Hai ricevuto una cartella di pagamento e non sai che fare?

Consigli per chi riceve una cartella esattoriale e non sa se fare ricorso oppure pagare.

Il manuale d’istruzioni su cosa fare se si riceve una cartella di pagamento non è mai stato scritto anche se le soluzioni che si prospettano al contribuente sono solo tre (almeno in astratto): o paga e mette tutto a tacere (magari sfruttando la possibilità di chiedere una dilazione); o fa ricorso sperando che il giudice, dopo aver sospeso l’esecutività della cartella, gli dia ragione; oppure non fa nulla e aspetta – se mai dovesse arrivare – un eventuale pignoramento. Chiaramente, chi ha più ragione a muoversi è chi ha qualcosa da perdere: chi ha un conto in banca fiorente, chi ha una casa o terreni, chi possiede una pensione superiore al minimo, chi ha un’attività commerciale e non vuole trovarsi dinanzi al rischio di un fallimento. Una cosa però è certa: chi riceve una cartella di pagamento non è mai (o meglio, non dovrebbe essere mai) totalmente all’oscuro del debito. Prima infatti della cartella, gli va notificata l’intimazione di pagamento dell’ente creditore (e se così non dovesse essere potrebbe opporsi alla cartella), sicché questo sta a significare che una previsione era già possibile farla qualche tempo prima e, magari, correre ai ripari in anticipo. Quello che però non è certo è ciò che avverrà dopo la cartella: ci sono molti esempi di casi in cui l’ente della riscossione non agisce facendo cadere in prescrizione il proprio credito, così come tanti altri in cui, già dopo i sessanta giorni dalla notifica, provvede a eseguire un fermo auto. Ecco allora qualche suggerimento su che fare se si riceve una cartella di pagamento.

Quante possibilità di vittoria ho se faccio ricorso?

Poiché a nessuno piace pagare, la prima domanda che ci si fa quando arriva una cartella di pagamento è «Posso fare ricorso?». Chiaramente, non è possibile dare una risposta univoca: bisogna sempre leggere la cartella e verificare che questa sia corretta. Una cosa però si può subito dire: bisogna diffidare da chi prospetta la possibilità di facili ricorsi. Difatti, quando arriva la cartella di pagamento non è più possibile opporsi contro i motivi del pagamento, il cosiddetto «merito» del debito. L’entità dell’imposta, i criteri di calcolo, l’esistenza del debito, il pagamento già estinto sono tutte contestazioni che andavano fatte un momento prima, quando la pubblica amministrazione ha notificato la prima richiesta di pagamento. Avendo invece fatto decorrere i termini, il debito si è “solidificato”: è come se fosse stato ammesso. Il che, per come è facile intuire, taglia le gambe a una serie di eccezioni che potevano essere sollevate in prima battuta. Se tuttavia la cartella dovesse essere il primo atto notificato al contribuente o se quel famoso primo atto dell’ente creditore non dovesse essere mai arrivato a destinazione, allora si potrebbe fare ricorso.

Ma allora quando si può fare ricorso contro la cartella di pagamento? I motivi sono solo quelli che attengono alla formazione della cartella stessa (che peraltro, essendo redatta secondo un modello ministeriale, è difficile che possa essere sbagliata). Noi abbiamo fornito un elenco di tutte le eccezioni possibili e immaginabili nella guida Come difendersi da Agenzia Entrate Riscossione. Tuttavia possiamo già dire che, sulla base dell’esperienza processuale, il vizio più tipico della cartella riguarda la prescrizione e il difetto di notifica degli atti presupposti. Cerchiamo di spiegarci meglio.

Opporsi alla cartella per prescrizione o decadenza del debito

Una cartella esattoriale non può arrivare quando vuole lei, come un parente invadente. Ci sono dei tempi da rispettare. Il primo è il termine di decadenza: si tratta del termine massimo che deve intercorrere tra la data in cui l’ente creditore ha “iscritto a ruolo” il proprio credito (atto con cui formalmente delega l’esattore alla riscossione e la cui data viene riportata sul dettaglio della cartella) e la notifica della cartella esattoriale. Questa data non può essere interrotta o sospesa con solleciti di pagamento: o si rispetta o non si rispetta. La decadenza varia da due a quattro anni a seconda del tributo. Leggi Cartella di pagamento: termini di decadenza. Ad esempio, per quanto riguarda Irpef e Iva la cartella deve essere notificata, a pena di decadenza, entro il 31 dicembre del

  • secondo anno successivo a quello in cui l’accertamento è divenuto definitivo;
  • terzo anno successivo a quello di presentazione della dichiarazione, in caso di liquidazione automatica;
  • quarto anno successivo a quello di presentazione della dichiarazione, in caso di controllo formale.

Per quanto riguarda Imu, Tasi, Tari, Ici e bollo auto, la decadenza si verifica al 31 dicembre del terzo anno successivo a quello in cui l’accertamento è divenuto definitivo.

Poi c’è la prescrizione che, invece, può sempre essere interrotta con una diffida o con la stessa notifica della cartella di pagamento. I termini, anche in questo caso, variano da tributo a tributo e si va dai 10 anni per Iva, Irpef, Canone Rai, Camera di Commercio, ai 5 anni per Imu, Tasi, Tari, sanzioni, multe stradali, contributi previdenziali Inps e Inail, ai 3 anni per il bollo auto.

Se la cartella non rispetta questi termini può essere contestata. Non sperare che sia l’agente della riscossione a cancellare da sé la cartella: di solito non lo fa neanche se gli invii una richiesta di annullamento in autotutela. Devi ricorrere al giudice, ossia fare una causa. Oppure puoi fare finta di nulla e aspettare che arrivi un pignoramento: in quel caso opporti contestando la prescrizione. Questa soluzione ha il vantaggio di non costringerti ad anticipare soldi; peraltro è tutt’altro che scontato che l’esattore avvii un pignoramento accorgendosi di cartelle prescritte.

Mancata notifica dell’atto presupposto

Un’altra contestazione tipica è quella per difetto di notifica dell’atto di accertamento sulla base del quale è stata poi formata la cartella. Diciamoci la verità: sul punto spesso i contribuenti ci marciano. A volte infatti la notifica viene regolarmente eseguita, ma le prove si smarriscono o non viene compiuta correttamente tutta la trafila “burocratica” imposta dalla legge. Tipico è il caso della notifica alla casa comunale per chi, al momento dell’arrivo del messo notificatore o del postino, non si trovava a casa; in tali ipotesi bisognerebbe inviare al contribuente una seconda raccomandata con l’avviso di giacenza al Comune (oppure all’ufficio postale), ma non sempre succede o spesso si smarrisce.

Un comportamento prudente sarebbe quello di eseguire, prima del ricorso, un accesso agli atti per verificare se davvero la notifica è avvenuta in modo corretto e se le prove sono in possesso dell’agente della riscossione.

Varie decurtazioni e sconti

Ci sono poi diverse eccezioni che possono ridurre l’ammontare della cartella. Ad esempio, se si tratta di una cartella per un debito di un parente defunto non sono dovute le sanzioni e se ne può chiedere lo sgravio (in tal caso è sufficiente un’istanza in autotutela). In altre ipotesi, quando la cartella non indica il criterio di calcolo degli interessi, le annualità e il tasso applicato è possibile chiederne la decurtazione (stando almeno a diverse sentenze anche della Cassazione).

In ultima istanza potresti anche chiedere una dilazione, la cosiddetta rateazione che ha indubbiamente una serie di vantaggi, il più importante dei quali è che blocca la possibilità di pignoramenti, fermi auto e ipoteche.

Se non hai beni intestati

Non c’è bisogno di un avvocato a dirti che, se non hai beni intestati, la cartella di pagamento non dovrebbe costituire un problema. Difatti, il mancato pagamento del debito non si converte in sanzioni o pene ma solo nella possibilità di un pignoramento. Vien da sé che se non ci sono stipendi, immobili, auto o altri redditi da sottoporre ad esecuzione forzata, il contribuente non deve temere alcunché. È chiaro che, in caso di decesso, il debito – sempre che nel frattempo non si prescriva – passerà agli eredi, ma questi (proprio perché il parente è nullatenente) possono ben rifiutare l’eredità.

Vendere, donare e costituire fondi patrimoniali

Chi invece ha beni intestati non sfugge quasi mai alla tentazione di venderli o donarli. Però attenzione ai rischi. Se si dona la casa, il terreno, il conto corrente, ecc., l’atto è revocabile entro cinque anni. La revocatoria è facile da esperire: nel primo anno non c’è neanche bisogno di una causa (basta la trascrizione del pignoramento per poter sottoporre ad esecuzione forzata l’immobile); nei successivi quattro anni invece bisogna intentare un giudizio e dimostrare che il contribuente, all’esito della donazione, è rimasto privo di beni consistenti da pignorare. Se invece avesse altri beni (ad esempio più case), la revocatoria sarebbe impossibile. La stessa regola si applica per il fondo patrimoniale il quale, peraltro, anche dopo i cinque anni è sempre aggredibile per debiti fiscali.

Nel caso di vendita invece la revocatoria è più difficile perché il creditore deve dimostrare che l’acquirente fosse consapevole dell’esistenza del debito in capo al venditore.

In ogni caso, se ci si spoglia di un bene e si ha un debito superiore a 50mila euro per Irpef o Iva si commette il reato di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte.

Che succede se non pago

Chi non paga si sottopone al rischio di un pignoramento. Pignoramento che non è scontato: l’esattore non è sempre così efficiente e a volte si muove quando i propri crediti si sono prescritti. Ma se dovesse avviare il pignoramento dovrebbe rispettare alcune regole:

  • la casa (o qualsiasi altro immobile) si può ipotecare solo per debiti superiori a 20mila euro e sempre previa notifica del preavviso di ipoteca 30 giorni prima;
  • la casa (o qualsiasi altro immobile) si può pignorare solo per debiti superiori a 120mila euro e solo a condizione che: a) non sia la prima casa (intesa come unico immobile, non di lusso, adibito a civile abitazione e di residenza); b) la somma di tutti gli immobili del contribuente superi il valore di 120mila euro; c) si è iscritta prima ipoteca e sono decorsi 6 mesi;
  • il conto corrente su cui è depositato lo stipendio o la pensione si può pignorare entro determinati limiti: a) quanto alle somme già depositate all’atto del pignoramento, solo per la parte che supera il triplo dell’assegno sociale (circa 1340 euro); b) quanto ai successivi versamenti: un decimo se inferiori a 2.500 euro, un settimo se inferiori a 5mila euro, un quinto se superiori a 5mila euro;
  • lo stipendio può essere pignorato entro i limiti di un decimo se inferiore a 2.500 euro, un settimo se inferiore a 5mila euro, un quinto se superiore a 5mila euro;
  • la pensione può essere pignorata entro un decimo se inferiore a 2.500 euro, un settimo se inferiore a 5mila euro, un quinto se superiore a 5mila euro. Ma da tali importi va detratto il cosiddetto minimo vitale che è pari a una volta e mezzo l’assegno sociale (circa 620 euro).

Tratto da: LLpt 28/04/2018