Il mio datore di lavoro può pignorami lo stipendio oltre il quinto?

 

Quando il datore di lavoro può effettuare un “pignoramento dello stipendio” oltre il quinto previsto dalla legge nel caso di danni prodotti dal lavoratore o di  dimissioni senza giusta causa.

Ti è stato detto che un pignoramento è possibile fino a massimo un quinto dello stipendio, tuttavia il datore di lavoro ti sta operando una trattenuta sullo stipendio per somme superiori al 20% dello stipendio stesso. La motivazione da lui addotta è per alcuni danni che il tuo comportamento avrebbe procurato all’azienda. La questione non è di poco conto: difatti, sei convinto che, se ti avesse fatto causa e ti avesse pignorato lo stipendio, non sarebbe mai potuto andare oltre questo tetto. Così ti chiedi se è legittimo un comportamento del genere, se cioè è possibile una trattenuta oltre il quinto dello stipendio. La questione è stata analizzata diverse volte dalla Cassazione [1].

Quando il datore di lavoro è creditore nei confronti del lavoratore per somme da questi dovute a titolo di risarcimento del danno, può effettuare autonomamente una trattenuta sullo stipendio, a condizione che il danno sia certo e sia stato contestato al dipendente. Questa trattenuta si chiama tecnicamente «compensazione». La compensazione scatta tutte le volte in cui due soggetti sono reciprocamente creditori e debitori l’uno dell’altro. Ad esempio se Mario è creditore di Giovanni di 50 euro e, nello stesso tempo però, gli deve anche pagare 70 euro, potrà compensare le due partite versandogli solo 20 euro (70 – 5  0). Si è a lungo discusso sulla possibilità di utilizzare questo meccanismo nell’ambito del rapporto di lavoro per i danni prodotti dal dipendente. Il dubbio si è posto perché una cosa sarebbe il contratto e il diritto allo stipendio (garantito dalla costituzione), un altro invece il diritto al risarcimento per atti illeciti. In verità, però, la Cassazione ha detto che il rapporto è unico e deriva dal contratto di lavoro. Dunque Il datore di lavoro può compensare l’entità del danno causato dal lavoratore trattenendogli dalla retribuzione netta parte della stessa, a condizione che il danno sia stato preventivamente contestato al lavoratore.

A questo punto, però, bisogna confrontarsi con una disposizione del codice di procedura civile [2] in base alla quale il creditore può pignorare lo stipendio del lavoratore dipendente o parasubordinato ma entro massimo un quinto del suo ammontare (i restanti quattro quinti devono restare in mano al debitore-lavoratore). Questa disposizione vale anche se il pignoramento avviene sul conto corrente: le mensilità che, dopo la notifica del predetto pignoramento, l’azienda versa sul conto del debitore possono essere trattenute dalla banca e versate al creditore sempre entro massimo un quinto.

Stando a questa regola, il datore di lavoro, creditore del dipendente per via dei danni da questi prodotti, che compensa dal suo stipendio le somme dovutegli dovrebbe comunque rispettare il limite del quinto pignorabile. E invece non succede così. Difatti, come ha chiarito la Cassazione, tutte le volte in cui il datore di lavoro effettua una trattenuta sullo stipendio del dipendente a compensazione dei danni da questi prodotti all’azienda, non è tenuto a rispettare il limite del quinto (limite che invece riguarda qualsiasi altro pignoramento sulla retribuzione).

Difatti, i contrapposti crediti (quello del lavoratore e quello del datore di lavoro) hanno origine da un unico rapporto, quello lavorativo, sicché la valutazione delle singole pretese comporta solo un accertamento contabile di dare e avere e non una compensazione in senso tecnico. In particolare, il limite del pignoramento del quinto non vale se il datore vuole compensare il proprio credito – a titolo di risarcimento per danni prodotti dal lavoratore poco diligente – col credito retributivo vantato dal lavoratore.

Si legge in una sentenza della Suprema Corte [3]: «Il limite di un quinto alla compensabilità dei crediti del lavoratore con suoi debiti non si applica quando il datore di lavoro operi il conguaglio tra un credito risarcitorio per danni da prestazione lavorativa non diligente e un credito retributivo vantato dal prestatore. Il limite in questione torna tuttavia a operare quando una clausola di contratto collettivo lo preveda».

Il fatto che il lavoratore abbia commesso un illecito a discapito dell’azienda legittima il datore di lavoro a proporre un’azione di risarcimento e a ottenere la compensazione dei danni subiti con i crediti del lavoratore, ma non gli dà il diritto di ridurre le retribuzioni dovute a titolo risarcitorie.

Alcuni contratti collettivi prevedono una particolare disciplina e possono disciplinare le modalità con le quali deve avvenire la trattenuta, prevedendo – ad esempio – una rateizzazione del debito del lavoratore verso l’azienda; tale rateizzazione è volta a garantire che la retribuzione mensile del lavoratore non subisca una riduzione superiore ad una determinata percentuale del suo importo.

Un caso tipico di trattenuta sullo stipendio del lavoratore dipendente è quella nel caso in cui questi si dimetta senza giusta causa senza dare il preavviso. Il datore di lavoro può allora compensare l’indennità sostitutiva del preavviso sul Tfr o sulle ultime retribuzioni. Infatti essa va considerata quale penale per la mancata prestazione durante il periodo di preavviso.

In ogni caso la trattenuta può avvenire entro massimo 10 anni, oltre i quali si compie la prescrizione.

note

[1] Cass. sent. n. 1245 del 6.02.1987; Cass. ord. n. 10132/18 del 26.04.2018.

[2] Art. 545 cod. proc. civ.

[3] Cass. sent. n. 9904/2003: « L’esistenza di crediti contrapposti nascenti dallo stesso rapporto di lavoro dà luogo invece a un mero « accertamento contabile del dare e dell’avere » (per tutte Cass. 11 aprile 1990, n. 3067, cit.) non soggetto ad alcuna limitazione, ovvero a una « compensazione atecnica ». Se è vero inoltre che nel rapporto di lavoro, intorno al nucleo sinallagmatico del contratto, consistente nella corrispettività fra la prestazione di facere e la corresponsione della retribuzione, si dispone « una costellazione di situazioni giuridiche soggettive accessorie o strumentali, le quali, pur senza identificarsi con la relazione obbligatoria principale…, compongono il contenuto complesso del rapporto globalmente considerato » (cfr. Grandi, voce Rapporto di lavoro, Enc dir, XXXVIII, Milano, 1987, 314), il limite di un quinto alla compensabilità dei crediti di lavoro attiene a ridottissime ipotesi, ovvero solo a quelle in cui il credito del datore di lavoro sorga per cause estranee al rapporto di impiego». La sentenza in esame conferma in pieno l’orientamento maggioritario di giurisprudenza e dottrina. La Corte, infatti, dopo aver ribadito che il limite di un quinto alla compensabilità dei crediti di lavoro non si applica « quando i contrapposti crediti abbiano origine da un unico rapporto, sì che la valutazione delle singole pretese importi solo un accertamento contabile di dare e avere e non una compensazione in senso tecnico », afferma che « non vale perciò il detto limite quando il datore di lavoro voglia compensare il credito risarcitorio per danni da prestazione lavorativa non diligente col credito retributivo vantato dal prestatore » (v. anche Cass. 5 maggio 1995, n. 4873; in dottrina, v. per tutti Ichino, Il contratto di lavoro, II, Tratt CM, 2003, 245). Tale posizione della Corte appare condivisibile. Nel caso concreto, in primo luogo, è evidente l’attinenza dei due crediti contrapposti (quello risarcitorio vantato dal datore di lavoro e quello retributivo – un trattamento di fine rapporto – dovuto al lavoratore) a un unico rapporto giuridico, quello di lavoro subordinato. In secondo luogo, appare poco ragionevole che il datore di lavoro non possa « appianare » il suo credito risarcitorio corrispondendo al lavoratore i quattro quinti del trattamento di fine rapporto per poi promuovere un’azione giudiziale per recuperare il resto del suo credito.

La stessa Corte aggiunge che il limite di un quinto alla compensabilità dei crediti di lavoro « torna tuttavia ad operare, anche nel caso di compensazione atecnica ossia di mero calcolo dare-avere, quando una clausola di contratto collettivo lo permetta, salvi restando sempre i diversi accordi individuali » (v. anche Cass. 4 luglio 1997, n. 6033, cit.).

Tratto da LLpT 30/04/2018

 

Hai ricevuto una cartella di pagamento e non sai che fare?

Consigli per chi riceve una cartella esattoriale e non sa se fare ricorso oppure pagare.

Il manuale d’istruzioni su cosa fare se si riceve una cartella di pagamento non è mai stato scritto anche se le soluzioni che si prospettano al contribuente sono solo tre (almeno in astratto): o paga e mette tutto a tacere (magari sfruttando la possibilità di chiedere una dilazione); o fa ricorso sperando che il giudice, dopo aver sospeso l’esecutività della cartella, gli dia ragione; oppure non fa nulla e aspetta – se mai dovesse arrivare – un eventuale pignoramento. Chiaramente, chi ha più ragione a muoversi è chi ha qualcosa da perdere: chi ha un conto in banca fiorente, chi ha una casa o terreni, chi possiede una pensione superiore al minimo, chi ha un’attività commerciale e non vuole trovarsi dinanzi al rischio di un fallimento. Una cosa però è certa: chi riceve una cartella di pagamento non è mai (o meglio, non dovrebbe essere mai) totalmente all’oscuro del debito. Prima infatti della cartella, gli va notificata l’intimazione di pagamento dell’ente creditore (e se così non dovesse essere potrebbe opporsi alla cartella), sicché questo sta a significare che una previsione era già possibile farla qualche tempo prima e, magari, correre ai ripari in anticipo. Quello che però non è certo è ciò che avverrà dopo la cartella: ci sono molti esempi di casi in cui l’ente della riscossione non agisce facendo cadere in prescrizione il proprio credito, così come tanti altri in cui, già dopo i sessanta giorni dalla notifica, provvede a eseguire un fermo auto. Ecco allora qualche suggerimento su che fare se si riceve una cartella di pagamento.

Quante possibilità di vittoria ho se faccio ricorso?

Poiché a nessuno piace pagare, la prima domanda che ci si fa quando arriva una cartella di pagamento è «Posso fare ricorso?». Chiaramente, non è possibile dare una risposta univoca: bisogna sempre leggere la cartella e verificare che questa sia corretta. Una cosa però si può subito dire: bisogna diffidare da chi prospetta la possibilità di facili ricorsi. Difatti, quando arriva la cartella di pagamento non è più possibile opporsi contro i motivi del pagamento, il cosiddetto «merito» del debito. L’entità dell’imposta, i criteri di calcolo, l’esistenza del debito, il pagamento già estinto sono tutte contestazioni che andavano fatte un momento prima, quando la pubblica amministrazione ha notificato la prima richiesta di pagamento. Avendo invece fatto decorrere i termini, il debito si è “solidificato”: è come se fosse stato ammesso. Il che, per come è facile intuire, taglia le gambe a una serie di eccezioni che potevano essere sollevate in prima battuta. Se tuttavia la cartella dovesse essere il primo atto notificato al contribuente o se quel famoso primo atto dell’ente creditore non dovesse essere mai arrivato a destinazione, allora si potrebbe fare ricorso.

Ma allora quando si può fare ricorso contro la cartella di pagamento? I motivi sono solo quelli che attengono alla formazione della cartella stessa (che peraltro, essendo redatta secondo un modello ministeriale, è difficile che possa essere sbagliata). Noi abbiamo fornito un elenco di tutte le eccezioni possibili e immaginabili nella guida Come difendersi da Agenzia Entrate Riscossione. Tuttavia possiamo già dire che, sulla base dell’esperienza processuale, il vizio più tipico della cartella riguarda la prescrizione e il difetto di notifica degli atti presupposti. Cerchiamo di spiegarci meglio.

Opporsi alla cartella per prescrizione o decadenza del debito

Una cartella esattoriale non può arrivare quando vuole lei, come un parente invadente. Ci sono dei tempi da rispettare. Il primo è il termine di decadenza: si tratta del termine massimo che deve intercorrere tra la data in cui l’ente creditore ha “iscritto a ruolo” il proprio credito (atto con cui formalmente delega l’esattore alla riscossione e la cui data viene riportata sul dettaglio della cartella) e la notifica della cartella esattoriale. Questa data non può essere interrotta o sospesa con solleciti di pagamento: o si rispetta o non si rispetta. La decadenza varia da due a quattro anni a seconda del tributo. Leggi Cartella di pagamento: termini di decadenza. Ad esempio, per quanto riguarda Irpef e Iva la cartella deve essere notificata, a pena di decadenza, entro il 31 dicembre del

  • secondo anno successivo a quello in cui l’accertamento è divenuto definitivo;
  • terzo anno successivo a quello di presentazione della dichiarazione, in caso di liquidazione automatica;
  • quarto anno successivo a quello di presentazione della dichiarazione, in caso di controllo formale.

Per quanto riguarda Imu, Tasi, Tari, Ici e bollo auto, la decadenza si verifica al 31 dicembre del terzo anno successivo a quello in cui l’accertamento è divenuto definitivo.

Poi c’è la prescrizione che, invece, può sempre essere interrotta con una diffida o con la stessa notifica della cartella di pagamento. I termini, anche in questo caso, variano da tributo a tributo e si va dai 10 anni per Iva, Irpef, Canone Rai, Camera di Commercio, ai 5 anni per Imu, Tasi, Tari, sanzioni, multe stradali, contributi previdenziali Inps e Inail, ai 3 anni per il bollo auto.

Se la cartella non rispetta questi termini può essere contestata. Non sperare che sia l’agente della riscossione a cancellare da sé la cartella: di solito non lo fa neanche se gli invii una richiesta di annullamento in autotutela. Devi ricorrere al giudice, ossia fare una causa. Oppure puoi fare finta di nulla e aspettare che arrivi un pignoramento: in quel caso opporti contestando la prescrizione. Questa soluzione ha il vantaggio di non costringerti ad anticipare soldi; peraltro è tutt’altro che scontato che l’esattore avvii un pignoramento accorgendosi di cartelle prescritte.

Mancata notifica dell’atto presupposto

Un’altra contestazione tipica è quella per difetto di notifica dell’atto di accertamento sulla base del quale è stata poi formata la cartella. Diciamoci la verità: sul punto spesso i contribuenti ci marciano. A volte infatti la notifica viene regolarmente eseguita, ma le prove si smarriscono o non viene compiuta correttamente tutta la trafila “burocratica” imposta dalla legge. Tipico è il caso della notifica alla casa comunale per chi, al momento dell’arrivo del messo notificatore o del postino, non si trovava a casa; in tali ipotesi bisognerebbe inviare al contribuente una seconda raccomandata con l’avviso di giacenza al Comune (oppure all’ufficio postale), ma non sempre succede o spesso si smarrisce.

Un comportamento prudente sarebbe quello di eseguire, prima del ricorso, un accesso agli atti per verificare se davvero la notifica è avvenuta in modo corretto e se le prove sono in possesso dell’agente della riscossione.

Varie decurtazioni e sconti

Ci sono poi diverse eccezioni che possono ridurre l’ammontare della cartella. Ad esempio, se si tratta di una cartella per un debito di un parente defunto non sono dovute le sanzioni e se ne può chiedere lo sgravio (in tal caso è sufficiente un’istanza in autotutela). In altre ipotesi, quando la cartella non indica il criterio di calcolo degli interessi, le annualità e il tasso applicato è possibile chiederne la decurtazione (stando almeno a diverse sentenze anche della Cassazione).

In ultima istanza potresti anche chiedere una dilazione, la cosiddetta rateazione che ha indubbiamente una serie di vantaggi, il più importante dei quali è che blocca la possibilità di pignoramenti, fermi auto e ipoteche.

Se non hai beni intestati

Non c’è bisogno di un avvocato a dirti che, se non hai beni intestati, la cartella di pagamento non dovrebbe costituire un problema. Difatti, il mancato pagamento del debito non si converte in sanzioni o pene ma solo nella possibilità di un pignoramento. Vien da sé che se non ci sono stipendi, immobili, auto o altri redditi da sottoporre ad esecuzione forzata, il contribuente non deve temere alcunché. È chiaro che, in caso di decesso, il debito – sempre che nel frattempo non si prescriva – passerà agli eredi, ma questi (proprio perché il parente è nullatenente) possono ben rifiutare l’eredità.

Vendere, donare e costituire fondi patrimoniali

Chi invece ha beni intestati non sfugge quasi mai alla tentazione di venderli o donarli. Però attenzione ai rischi. Se si dona la casa, il terreno, il conto corrente, ecc., l’atto è revocabile entro cinque anni. La revocatoria è facile da esperire: nel primo anno non c’è neanche bisogno di una causa (basta la trascrizione del pignoramento per poter sottoporre ad esecuzione forzata l’immobile); nei successivi quattro anni invece bisogna intentare un giudizio e dimostrare che il contribuente, all’esito della donazione, è rimasto privo di beni consistenti da pignorare. Se invece avesse altri beni (ad esempio più case), la revocatoria sarebbe impossibile. La stessa regola si applica per il fondo patrimoniale il quale, peraltro, anche dopo i cinque anni è sempre aggredibile per debiti fiscali.

Nel caso di vendita invece la revocatoria è più difficile perché il creditore deve dimostrare che l’acquirente fosse consapevole dell’esistenza del debito in capo al venditore.

In ogni caso, se ci si spoglia di un bene e si ha un debito superiore a 50mila euro per Irpef o Iva si commette il reato di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte.

Che succede se non pago

Chi non paga si sottopone al rischio di un pignoramento. Pignoramento che non è scontato: l’esattore non è sempre così efficiente e a volte si muove quando i propri crediti si sono prescritti. Ma se dovesse avviare il pignoramento dovrebbe rispettare alcune regole:

  • la casa (o qualsiasi altro immobile) si può ipotecare solo per debiti superiori a 20mila euro e sempre previa notifica del preavviso di ipoteca 30 giorni prima;
  • la casa (o qualsiasi altro immobile) si può pignorare solo per debiti superiori a 120mila euro e solo a condizione che: a) non sia la prima casa (intesa come unico immobile, non di lusso, adibito a civile abitazione e di residenza); b) la somma di tutti gli immobili del contribuente superi il valore di 120mila euro; c) si è iscritta prima ipoteca e sono decorsi 6 mesi;
  • il conto corrente su cui è depositato lo stipendio o la pensione si può pignorare entro determinati limiti: a) quanto alle somme già depositate all’atto del pignoramento, solo per la parte che supera il triplo dell’assegno sociale (circa 1340 euro); b) quanto ai successivi versamenti: un decimo se inferiori a 2.500 euro, un settimo se inferiori a 5mila euro, un quinto se superiori a 5mila euro;
  • lo stipendio può essere pignorato entro i limiti di un decimo se inferiore a 2.500 euro, un settimo se inferiore a 5mila euro, un quinto se superiore a 5mila euro;
  • la pensione può essere pignorata entro un decimo se inferiore a 2.500 euro, un settimo se inferiore a 5mila euro, un quinto se superiore a 5mila euro. Ma da tali importi va detratto il cosiddetto minimo vitale che è pari a una volta e mezzo l’assegno sociale (circa 620 euro).

Tratto da: LLpt 28/04/2018

Mutuo agevolato Legge 104, come funziona???

Chi ha diritto al mutuo agevolato disabili per l’acquisto, la ristrutturazione o l’aumento dell’efficienza energetica della casa.

Nella tua famiglia c’è un disabile, ossia un portatore di handicap ai sensi della Legge 104? Forse non sai che puoi aver diritto a un mutuo agevolato per l’acquisto o la ristrutturazione della prima casa. La misura, che consente di ottenere un mutuo ad un tasso molto basso non solo ai disabili, ma anche alle giovani coppie e alle famiglie numerose con almeno 3 figli a carico, si chiama Plafond Casa ed è stata introdotta da una convenzione firmata nel 2013 dall’Abi (Associazione bancaria italiana) e dalla Cdp (Cassa depositi e prestiti).

Possono essere finanziati anche gli acquisti e le ristrutturazioni con accrescimento dell’efficienza energetica, sino a un massimo di 350mila euro di spesa. La possibilità di usufruire delle agevolazioni, però, è subordinata alla capienza delle risorse stanziate.

Ma procediamo per ordine e vediamo come funziona il mutuo agevolato Legge 104.

Chi può richiedere il mutuo agevolato Legge 104?

Possono richiedere il mutuo agevolato Legge 104 soltanto le persone fisiche, non le società o gli enti in generale. Hanno la priorità per la fruizione dei benefici:

  • le giovani coppie;
  • i nuclei familiari di cui fa parte almeno un soggetto disabile;
  • le famiglie numerose.

Nel dettaglio, l’interessato può beneficiare del Plafond Casa se risulta:

  • componente di una giovane coppia, ossia di un nucleo familiare costituito da coniugi o da conviventi more uxorio che abbiano costituito nucleo da almeno due anni, in cui, alla data della domanda, almeno uno dei componenti non abbia superato i 35 anni e l’altro non superi i 40 anni di età;
  • componente di un nucleo familiare di cui fa parte almeno un soggetto disabile ai sensi della Legge 104;
  • componente di una famiglia numerosa, ossa di un nucleo familiare con tre o più figli

Quali acquisti e interventi finanzia il mutuo agevolato Legge 104?

Le finalità del mutuo ipotecario richiesto possono essere:

  • la ristrutturazione con accrescimento dell’efficienza energetica;
  • l’acquisto di un immobile residenziale;
  • un intervento congiunto di acquisto di immobile residenziale e ristrutturazione con accrescimento dell’efficienza energetica.

Per gli interventi di ristrutturazione con accrescimento dell’efficienza energetica, o di acquisto di immobile residenziale e ristrutturazione con accrescimento dell’efficienza energetica, il richiedente deve attestare che le operazioni finanziate accrescono la prestazione energetica dell’immobile residenziale ai sensi della normativa vigente in materia di certificazione energetica degli edifici.

Come funziona il mutuo agevolato Legge 104?

Per ottenere il mutuo agevolato Legge 104, il beneficiario deve rivolgersi ad una delle banche aderenti. La banca, per concedere il mutuo ipotecario finalizzato all’acquisto o alla ristrutturazione con tasso agevolato, deve utilizzare la provvista di scopo fornita dalla Cassa depositi e prestiti.

Di conseguenza, considerando che l’operazione di finanziamento è subordinata al ricevimento da parte della banca della provvista corrispondente da parte della Cassa depositi e prestiti, in caso di mancato ottenimento della provvista il mutuo non può essere erogato, anche se l’istruttoria viene completata con esito positivo.

Come si chiede il mutuo agevolato Legge 104?

Per chiedere il mutuo agevolato Legge 104 ci si deve rivolgere a una delle banche aderenti alla convenzione tra l’Abi e la Cassa depositi e prestiti.

In pratica, l’interessato deve recarsi presso una banca che offre il mutuo Plafond Casa e compilare un apposito modulo fornito dalla banca, in cui dichiara il possesso delle condizioni che danno luogo all’agevolazione (come il possesso di handicap ai sensi della Legge 104), le operazioni da finanziare (acquisto, ristrutturazione, con o senza efficientamento energetico), l’importo richiesto e la scelta tra tasso fisso e variabile.

Il modulo si chiama “Richiesta di mutuo ipotecario a banche su provvista cassa depositi e prestiti S.p.A.”

Per le banche, l’accesso al plafond della Cassa depositi e prestiti è regolato a sportello, fino ad esaurimento delle risorse

Qual è l’importo massimo del mutuo agevolato Legge 104?

Il mutuo può ammontare:

  • fino a 100 mila euro, per gli interventi di ristrutturazione con accrescimento dell’efficienza energetica;
  • fino a 250 mila euro per l’acquisto di immobili residenziali;
  • fino a 350 mila euro per interventi congiunti di acquisto e di ristrutturazione con accrescimento dell’efficienza energetica sulla stessa abitazione.

Qual è la durata massima del mutuo agevolato Legge 104?

Il mutuo può avere una durata massima di:

  • 10 anni durata riservata agli interventi di ristrutturazione con accrescimento dell’efficienza energetica
  • 20 anni per l’acquisto dell’abitazione con o senza ristrutturazione
  • 30 anni per l’acquisto dell’abitazione con o senza ristrutturazione

Dove si chiede il mutuo agevolato legge 104?

Le banche aderenti alla Convenzione CDP-ABI sono molto numerose. Tra queste vi sono:

  • Banca Nazionale Del Lavoro S.p.A.;
  • Banca Monte Dei Paschi Di Siena S.p.A.;
  • Unicredit S.p.A.;
  • Intesa Sanpalolo S.p.A.;
  • Banca Sella.

Tratto da LLpt 16/04/2018

 

L’azienda non va male: si può licenziare?

Se non c’è una crisi, il datore di lavoro può imporre il licenziamento per una ristrutturazione aziendale?

Immagina di ricevere una lettera di licenziamento da parte del tuo datore di lavoro: «Purtroppo la situazione è profondamente cambiata da quando l’abbiamo assunta e, al momento, non abbiamo più bisogno di lei». Magari, a primo acchito, tu credi che l’azienda stia per fallire o, comunque, stia andando male. E invece le casse sono fiorenti e gli incassi vanno a gonfie vele. Allora dai la colpa a qualche robot o computer che ti ha sostituito nelle funzioni, ma anche qui non trovi nulla che possa giustificare il licenziamento. Cosa pensi? Molto probabilmente andrai dal tuo avvocato a chiedergli di impugnare il licenziamento perché «ingiustificato». Eppure non è detto che sia così. Il vecchio mito del posto di lavoro fisso e intoccabile è ormai crollato anche per la Cassazione che, da qualche tempo, ha sposato il principio secondo cui si può licenziare anche quando l’azienda non va male e non c’è crisi. Possibile? Quando può materializzarsi quest’incubo? I chiarimenti giungono proprio oggi: con una nuova sentenza la Suprema Corte [1] ricorda che è valido il licenziamento intimato solo per aumentare i profitti del datore. Ma procediamo con ordine.

Licenziamento per giustificato motivo oggettivo

Si chiama licenziamento per giustificato motivo oggettivo ed è quello che viene intimato non per ragioni disciplinari ma per motivi legati alla produzione o all’organizzazione dell’azienda. Le scelte del datore di lavoro possono essere di vario tipo e spaziare dalle ragioni di carattere economico a quelle tecnico-produttive (ad esempio l’aumento dell’efficienza del lavoro attraverso l’introduzione di innovazioni produttive).

Si può licenziare per ristrutturazione

Secondo però la Cassazione [2] la ristrutturazione organizzativa non deve essere necessariamente volta a fronteggiare situazioni sfavorevoli di crisi che influiscano in modo incisivo sulla normale attività produttiva. Non deve insomma essere necessario procedere a una politica di riduzione dei costi per licenziare i dipendenti, ma è possibile anche avviare la ristrutturazione per migliorare i profitti e tagliare gli sprechi.

La ristrutturazione può anche essere rivolta a migliorare i profitti

Secondo i più recenti principi stabiliti dalla Suprema Corte, «ai fini della legittimità del licenziamento intimato per giustificato motivo oggettivo, l’andamento economico negativo dell’azienda non costituisce un presupposto necessario» e il datore di lavoro non è tenuto a dimostrare che l’azienda va male. È piuttosto sufficiente che visitano delle vere ragioni relative all’attività produttiva e all’organizzazione del lavoro, ragioni che determinino un effettivo mutamento dell’assetto organizzativo attraverso la soppressione di una o più posizioni lavorative. In ogni caso, tra le ragioni inerenti all’attività produttiva e all’organizzazione del lavoro «non possono essere aprioristicamente o pregiudizialmente escluse quelle che attengono ad una migliore efficienza gestionale o produttiva ovvero anche quelle dirette a un incremento della redditività d’impresa.

L’imprenditore è libero di decidere come organizzare l’azienda

Del resto – sottolinea la Cassazione – l’imprenditore è libero di organizzare la propria azienda per come meglio crede. Le scelte imprenditoriali che abbiano comportato la soppressione del posto di lavoro non sono del resto criticabili dai giudici, atteso che la nostra Costituzione [3] pone il principio secondo cui l’iniziativa economica privata è libera.

Si può licenziare senza crisi?

L’imprenditore è dunque libero di licenziare anche se non c’è una crisi in atto. L’importante è che la riorganizzazione aziendale per ridurre i costi sia effettiva e non solo una scusa per togliersi di torno il dipendente. Dunque, se anche il datore non deve provare le difficoltà economiche, in caso di contestazione del licenziamento deve riuscire a dimostrare che le ragioni sull’attività produttiva e sull’organizzazione del lavoro determinano un effettivo cambiamento dell’assetto organizzativo attraverso la soppressione della posizione ricoperta dal dirigente. In pratica deve dar prova che vi è stata davvero una ristrutturazione e la soppressione di una posizione. Non si può licenziare un dipendente, sostenendo che le sue mansioni non sono più utili e poi affidarle invece a un’altra persona.

Quando è possibile licenziare se l’azienda non va male

Alla luce di quanto detto si possono così sintetizzare le condizioni affinché sia valido il licenziamento pur in assenza di crisi:

  • il riassetto organizzativo deve essere effettivo, non “inventato” e fondato su circostanze realmente esistenti al momento del licenziamento;
  • a seguito di tale riassetto la posizione specifica del lavoratore licenziato deve essere venuta meno: le sue mansioni, cioè, devono essere state soppresse;
  • la scelta del dipendente da licenziare deve avvenire secondo correttezza e buona fede, senza porre in essere atti discriminatori;
  • bisogna prima verificare la possibilità di adibire il dipendente ad altre mansioni (cosiddetto repêchage);
  • deve essere dato il preavviso (o corrisposta la relativa indennità sostitutiva).

L’onere di provare la sussistenza delle condizioni sopra indicate ricade sul datore di lavoro.

note

[1] Cass. sent. n. 9127/18 del 12.04.2018.

[2] Cass. sent. n. 25201/16.

[3] Art. 41 Cost.

Tratto da LLpT 13/04/2018

Mantenimento ai figli: quando chiedere la riduzione dell’assegno?

Revisione del mantenimento per la prole: le eventuali maggiori potenzialità economiche del genitore convivente non danno in automatico all’altro il diritto a chiedere una revisione dell’assegno.

Avrai di certo sentito dire che, quando marito e moglie si separano, l’assegno di mantenimento che l’uno deve versare all’altro (di solito il marito in favore della moglie) può essere modificato nel tempo. La sentenza di separazione o di divorzio infatti può essere sempre oggetto di revisione laddove dovessero sorgere delle nuove situazioni (non sussistenti all’epoca del precedente giudizio) tali da sfasare l’equilibrio tra i rispettivi redditi. Così il soggetto obbligato al mantenimento può chiedere una riduzione dell’assegno quando l’ex ottiene un aumento salariale, una promozione o magari, partendo da una situazione di disoccupazione, viene assunto. Le condizioni economiche, in questi casi infatti, subiscono un riassetto di cui il tribunale non può non tenere conto. Tali regole però non valgono con i figli nei confronti dei quali, spesso, le mutate potenzialità economiche del genitore convivente non incidono sull’assegno di mantenimento che l’altro genitore deve loro erogare periodicamente. Tanto è stato più volte chiarito dalla Cassazione con una serie di sentenze che hanno spiegato, in materia di mantenimento ai figli, quando chiedere la riduzione dell’assegno.

In cosa consiste il mantenimento dei figli

Il codice civile [1] impone a entrambi i genitori, ciascuno in proporzione alle proprie capacità economiche, di mantenere, istruire ed educare i figli finché questi non diventa autosufficiente economicamente. Quest’obbligo sussiste anche dopo il raggiungimento dei 18 anni da parte della prole, ma scema gradatamente con l’ulteriore avanzamento dell’età fino a cessare del tutto superata la soglia dei trentacinque anni (almeno questo è l’orientamento attuale della giurisprudenza); in questa ipotesi, infatti, l’impossibilità di mantenersi viene considerata più che altro il frutto dell’inerzia del giovane.

Una volta che il giovane conquista l’indipendenza economica perde per sempre il diritto al mantenimento, diritto che pertanto non rivive nell’ipotesi in cui il ragazzo dovesse, per una ragione o per un’altra, perdere dopo poco lo stesso lavoro che lo aveva prima reso indipendente.

Tornando al dovere di mantenimento dei genitori, questi ultimi sono tenuti a far fronte ad una molteplicità di esigenze dei figli, che certamente non si esauriscono nella loro alimentazione, ma si estendono all’aspetto abitativo, scolastico, sportivo, sanitario, sociale, alla assistenza materiale e morale, alla opportuna predisposizione, fino a quando la loro età lo richieda, di una stabile organizzazione domestica, adeguata a rispondere a tutte le necessità di cura e di educazione. Il tutto rapportato all’attuale contesto sociale; per cui se è naturale oggi, per un ragazzo, avere un computer e navigare su internet, nel mantenimento rientra anche una connessione e un pc.

I genitori sono tenuti a tale adempimento non solo in base alle «rispettive sostanze» (come dice il codice civile), ma anche sulla scorta della «loro capacità di lavoro professionale o casalingo»; la Cassazione intende così valorizzare ai fini in discorso non soltanto le risorse economiche, di qualunque natura, ma anche le potenzialità reddituali e funzionali dei coniugi stessi [2].

Il mantenimento dei figli se i genitori sono separati

Quando i genitori si separano e non si mettono d’accordo sul mantenimento da erogare per il minore, si ricorre al tribunale. Resta il principio in base al quale entrambi i genitori devono contribuire al mantenimento dei figli, anche per quello con cui questi convivono. Per cui, sotto un aspetto patrimoniale, il giudice fissa:

un assegno di mantenimento mensile, che costituisce il contributo periodico e fisso per tutte le spese ordinarie;

l’obbligo di contribuire in base a una percentuale prefissata (di solito il 50%) su tutte le future ed eventuali spese straordinarie (v. spese mediche, viaggi scolastici, ripetizioni, ecc.).

Sotto invece l’aspetto personale, il giudice stabilisce:

l’affidamento condiviso in base al quale entrambi i coniugi hanno pari diritti e doveri verso i figli. Solo eccezionalmente viene fissato l’affidamento esclusivo o quello super esclusivo quando uno dei due genitori risulti totalmente incapace di provvedere all’educazione dei figli e anzi risulti dannoso per essi;

Sono legittimati a richiedere l’assegno:

il genitore convivente con il figlio;

il figlio maggiore d’età non economicamente indipendente, se non convive con alcuno dei genitori.

Pertanto, se il figlio si trasferisce stabilmente in un’altra città, il genitore non più convivente perde la legittimazione a richiedere l’assegno per il mantenimento del figlio.

A quanto ammonta il mantenimento dei figli?

Ai figli deve essere garantito lo stesso tenore di vita che avevano quando ancora i genitori erano uniti. A tal fine il giudice non può limitarsi a considerare soltanto il reddito ma deve valutare anche altri elementi di ordine economico suscettibili di incidere sulle condizioni delle parti, quali la disponibilità di un consistente patrimonio anche mobiliare e la conduzione di uno stile di vita particolarmente agiato e lussuoso.

In particolare, secondo la giurisprudenza l’assegno di mantenimento del figlio si calcola tenendo a riferimento i seguenti parametri:

le attuali esigenze del figlio;

il tenore di vita goduto dal figlio durante la convivenza con entrambi i genitori;

i tempi di permanenza presso ciascun genitore;

le risorse economiche di entrambi i genitori;

la valenza economica dei compiti domestici e di cura assunti da ciascun genitore.

Il pagamento dell’assegno non può essere sospeso durante il tempo in cui il figlio convive con il genitore obbligato a versare l’assegno di mantenimento e dunque, in particolare durante i periodi di vacanza.

L’assegno a favore dei figli è automaticamente adeguato per legge agli indici Istat, a meno che le parti o il giudice non abbiano indicato un diverso parametro in sede di separazione.

Quando non si può chiedere la riduzione del mantenimento dei figli

Con una serie di sentenze, la Cassazione ha detto che l’aumento del reddito del genitore presso cui i figli vivono non determina in automatico il diritto per l’altro di chiedere una riduzione dell’assegno di mantenimento nei loro confronti. Ecco cosa dicono tali pronunce.

L’arricchimento professionale del coniuge affidatario e il conseguimento di maggiori potenzialità economiche, nonostante garantisca al minore un miglior soddisfacimento delle sue esigenze vitali, non comporta una proporzionale diminuzione del contributo posto a carico dell’altro genitore; ciò perché a differenza di quanto avviene nella determinazione dell’assegno spettante al coniuge separato o divorziato, la determinazione del contributo per il mantenimento dei figli non si fonda su una rigida comparazione della situazione patrimoniale di ciascun coniuge [3].

La determinazione del contributo che per legge grava su ciascun coniuge per il mantenimento, l’educazione e l’istruzione della prole non si fonda, a differenza di quanto avviene nella determinazione dell’assegno spettante al coniuge separato o divorziato, su una rigida comparazione della situazione patrimoniale di ciascun coniuge. Pertanto, le maggiori potenzialità economiche del genitore affidatario concorrono a garantire al minore un migliore soddisfacimento delle sue esigenze di vita, ma non comportano una proporzionale diminuzione del contributo posto a carico dell’altro genitore [4].

La disponibilità di un alloggio da parte della madre affidataria, non più gravata dall’onere di pagare il canone locatizio, poiché comporta il conseguimento di maggiori potenzialità economiche che si traducono in un elemento positivo per la prole, non determina necessariamente una riduzione del contributo dovuto dall’altro coniuge per il mantenimento dei figli, che ove disposto comporterebbe una perdita del vantaggio conseguito [5].

Quando si può chiedere la riduzione del mantenimento dei figli

Nonostante quanto abbiamo appena detto, l’assegno di mantenimento dei figli può essere sempre oggetto di revisione – può quindi essere aumentato o diminuito o del tutto cancellato – in una serie di altre circostanze. Tra i casi più frequenti che spingono uno dei coniugi a richiedere una sua revisione vi è innanzitutto il cambiamento, in meglio o in peggio, delle capacità economiche di uno dei due genitori, ma tale circostanza – come abbiamo appena visto – non comporta un’automatica modifica, dovendo il giudice tenere innanzitutto conto degli interessi dei figli. Se ad esempio l’assegno versato dal genitore non convivente è tale da non soddisfare completamente i bisogni della prole:

un aumento del reddito del genitore non convivente coi figli consente all’altro di chiedere un aumento della misura del mantenimento;

un aumento del reddito del genitore convivente coi figli non consente all’altro di  chiedere una riduzione della misura del mantenimento che grava su di lui.

Un altro fattore che può giustificare la riduzione del mantenimento sono la costituzione di un nuovo nucleo familiare da parte del genitore obbligato al mantenimento.

Le modalità della revisione dell’assegno per i figli sono due:

l’accordo tra i coniugi;

il ricorso al giudice.

note

[1] Artt. 147 e 148 cod. civ.

[2] Cass. sent. n. 11025/1997.

[3] Cass. sent. n. 1607/2007.

[4] Cass. sent. n. 18538/2013.

[5] Cass. sent. n. 6648/2018.

Tratto da LLpT 11/04/2018

Invalidità civile: chi può chiederla?

Cos’è l’invalidità civile? Quali sono le percentuali di invalidità? Chi può richiederla? Quali sono le agevolazioni? Come ottenerla?

La legge italiana assicura sostegno alle persone che, a causa della loro patologia, non possono svolgere le funzioni tipiche della vita quotidiana. Per questi soggetti, l’ordinamento prevede delle agevolazioni che possano fungere da contrappeso allo stato invalidante cui sono costretti. Tanto premesso, vediamo chi può richiedere l’invalidità civile.

Invalidità civile: cos’è?

Prima ancora di scoprire chi può richiedere l’invalidità civile, spendiamo qualche parola su cosa sia l’invalidità civile.

L’invalidità è la difficoltà a svolgere alcune funzioni tipiche della vita quotidiana o di relazione a causa di una menomazione o di un deficit fisico, psichico o intellettivo, della vista o dell’udito. L’invalidità viene definita civile quando non deriva da cause di servizio, di guerra, di lavoro.

Invalidità civile: a chi spetta?

Secondo l’ordinamento italiano, è invalido civile chiunque sia affetto da patologie tali da compromettergli la normale capacità lavorativa (se in età da lavoro, cioè tra i diciotto e i sessantacinque anni e sette mesi), ovvero da renderlo incapace di svolgere le attività tipiche della sua età, qualora non rientrasse nella dette fascia (quindi se minore di diciotto o maggiore di sessantacinque anni).

I cittadini con età superiore ai sessantacinque anni e sette mesi, quindi, possono chiedere il riconoscimento dello stato invalidante ai soli fini dell’assistenza socio-sanitaria e dell’indennità di accompagnamento, quando abbiano difficoltà persistenti a svolgere i compiti e le funzioni della propria età.

Allo stesso modo, il minore di diciotto anni dovrà dimostrare di versare  in condizioni di difficoltà persistenti a svolgere i compiti e le funzioni della propria età, allo scopo di avere diritto all’indennità di frequenza.

In particolare, la legge [1] dice che «si considerano mutilati e invalidi civili i cittadini affetti da minorazione congenita e/o acquisita (comprendenti) gli esiti permanenti delle infermità fisiche e/o psichiche e sensoriali che comportano un danno funzionale permanente, anche a carattere progressivo, compresi [] insufficienze mentali derivanti da difetti sensoriali e funzionali che abbiano subito una riduzione permanente della capacità lavorativa non inferiore a un terzo, o se minori di anni 18, che abbiano difficoltà persistenti a svolgere i compiti e le funzioni proprie dell’età».

Invalidità civile: cosa spetta?

I benefici concessi variano a seconda del grado di invalidità riconosciuto: ad esempio, un’invalidità del 100% dà diritto a ricevere una pensione di inabilità. I vantaggi diversi da quelli economici non sono meno importanti: anche senza aver ottenuto un’invalidità totale, il malato ha diritto alla fornitura gratuita di protesi, presidi ed ausili; all’esenzione (parziale o totale, a seconda del grado di invalidità) dal pagamento del ticket sanitario per tutte le prestazioni mediche riguardanti la patologia invalidante; ad agevolazioni per le graduatorie delle case popolari e per il canone telefonico (in base ai redditi dichiarati).

L’assegno di invalidità spetta solo a chi sia dichiarato invalido con una percentuale compresa tra il 74 e il 99%; inoltre, a differenza dell’indennità di accompagnamento, è necessario anche che il soggetto versi in uno stato di bisogno economico.

La pensione di inabilità, invece, spetta solamente a chi viene riconosciuta un’invalidità pari al 100%.

Schematicamente, quindi, possiamo così sintetizzare:

  1. invalidità pari o superiore al 34% (soglia minima): prestazioni di carattere socio-assistenziale quali, ad esempio, prestazioni protesiche e ortopediche;
  2. invalidità pari o superiore al 46%: iscrizione al collocamento mirato;
  3. invalidità pari o superiore al 50%: congedo straordinario per cure (se previsto dal Ccnl);
  4. invalidità pari o superiore al 67%: esenzione parziale pagamento ticket per visite specialistiche, esami e diagnostica strumentale.
  5. invalidità pari o superiore al  74%: assegno mensile di assistenza;
  6. invalidità pari al 100%: pensione d’inabilità.

Inoltre, la persona invalida al 100% che sia anche incapace di deambulare senza l’aiuto permanente di un accompagnatore o con necessità di assistenza continua o che non sia in grado di compiere autonomamente gli atti quotidiani della vita, ha diritto anche all’indennità di accompagnamento [2] a prescindere dai requisiti economici (cioè dal reddito).

Invalidità civile: come ottenerla?

L’invalidità civile viene valutata ed, eventualmente, riconosciuta da apposita commissione medica la quale, sulla scorta delle tabelle ministeriali [3], stabilisce il grado di invalidità relativamente alla patologia della persona.

Nello specifico, colui che intende chiedere l’invalidità civile deve innanzitutto recarsi dal proprio medico di famiglia per la compilazione online del certificato medico introduttivo, perché sia attestata la patologia invalidante.

Fatto ciò, occorre trasmettere telematicamente  il certificato medico all’Inps, accedendo direttamente alla propria area personale mediante codice pin oppure tramite avvocato, patronato o associazioni di categoria. L’Inps provvederà a fissare la visita medica di accertamento presso la Commissione Asl integrata da un medico Inps.

note

[1] Legge n. 118/1971 del 30.03.1971.

[2] Legge n. 18/1980.

[3] Decreto Ministeriale del 05.02.1992.

Tratto da: LLpT 05/04/2018

 

Responsabilità medica: i danni da violazione del dovere di informazione

Dalla violazione, da parte del medico, del dovere di informare il paziente possono discendere, per la Corte di Cassazione, due tipi di danno:

  • il danno alla salute, che sussiste quando il paziente, se fosse stato correttamente informato, avrebbe evitato di sottoporsi all’intervento e di subirne le conseguenze invalidanti;
  • il danno da lesione del diritto all’autodeterminazione, che sussiste quando il paziente, in conseguenza del deficit informativo, abbia subito un pregiudizio diverso da quello alla salute, di natura patrimoniale o non patrimoniale ma di apprezzabile gravità e che potrà essere provato anche mediante presunzioni (“fondate, in rapporto di proporzionalità inversa, sulla gravità delle condizioni di salute del paziente e sul grado di necessarietà dell’operazione”).

Sulla questione i giudici di legittimità si sono ampiamente soffermati nella recente sentenza numero 7248/2018 , ricordando che il paziente ha una pretesa legittima di conoscere le conseguenze di un intervento medico con necessaria e ragionevole precisione, al fine di poterle affrontare con la maggiore e migliore consapevolezza.

Le conseguenze di una corretta informazione

Da una corretta e compiuta informazione, insomma, discendono molteplici conseguenze, che sono state sintetizzate dalla Corte nelle seguenti:

  • il diritto del paziente di scegliere tra trattamenti medici differenti,
  • la sua facoltà di rivolgersi a un altro sanitario o a un’altra struttura che lo garantiscano maggiormente in termini percentuali,
  • il diritto di rifiutare l’intervento o di rifiutare o interrompere la terapia,
  • la facoltà di predisporsi ad affrontare le conseguenze dell’intervento in maniera consapevole.

Informazioni dettagliate e niente consenso orale

Nella recente sentenza, la Corte di cassazione, sempre in merito al consenso informato, ha inoltre precisato che lo stesso “deve basarsi su informazioni dettagliate, idonee a fornire la piena conoscenza della natura, portata ed estensione dell’intervento medico-chirurgico, dei suoi rischi, dei risultati conseguibili e delle possibili conseguenze negative”, mentre non è possibile acquisire legittimamente il consenso attraverso la sottoscrizione, da parte del paziente, di un modulo del tutto generico.

Ma non solo: l’obbligo di fornire un’idonea ed esaustiva informazione al paziente non può dirsi validamente adempiuto dal medico quando il consenso sia poi acquisito con modalità improprie, “sicché non può ritenersi validamente prestato il consenso espresso oralmente dal paziente”.

Corte di cassazione testo sentenza numero 7248/2018 

Tratto dalla LLpT 4 aprile 2018