartella di pagamento senza l’accertamento preventivo? Hai quindi intenzione di impugnare la cartella di pagamento perché nulla, ossia emessa in assenza di notifica del precedente atto “presupposto”.

La possibilità di notificare direttamente una cartella di pagamento per la Tari non versata è stata esaminata dalla Cassazione qualche giorno fa [1]. L’ordinanza era assai attesa perché molti Comuni operano con riscossione diretta, senza prima la notifica di un avviso di pagamento.

Secondo la Suprema Corte, quando il Comune chiede il pagamento della tassa rifiuti basandosi sulla autoliquidazione fatta dal contribuente – ossia la dichiarazione relativa all’unità immobiliare e al numero di persone che la abitano – può riscuotere l’imposta senza prima un accertamento, ossia delegando direttamente l’Agente della Riscossione (e, quindi, con la notifica della cartella) oppure a mezzo di ingiunzione fiscale (che è l’atto, corrispondente alla cartella, emesso però in autonomia dal Comune). Detto in altri termini, il Comune non è tenuto a svolgere un previo accertamento in caso di omesso pagamento. Ma nello stesso tempo non può neanche applicare la sanzione del 30%.

Abbiamo appena detto – tra le righe – che la riscossione della tassa rifiuti senza accertamento è possibile solo quando l’importo viene determinato sulla base di quanto ha dichiarato il contribuente. Diverso è invece il caso in cui il Comune intende contestare i dati forniti dal proprietario dell’immobile: quando infatti si è in presenza di una dichiarazione omessa o infedele, il recupero dell’imposta sui rifiuti può avvenire solo previo accertamento, al fine di dare al contribuente la possibilità di difendersi e contestare la rideterminazione dell’immobile fatta dall’amministrazione. L’incertezza del dato utilizzato, a seguito della contestazione da parte dell’interessato, comporta la necessità dell’adozione dell’avviso di accertamento, in quanto l’amministrazione è tenuta a specificare «le ragioni per cui ha ritenuto di discostarsi dai dati ed elementi indicati nella dichiarazione».

Non si tratta di una interpretazione: è la stessa legge – sostiene la Cassazione – a prevedere la possibilità per i Comuni di procedere alla riscossione diretta dell’imposta sui rifiuti tramite liquidazione e iscrizione a ruolo, senza necessità di adottare o notificare un avviso di accertamento [2]. Solo però «nei casi in cui la liquidazione avvenga sulla base dei ruoli dell’anno precedente, cioè sulla base di dati ed elementi già acquisiti, e non soggetti ad alcuna modificazione o variazione». Se quindi l’amministrazione comunale ha richiesto la tassa determinandola sulla base di quanto ha dichiarato il contribuente, le somme non pagate vanno riscosse direttamente a mezzo ruolo o ingiunzione.

Si ricorre invece all’attività di accertamento quando il contribuente ha omesso di presentare la dichiarazione oppure questa contenga dati non corretti.

Secondo la Cassazione, i dati relativi all’iscrizione a ruolo dell’anno precedente, utilizzati per la liquidazione, possono «considerarsi acquisiti, cioè definitivi, risultando o dalla stessa dichiarazione del contribuente o da un accertamento dell’Ufficio divenuto inoppugnabile».

In sintesi, se il Comune aderisce ai dati che hai fornito tu stesso sull’immobile con la dichiarazione e accerta il semplice mancato pagamento dell’imposta Tari, è possibile la notifica immediata della cartella di pagamento. Nello stesso tempo però non si può procedere all’irrogazione della sanzione del 30% che sarebbe altrimenti in contrasto con la legge applicabile alle violazioni dei tributi locali: dalla legge [3], applicabile anche ai tributi locali, si desume infatti che la sanzione per omesso o ritardato pagamento non è applicabile all’imposta sui rifiuti.

Ricordiamo in ogni caso che il Comune può chiedere solo gli arretrati degli ultimi cinque anni poiché la prescrizione dell’imposta sulla spazzatura è quinquennale.

note

[1] Cass. ord. n. 3184/18 del 9.02.2018.

[2] Art. 72 d.lgs. n. 507/1993.

[3] Art. 13 dl.lgs. n. 471/1997.