Blocco pensione a chi non paga le cartelle esattoriali.

Possibile il blocco prima ancora del pignoramento: così Agenzia Entrate Riscossione può superare il limite di pignoramento di un quinto e prendersi tutta la pensione.

Brutte notizie per i pensionati che hanno maturato debiti con l’Agenzia Entrate Riscossione per cartelle di pagamento non saldate. Se è vero che la legge stabilisce degli scaglioni al pignoramento delle pensioni, scaglioni che comunque non possono superare un quinto dell’importo mensile (anche se accreditato sul conto corrente), questa normativa può essere facilmente aggirata e l’Esattore può prendersi tutta la pensione. Possibile? Sì: la novità è contenuta nella legge di bilancio 2018 [1] ed a confermarlo è lo stesso Inps in un messaggio appena diramato e che riportiamo per intero a termine di questo articolo [2]. Ad essere colpiti però non saranno tutti gli anziani, ma solo coloro che percepiscono importi oltre una certa cifra. Ecco dunque come funziona il nuovo blocco della pensione a chi non paga le cartelle esattoriali. In base all’attuale legge [3], ogni volta in cui la pubblica deve effettuare, in favore di un contribuente ed a qualsiasi titolo, un pagamento di almeno 5mila euro (tale limite, prima pari a 10mila euro, è stato ridotto alla metà dalla legge di bilancio 2018) deve sospendere l’accredito e interrogare l’Agente della Riscossione per verificare se il beneficiario è debitore di somme per l’omesso versamento di una o più notifiche di cartelle di pagamento. L’Esattore ha 5 giorni di tempo per rispondere. Se sono pendenti debiti, l’Agente per la riscossione ha 60 giorni di tempo per attivare la procedura di riscossione (inizialmente il termine era di 30 giorni, ma anche questo è stato ridotto dalla legge di bilancio), notificando al debitore l’ordine di versamento delle somme dovute. Ne abbiamo già parlato in Cartelle di pagamento e riscossione: ultime novità

In buona sostanza, dal 1° gennaio 2018, devono essere bloccati i pagamenti dell’Inps di pensioni, di indennità di fine servizio o di fine rapporto il cui importo netto superi i 5.000 euro per consentire all’Agenzia Entrate Riscossione di effettuare, su tali somme, prima del loro materiale accredito, il dovuto pignoramento e riscuotere i crediti avanzati dalla pubblica amministrazione e non soluti.

Attenzione però: l’Inps non può erogare l’assegno pensionistico finché non verifica la presenza di debiti, ma una volta accertato ciò, deve esse accantonata solo una parte della pensione pari a un quinto, detratto il minimo vitale (che è pari a una volta e mezzo l’assegno sociale); difatti questo è il limite di pignoramento consentito su pensioni ed altre somme ad esse assimilate. Quindi, l’Esattore potrà rivalersi con il pignoramento solo entro tale misura, che del resto è il limite generale previsto per il pignoramento delle pensioni. Ma non è detto che venga rispettata la legge; è già capitato, in passato, svariate volte che gli uffici abbiano commesso gravi errori in fase di accantonamento e riscossione e che, conseguentemente, l’Istituto Previdenziale abbia accreditato all’Agente della riscossione le somme dovute al pensionato ben oltre i limiti di pignorabilità. Il contribuente dovrà allora fare molta attenzione a che gli vengano sottratte, dopo il blocco del pagamento, solo le somme pignorabili. In caso contrario, potrà fare opposizione all’esecuzione. Ma dovrà attivarsi con un avvocato e depositare urgentemente un ricorso in tribunale (prima cioè che le somme siano accreditate); l’eventuale ricorso in autotutela non sospende i termini per il ricorso al giudice. Insomma: stop pensioni e buonuscite a chi ha cartelle di pagamento insolute. Nei confronti dei soggetti con debiti erariali superiori a 5 mila euro, infatti, l’Inps è tenuto a sospendere per 60 giorni il pagamento di pensioni, indennità fine servizio e indennità fine rapporto dello stesso importo e a segnalare il nominativo all’agente di riscossione. Il messaggio dell’Inps quindi aggiorna la procedura alle novità contenute nella legge di bilancio che, come detto, ha esteso la verifica e il controllo sui debiti erariali a tutti coloro che hanno debiti superiori a 5mila euro (e non più 10 mila) dando più tempo (60 giorni e non solo 30) all’Agente della riscossione per attivare la procedura di pignoramento. Due enormi vantaggi che, attive già dal 1° marzo 2018, suonano come una grossa mannaia per numerosi pensionati che avanzano crediti dall’Inps. Difatti, nel caso risulti l’inadempimento la prestazione è accantonata e il relativo pagamento sospeso per un massimo di 60 giorni. Lo stesso è previsto anche in caso di pensioni d’importo pari o superiore a 5.000 euro.

Infine, l’Inps ricorda che sono escluse dalla verifica le prestazioni assistenziali, le rendite Inail e le prestazioni erogate per conto di altri soggetti.

16 MARZO 2018

Tratto da LLpT

Alla moglie separata spetta il Tfr del marito?

Che succede se il marito percepisce la liquidazione dopo la separazione ma prima del divorzio.

Ti sei appena separata da tuo marito e ora questo si è fatto licenziare dall’azienda. Il tuo sospetto è che si tratti di una manovra studiata appositamente per non pagarti l’assegno di mantenimento. Di fatto, però, con il licenziamento, l’uomo ha preso anche la liquidazione: l’azienda gli ha versato una somma cospicua a titolo di Tfr (trattamento di fine rapporto) che gli consentirà di vivere serenamente per qualche anno, magari lavorando anche in nero. Il tutto a tuo danno. Così ti chiedi se alla moglie separata spetta il Tfr del marito. Se così fosse potresti avvantaggiarti anche tu delle somme che l’ex ha accumulato durante gli anni in cui eravate sposati e che solo ora riceverà.

Vediamo dunque se è possibile ottenere, dopo la separazione, una parte della liquidazione dell’ex marito.

Il TFR: cos’è e quando spetta?

La parola TFR è l’acronimo (ossia la sigla) delle parole Trattamento di Fine Rapporto. In molti lo chiamano ancora liquidazione. La funzione del Tfr è quella di assicurare una piccola rendita al dipendente una volta cessato il rapporto di lavoro. Pertanto esso spetta sia in caso di dimissioni volontarie, sia nel caso di licenziamento anche se determinato per una giusta causa, ossia per una condotta colpevole del dipendente. Viene fatto salvo il caso di integrale destinazione alla previdenza complementare o di cessione del credito a terzi, oppure di richiesta da parte del lavoratore di liquidazione diretta in busta paga. In termini più tecnici, il Tfr è un elemento della retribuzione il cui pagamento viene differito ad un momento successivo rispetto a quello di prestazione dell’attività lavorativa, ossia come detto alla cessazione del rapporto di lavoro. In buona sostanza, il datore di lavoro effettua annualmente degli accantonamenti di una quota della retribuzione che vengono rivalutati periodicamente. Il TFR non è assoggettato a contributi previdenziali.

A quanto ammonta il Tfr?

Il Tfr è tanto maggiore quanto più si è lavorato presso lo stesso datore di lavoro. È infatti proporzionato alla durata del contratto. In soldoni, esso ammonta a una mensilità per ogni anno di servizio. Più nel tecnico, l’ammontare del Tfr spettante al lavoratore è uguale alla somma, per ciascun anno di servizio, della retribuzione utile divisa per 13,5. Si tratta di una disposizione inderogabile da parte di qualsiasi fonte, sia in senso migliorativo che peggiorativo per il lavoratore.  La quota di retribuzione annuale così determinata deve essere accantonata e rivalutata al 31 dicembre di ciascun anno.

Alla ex moglie spetta il Tfr dell’ex marito?

La legge stabilisce che, in caso di divorzio, all’ex moglie spetta una quota del Tfr percepito dal marito. Si tratta di una sorta di ricompensa per aver consentito al marito di dedicarsi alla carriera. In realtà la disposizione è frutto di una impostazione tradizionale della famiglia, dove la moglie non lavorava e badava alla casa; grazie a questa sua dedizione al ménage domestico l’uomo poteva concentrarsi sul  lavoro. Per cui, essendo il Tfr il risultato di tale lavoro, alla moglie che vi aveva contribuito indirettamente le era dovuta una quota. Nonostante il mutamento della famiglia e la partecipazione diretta della moglie alla vita lavorativa, questa legge non è mutata e tutt’oggi l’ex moglie ha diritto a una quota del Tfr dell’ex marito. Ma solo a determinate condizioni. In particolare:

-la coppia deve aver divorziato;

-alla moglie deve essere stato riconosciuto l’assegno divorzile dal giudice;

– la moglie non deve aver accettato un assegno divorzile in un’unica soluzione (cosiddetto una tantum) ma deve percepire l’assegno mensile;

-la moglie non deve essersi risposata;

-il rapporto di lavoro deve essersi svolto prima del divorzio e non dopo.

A quanto ammonta il Tfr all’ex moglie?

Alla ex moglie viene riconosciuto solo una parte del Tfr dell’ex marito e non tutto. Tale percentuale è pari al 40% dell’indennità totale riferibile agli anni in cui il rapporto di lavoro è coinciso con il matrimonio. Nella determinazione della durata del matrimonio, si tiene conto anche dell’eventuale periodo di separazione legale, mentre nessuna rilevanza è riconosciuta alla cessazione della convivenza tra i coniugi.

Se il marito percepisce il Tfr dopo la separazione che diritti ha la moglie?

Potrà sembrare paradossale, ma la legge consente all’ex moglie di ottenere una quota del Tfr dell’ex marito solo a condizione che tra i due sia intervenuto il divorzio. Invece, nel caso di separazione l’ex moglie non potrà rivendicare il 40% del trattamento di fine rapporto percepito dal marito. Tale circostanza si desume dal fatto che la previsione del Tfr all’ex coniuge che percepisce il mantenimento si riferisce testualmente alle coppie divorziate e non può essere estesa anche a quelle separate. La Cassazione ha più volte precisato che il diritto alla quota del Tfr dell’atro coniuge sorge solo quando l’indennità sia maturata al momento o dopo la proposizione della domanda di divorzio, ma non anche quando sia maturata precedentemente ad essa. Conseguenza di quanto detto è che il coniuge separato potrà pretendere una quota del TFR dell’altro coniuge soltanto se, al momento della maturazione dell’indennità di fine rapporto, egli abbia già depositato ricorso per divorzio dinanzi la cancelleria del tribunale competente. Quindi, per tornare all’esempio da cui siamo partiti, nel momento in cui l’uomo viene licenziato o si dimette dal lavoro e tuttavia ancora la coppia non abbia ancora avviato il procedimento di divorzio, l’ex moglie non potrà chiedere al giudice di ottenere una percentuale di tale Tfr. Questa rigorosa regola subisce però delle attenuazioni. Poiché il Tfr finisce per “arricchire” l’ex marito, la donna potrà chiedere al giudice di tenere in considerazione tale maggiore disponibilità economica ai fini della quantificazione dell’assegno di mantenimento. A detta della giurisprudenza, se l’ex marito ottiene il pagamento del Tfr durante il periodo di separazione e prima del divorzio, l’ex coniuge, pur non potendo richiedere un quota percentuale su tale liquidazione (visto che la legge considera il periodo di separazione compreso nel matrimonio), questi potrà, tuttavia, chiedere che il giudice tenga conto dell’importo percepito:nella quantificazione dell’eventuale assegno di mantenimento (se la causa di separazione è ancora in corso); o, in un successiva richiesta di aumento dell’assegno di mantenimento (presentando una domanda di modifica delle condizioni della separazione successivamente alla sentenza di separazione stessa).

Cosa cambia dopo la sentenza Grilli che ha modificato le regole sul divorzio?

Come noto, la Cassazione ha riscritto le regole sull’assegno di divorzio, stabilendo che tale contributi spetta solo se l’ex moglie non è in grado di mantenersi da sola, ossia non è dotata di autosufficienza economica. La sentenza (denominata “sentenza Grilli”) ha di fatto tagliato le gambe a numerose richieste di mantenimento accampate da donne che possedevano già un lavoro o che, pur potendo lavorare (per età, condizioni di salute e formazione) preferivano non farlo per farsi invece mantenere. Difatti, secondo i giudici, l’assegno di divorzio non ha – come invece quello di mantenimento – la funzione di garantire il “medesimo tenore di vita” goduto durante il matrimonio rasolo l’indipendenza economica. Ebbene, venendo meno, in tutte tali situazioni, il diritto agli alimenti, verrà meno anche la possibilità di rivendicare una quota del Tfr dell’ex marito all’esito del divorzio. Abbiamo infatti detto che, condizione per ottenere il 40% della liquidazione dell’ex coniuge, è aver ottenuto dal giudice la liquidazione all’assegno divorzile da pagare mensilmente.

Tratto da LLpT