Fondo patrimoniale con figli minori: gli errori da evitare

 

Tra azione revocatoria e azione di simulazione la casa inserita nel fondo patrimoniale può essere facilmente pignorata.

Il fondo patrimoniale non tutela più come una volta, ma è sempre un ostacolo ulteriore che può disincentivare il creditore. È probabilmente questa la ragione per cui molte famiglie continuano a scegliere questa tutela per mettere al riparo gli immobili familiari dai rischi del futuro (leggi: debiti, fisco, ecc.). Il punto però è che il fondo crea un vincolo non solo per i creditori che – almeno in linea di principio – non possono pignorarlo, ma anche per i coniugi i quali, in presenza di figli minori, dovrebbero sempre chiedere il permesso al giudice tutelare prima di poter vendere l’immobile. Un limite del genere si può aggirare inserendo una clausola nell’atto costitutivo che lascia liberi i coniugi di revocare liberamente il fondo senza ricorrere al tribunale. Ma a quale prezzo? Un importante chiarimento è stato fornito dalla Cassazione in una recente sentenza [1]. Ecco dunque gli errori da evitare se vuoi costituire un fondo patrimoniale con figli minori.

Fondo patrimoniale: a cosa serve?

Come abbiamo già spiegato, in modo più approfondito, nella nostra guida dedicata al Fondo patrimoniale, questo strumento consente alle coppie sposate o alle coppie omosessuali che abbiano stipulato un’unione civile di vincolare uno o più immobili di proprietà di uno dei coniugi, di entrambi o addirittura di terzi, destinandone i frutti ai bisogni della famiglia. La conseguenza è che, ad esempio, gli affitti e tutti gli utili che dovessero derivare da tale bene saranno destinati a soddisfare i bisogni dei componenti del nucleo familiare (in verità nessuno controlla che ciò avvenga davvero, né sono previste sanzioni in caso contrario).

Nel fondo patrimoniale si possono inserire immobili, auto, moto, titoli di credito. La scelta non è definitiva o irrevocabile: è sempre possibile, infatti, in un momento successivo, inserire ulteriori beni o toglierne altri. Insomma, è uno strumento “elastico”.

Il fondo si costituisce con atto notarile ed ha effetti nei confronti dei terzi nel momento in cui viene annotato a margine dell’atto di matrimonio. Esso va poi trascritto nei pubblici registri immobiliari.

Ma qual è l’utilità del fondo patrimoniale? Eccola: tutti i beni inseriti nel fondo patrimoniale non possono essere pignorati. Vuol dire che i creditori non possono toccarli. Ma questa regola è molto smussata e, come vedremo a breve, ha ormai una portata talmente ridotta da essere stata completamente svuotata di significato. Vediamo perché.

Il fondo patrimoniale serve davvero?

Abbiamo appena detto che il fondo patrimoniale impedisce il pignoramento dei beni in esso inseriti. Ma ci sono innanzitutto due eccezioni:

  • il pignoramento è possibile per debiti successivi all’annotazionedel fondo che sono stati contratti per bisogni della famiglia: ad esempio le spese per l’istruzione dei figli, l’acquisto di una casa come residenza familiare, le spese di condominio (che, essendo strettamente collegata alla casa, sono anch’esse da considerarsi essenziali), ecc. Quindi, tanto per fare un esempio, se Mario compra una casa e la inserisce nel fondo patrimoniale, ma poi non paga le rate alla banca o le quote condominiali o una finanziaria contratta per acquistare un’auto che gli serve per andare a lavorare, il fondo patrimoniale è ugualmente attaccabile e pignorabile;
  • per i debiti anterioriall’annotazione del fondo patrimoniale il creditore può sempre agire, entro cinque anni dall’annotazione del fondo patrimoniale, per farlo revocare e dichiarare inefficace. È la cosiddetta azione revocatoria che può essere esercitata tutte le volte in cui si dimostra che, a seguito della costituzione del fondo, il debitore si è spogliato dei suoi beni di maggior valore per fregare i creditori. Facciamo un altro esempio. Mario contrae un debito con una finanziaria di 50mila euro e, dopo 10 giorni, inserisce la sua unica casa nel fondo patrimoniale. Dopo un anno smette di pagare le rate e la finanziaria decide di far revocare il fondo per pignorare i beni in esso inseriti. Lo può fare innanzitutto perché è ancora nei termini (non sono decorsi cinque anni) e, in secondo luogo, perché Mario non ha altri beni da pignorare se non proprio la casa inserita nel fondo. Non importa che il fondo sia stato costituito quando questi era ancora in regola con i pagamenti: rileva la data di nascita del debito che, in questo caso, è anteriore al fondo.

Come poi abbiamo spiegato nell’articolo Abolito di fatto il fondo patrimoniale, ci sono altri due elementi che rendono questo strumento ormai obsoleto:

  • con riferimento ai debiti anteriori alla costituzione del fondo patrimoniale, una recente legge [2] ha stabilito che i beni inseriti nel fondo stesso possono essere pignorati anche senza la revocatoria se il pignoramento viene iscritto nei pubblici registri immobiliari entro un anno dalla sua costituzione. In pratica, questo significa che nel primo anno, il fondo è completamente “precario”, facilmente aggregabile;
  • con riferimento invece ai debiti successivi alla costituzione, la giurisprudenza ha chiarito che rientrano tra quelli “contratti per le esigenze familiari” – e che quindi consentono il pignoramento della casa nel fondo – anche i debiti derivanti dall’attività commerciale o professionale dei coniugi, ivi compresi quelli di natura fiscale. E ciò perché il lavoro è sempre rivolto ai bisogni della famiglia. Risultato: gran parte delle obbligazioni che normalmente vengono contratte sono del tutto insensibili alla presenza del fondo e tale strumento si rivela inadeguato a proteggere i beni. Alla fine dei conti, non si può pignorare i beni del fondo solo per debiti di natura speculativa e voluttuaria.

Non è tutto. I creditori che riescono a dimostrare che il fondo patrimoniale è in realtà simulato, possono agire sempre per la sua revoca (con la cosiddetta azione di simulazione) senza il limite dei cinque anni previsto invece per l’azione revocatoria. Devono però dimostrare che, a fronte dell’atto costitutivo del fondo patrimoniale, l’intenzione effettiva delle parti era quella di non costituirlo affatto. Ma come si fa? Lo spiegheremo a brevissimo.

Fondo patrimoniale con figli minori

Abbiamo detto che il fondo patrimoniale può essere in qualsiasi momento revocato o modificato. Se però la coppia ha figli minori, tali atti devono ottenere prima l’autorizzazione del giudice tutelare. Così, ad esempio, se marito e moglie hanno deciso di costituire un fondo patrimoniale e poi lo vogliono revocare per vendere la casa, in presenza di bambini ancora piccoli devono prima comunicarlo al tribunale che dovrà fornire il nulla osta e verosimilmente vincolerà il ricavato dalla vendita ad altri bisogni familiari (ad esempio l’acquisto di un’altra casa o, in parte, un deposito per i figli). Questo limite però può essere aggirato inserendo, nell’atto notarile che costituisce il fondo, una esplicita clausola in cui i coniugi si danno reciprocamente atto della possibilità di svincolare gli immobili dal fondo senza dover prima chiedere l’autorizzazione al giudice. In questo modo possono agire in libertà. Ma qui sta il tranello. Secondo la sentenza della Cassazione che abbiamo citato in apertura, la clausola di un fondo patrimoniale con cui i coniugi, in presenza di figli minori, si riservano di alienare, ipotecare, dare in pegno o vincolare l’unico bene destinato ai bisogni della famiglia senza l’autorizzazione del tribunale può essere indice di simulazione assoluta. Il che significa che si sta dando ai creditori la “prova provata” che il fondo è stato istituito solo come apparenza, ma senza nessuna reale intenzione di farlo. È questa la prova che serve ai creditori per agire con l’azione di simulazione far dichiarare inesistente il fondo, senza il limite dei cinque anni previsto invece per l’azione revocatoria.

I giudici conoscono la metafora del «tengo famiglia» e mostrano un po’ di allergia a questa retorica. È quantomeno curioso che i coniugi si ricordino della famiglia a distanza di anni dal matrimonio e giusto quando la loro posizione debitoria è in sofferenza. Pertanto, in assenza di qualsivoglia programma destinatorio, il fondo patrimoniale, nella maggior parte dei casi, si dimostra una mera tecnica difensiva a buon mercato. Ecco perché leggi e tribunali lo ritengono così facilmente attaccabile: sia entro un anno dalla sua costituzione senza bisogno di cause; sia nei cinque anni con l’azione revocatoria; senza alcun termine con l’azione di simulazione e, infine, per i debiti successivi alla sua costituzione, tutte le volte in cui dette obbligazioni attengono a bisogni della famiglia inteso in senso molto lato (ivi compresi quelli da lavoro).

note

[1] Cass. ord. n. 4196/2018.

[2] Art. 2929 bis cod. civ. introd. dall’art. 12 DL 83/2015.

Tratto da LLpT 9/6/18

Se tua madre accetta la raccomandata al posto tuo è valida?

 

Multa inviata al vecchio indirizzo e accettata dal genitore del trasgressore: la notifica ha valore?

Se ti arriva una multa al vecchio indirizzo, là dove abitavi prima di trasferirti e dove ancora vivono i tuoi genitori, sarai certamente portato a dire che la notifica è nulla e la multa non va pagata. Istintivamente hai affermato una regola corretta, stabilita anche dal codice di procedura civile. La legge infatti dice che le notifiche sono valide solo se consegnate al destinatario diretto o a un suo familiare purché conviva con lui in modo stabile. Se tu non abiti più con i tuoi genitori, è quindi naturale che la raccomandata è stata affidata nelle mani sbagliate e non ha effetti. Ma le cose si complicano se tua madre dovesse frettolosamente dire al postino che tu vivi ancora con lei (forte del fatto che, alla prima occasione, ti consegnerà la busta). Il postino, in tal caso, non è tenuto a fare indagini sulle dichiarazioni di chi riceve l’atto e, una volta che le ha trasfuse nel proprio registro, si presume che esse siano vere e che quindi la raccomandata sia stata correttamente consegnata. Una bella grana per te che, a questo punto, dovrai sconfessare le dichiarazioni di un pubblico ufficiale. Come fare? Anche se si tratta di una multa, e quindi di un importo di poco conto, le conseguenze di una notifica di cui non hai mai avuto contezza possono essere salate se, nel frattempo, è arrivata una cartella esattoriale. Ecco perché è giusto che tu ti chieda: se mia madre accetta la raccomandata al posto mio è valida? La risposta è stata fornita dalla Cassazione con una recente ordinanza [1].

Il punto è questo: quando un pubblico ufficiale come un postino afferma un fatto, questa attestazione acquista una forza superiore a quella che può avere la dichiarazione di un privato. Si dice che fa “piena prova” ed è quindi munita di ciò che la legge chiama “fede pubblica”. Questo però non vuol dire che sia Vangelo e che non possa essere contestata. Ma per sconfessare la veridicità delle dichiarazioni del pubblico ufficiale non ti basta fare una semplice opposizione all’atto notificato – in questo caso il ricorso contro la multa al giudice di pace – ma occorre un autonomo e più complesso procedimento, chiamato «querela di falso». Nonostante il nome, la querela di falso non ha nulla a che vedere col penale. Si tratta di un procedimento civile in cui dovrai fornire tutte le prove possibili e immaginabili per sconfessare le affermazioni del postino. Solo in questo modo potrai far dichiarare nulla la notifica fatta in un indirizzo sbagliato.

Certo, se tua madre non avesse dichiarato di essere tua familiare convivente, tutto sarebbe stato più facile: sarebbe bastato infatti produrre le risultanze anagrafiche per dimostrare che la multa non ti è mai arrivata, né ci sarebbe stato bisogno della querela di falso. Non ci può essere infatti alcuna presunzione di convivenza solo perché la raccomandata viene consegnata al genitore se questi vive in una residenza diversa dalla tua. E allora, come la contravvenzione, anche la successiva cartella esattoriale è nulla e può essere impugnata nonostante tu non abbia contestato a suo tempo la multa (e come del resto avresti potuto farlo se mai ti è arrivata?).

Come infatti chiarisce la Cassazione, «in tema di notifica effettuata a mani di un familiare del destinatario, la presunzione di convivenza non occasionale non opera nel caso in cui questa sia stata eseguita nella residenza propria del familiare, diversa da quella del destinatario dell’atto, con conseguente nullità della notifica stessa». La nullità non è sanata neanche se il destinatario viene a sapere della notifica in altro modo e informalmente, mancando il presupposto della frequentazione giornaliera su cui si fonda la presunzione di consegna prevista nel caso del familiare convivente.

Ma la presunzione di convivenza scatta quando è il genitore – nel caso di specie, tua madre – a qualificarsi come familiare convivente. Allora in tal caso, come detto, devi procedere con la querela di falso fornendo le prove che non abiti più con tua madre. E sul punto, non puoi affidarti al solo certificato di residenza che ha solo un valore di indizio, ma non è una prova, visto che molti cittadini stabiliscono spesso una residenza di comodo in un luogo ove non hanno poi di fatto l’abituale dimora (anche se ciò è illegale). Sono necessarie altre dimostrazioni come ad esempio una prova testimoniale, il fatto che le bollette di un altro immobile sono intestate a tuo nome, che anche tua moglie e i tuoi figli risiedono nell’altro immobile o che paghi la spazzatura di un diverso Comune o che hai intestato un contratto di affitto per un altro appartamento.

Suggerimento finale: se ti trasferisci e vai via da casa dei tuoi genitori, chiedi ai tuoi genitori di non accettare mai raccomandate per conto tuo o, quantomeno, di non dire che vivi più là. Diversamente, fare opposizione alla cartella esattoriale – per sostenere di non aver mai ricevuto la notifica della multa – potrebbe diventare costoso quanto la multa stessa.

note

[1] Cass. ord. n. 14361/18 del 5.06.2018.

Tratto da LLpT 9/6/18

Lo Spread: che cos’è ? Perché aumenta e diminuisce?

 

 

 

 

 

 

Che cos’è lo spread, perché aumenta e diminuisce, per quale motivo è importante che resti basso e quali sono le conseguenze sull’economia se sale troppo

In questi giorni di profonda instabilità politica del paese, dopo la decisione di Mattarella di rifiutare il contratto Lega- M5S, si torna a parlare di spread, ossia il differenziale di rendimento tra BTP e gli equivalenti BUND tedeschi, il cui valore è condizionato dal comportamento degli investitori nei mercati secondari.

Se lo spread è basso, c’è fiducia nei titoli di Stato, se aumenta no, con effetti negativi sul debito pubblico, il risparmio, il credito e i consumi.

Cerchiamo quindi di capire che cos’è lo spread, che cosa ne provoca l’aumento e la diminuzione e quali sono le ripercussioni sull’economia se il suo valore sale troppo:

Spread: che cos’è

Spread significa “divario”. Nel linguaggio economico indica la differenza di rendimento tra i titoli di Stato italiani (in particolare i BTP ossia i Buoni del tesoro pluriennali) e gli stessi titoli pubblici tedeschi, ossia i BUND. Il raffronto avviene con i titoli tedeschi e tra buoni a lungo termine perché:

  • l’economia della Germania è da sempre considerata forte e affidabile;
  • perché i titoli statali a lungo termine sono quelli che consentono di investire senza troppi rischi.
  • Spread: perché aumenta e diminuisce

Il valore dello spread dipende dai movimenti di acquisto e di vendita sul mercato obbligazionario secondario. Nel momento in cui gli investitori non hanno fiducia nei titoli obbligazionari di uno Stato, a causa dell’instabilità politico economica di quest’ultimo, tenderanno a venderli sul mercato secondario, ossia quello dei titoli già emessi e in circolazione. Per renderli più appetibili agli investitori però sarà necessario diminuirne il prezzo e offrire un tasso di rendimento più elevato, con conseguente aumento dello spread. Questo comporta che, se il Paese deve emettere nuovi titoli per finanziarsi, sarà costretto ad adeguarsi ai valori del mercato secondario, ossia vendere a basso costo con tassi di rendimento elevati. Nel momento in cui invece uno Stato è stabile, gli investitori saranno tranquilli e non tenderanno a sbarazzarsi dei suoi titoli. In questo caso lo spread resterà stabile o diminuirà.

Spread: perché è importante che resti basso

Il valore dello spread è uno dei fattori da cui è possibile determinare lo stato di salute economica di un Paese. In uno Stato stabile i titoli pubblici, pur garantendo rendimenti (tassi di interessi) più bassi agli investitori, risultano decisamente più sicuri. Per questo, più il divario (spread) tra BTP italiani e BUND tedeschi è alto, più investire nei titoli italiani e quindi “prestare” soldi all’Italia risulta rischioso.

Spread alto: le conseguenze sull’economia

Gli effetti sull’intero sistema economico di uno spread elevato sono i seguenti:

  • aumento del debito pubblico: questo perché l’innalzamento dello spread provoca quello dei tassi di interesse dei BTP che lo Stato è costretto a pagare. Uno Stato che deve pagare interessi elevati agli investitori ha meno denaro da spendere per i servizi pubblici dei cittadini, per soddisfare i quali è costretto a indebitarsi ulteriormente, dando vita ad un aumento del suo debito, difficile da ripianare;
  • crisi delle banche: perché sono quelle che possiedono più BTP. Uno spread elevato costringe infatti anche le banche ad innalzare i tassi di interesse dei titoli divenuti ” rischiosi”, per attirare gli investitori;
  • difficoltà di accesso al credito: l’innalzamento dei tassi di rendimento dei BTP costringe le banche a innalzare gli interessi di mutui e finanziamenti, per pagare gli investitori. Risparmiatori, imprese e privati hanno quindi più difficoltà ad accedere al credito, per l’aumento dei tassi di interesse da rimborsare;
  • diminuzione dei consumi: in un sistema in cui le banche possono fare credito a imprese e privati a costi elevati è logico che, più soldi si devono alle banche, meno se ne hanno in tasca per spendere in consumi e far girare l’economia.

Tratto da : studiocataldi.it

 

Tassa rifiuti: Tia non dovuta se l’immobile è inutilizzato

Per la Cassazione, una volta che contribuente abbia dato atto dell’inidoneità dei locali alla produzione di rifiuti, non sarà tenuto a ripresentare ogni anno la richiesta di esclusione della tariffa di igiene ambientale

Non sarà tenuto al pagamento della TIA (tariffa di igiene ambientale) il contribuente che nella richiesta di esclusione della tariffa indichi l’inutilizzo dei locali del proprio immobile, non occupati e privi dei servizi essenziali, dunque inidonei alla produzione di rifiuti.

Non è all’uopo necessario che la richiesta, una volta presentata, sia ripetuta ogni anno, dovendo intervenire solo laddove si verifichino dei mutamenti nella situazione precedente. Affermare il contrario significherebbe gravare il contribuente di un onere inutile e irragionevole, non funzionale rispetto a una corretta definizione dell’imposta.

Lo ha chiarito la Corte di Cassazione, sezione tributaria, nella sentenza n. 13120/2018 (qui sotto allegata) accogliendo la richiesta del contribuente a cui erano state notificate cartelle di pagamento relative alla TIA (tariffa di igiene ambientale) non versata.

La vicenda

Il contribuente, tuttavia, lamenta l’illegittimità degli atti essendo l’immobile inutilizzato e la sua domanda trova accoglimento: il mancato utilizzo del bene, documentalmente provato, avrebbe reso lo stesso incapace di produrre rifiuti facendo così venir meno il presupposto impositivo.

Decisione confermata in appello dalla Commissione Tributaria Regionale secondo cui correttamente era stato riconosciuto nella disponibilità di locali idonei alla produzione di rifiuti il presupposto della TIA, insussistente nella fattispecie avendo da tempo i locali dell’immobile perso tale idoneità per assenza dei servizi essenziali e mancata occupazione.

Circostanza che, precisa la CTR, era stata adeguatamente provata e documentata dal ricorrente che anni prima aveva presentato richiesta di esclusione della tariffa senza, tuttavia, ripeterla l’anno successivo come richiesto Regolamento Comunale in materia.

Ciononostante, il vincolo dell’annuale ripetizione imposto dal Comune (pena decadenza del beneficio) appare eccessivo agli occhi dei giudici tributari rispetto alle previsioni della normativa statale sul punto, oltre che in contrasto con lo Statuto del contribuente.

La CTR ritiene dunque che, in mancanza di tale comunicazione, il contribuente possa pur sempre dimostrare, come avvenuto nel caso di specie, che la situazione precedentemente dichiarata abbia continuato a sussistere anche per l’anno successivo a quello cui si riferisce la pretesa impositiva.

Contro tale decisione ricorre in Cassazione, senza esito positivo, la società concessionaria del servizio e dello smaltimento dei rifiuti solidi urbani del Comune.

Niente TIA se l’immobile è vuoto e privo dei servizi essenziali

Per gli Ermellini il ragionamento della CTR appare corretto sotto più punti: da un lato, infatti, premesso che i locali in questione non avevano al tempo l’idoneità alla produzione dei rifiuti per assenza dei servizi essenziali e risultavano inoccupati, si è ritenuto che l’inidoneità alla produzione dei rifiuti, il cui onere della prova è stato correttamente posto a carico del ricorrente, dipendesse proprio dall’assenza dei servizi essenziali (ossia da obiettive condizioni di non utilizzabilità, come previsto dalla norma) e che la non occupazione dei locali fosse solo la conseguenza dell’assenza di tali servizi.

Condivisibile e ragionevole, nonché conforme alla ratio della norma impositiva, è anche l’assunto secondo cui “le comunicazioni relative all’inidoneità del locale alla produzione dei rifiuti debba avvenire solo quando vi siano delle variazioni” e non necessariamente ogni anno, come del resto suggerisce l’art. 62, comma 2, del d.lgs. n. 507/1993 quando parla di denuncia originaria o di “variazione” e non di “denuncia annuale”.

Anzi, soggiunge il Collegio, lo stesso art. 70 del d.lgs. cit. afferma testualmente che la denuncia ha effetto anche per gli anni successivi, qualora le condizioni di tassabilità siano rimaste invariate. Nonostante l’imposta sia calcolata su base annuale, infatti, non appare ragionevole ritenere che le denunce di variazione abbiano la stessa cadenza laddove non si sia verificata alcuna variazione.

Infine, la Cassazione ritiene che l’interpretazione fornita dalla CTR non leda le prerogative delle autonomie locali in quanto “l’imposta in questione va pur sempre a beneficio del Comune, che però non può pretendere di dettare regole (l’obbligo di denuncia annuale anche quando non vi siano variazioni da comunicare) che non rispondono a reali esigenze impositive e che quindi, oltre ad andare contro i principi dettati dallo Statuto del contribuente, non rispondano neppure a criteri di ragionevolezza.

In conclusione, l’interpretazione della complessiva normativa effettuata dalla sentenza costituisce un ragionevole punto di equilibrio tra le esigenze impositive dell’ente locale e la salvaguardia del principio di correttezza, solidarietà e effettiva capacità contributiva, che impone di evitare di gravare il contribuente di adempimenti e preclusioni non strettamente funzionali alla corretta riscossione delle imposte, oltre che non previste dalla disciplina statale

Cass., sezione tributaria, sent. n. 13120/2018

Tratto da: studiocataldi.it

 

Divorzio: i nonni conservano il diritto di visita ai nipoti

 

 

Dopo la Cedu anche la Corte Europea riconosce il diritto di visita ai nipoti da parte dei nonni

La nozione di “diritto di visita” di cui al regolamento Bruxelles II bis (artt. 1 par. 2 lett. a e 2 punto 10 del regolamento Ce n. 2201/2003) va interpretata nel senso che la stessa si estende al diritto di visita dei nonni nei confronti dei nipoti. Così ha deciso la Corte di giustizia Ue nella sentenza depositata oggi (causa C-335/17), rifacendosi alle medesime conclusioni della Cedu nel caso Manuello e Nievo c. Italia.

La vicenda riguarda una cittadina bulgara, nonna materna di un sedicenne, che dopo il divorzio dei genitori era andato a vivere con il padre in Grecia. Essendosi deteriorati i rapporti tra la donna e l’ex genero, la stessa si era rivolta alle autorità bulgare per ottenere di poter vedere regolarmente il nipote e poterlo ospitare a casa propria in alcuni periodi dell’anno. I giudici di merito avevano respinto il ricorso, ma la Cassazione bulgara aveva rimesso la questione alla Corte Ue.

I giudici di Lussemburgo hanno dato ragione alla donna, stabilendo che in ipotesi di divorzio anche i nonni conservano il diritto di far visita ai figli della coppia. Tale diritto infatti non comprende soltanto quello dei genitori nei confronti dei figli ma anche quello degli altri soggetti con cui è importante che il minore intrattenga relazioni personali, tra cui, anzitutto, i nonni.

Nello specifico, per la Corte Ue, la nozione di diritto di visita contemplata dal regolamento Bruxelles II bis relativo alla competenza, riconoscimento ed esecuzione delle decisioni in materia matrimoniale e responsabilità genitoriale, va estesa anche ai nonni.

Tratto da studiocataldi.it