Si può risalire a un profilo falso Facebook o Instagram?

 

 

 

 

È possibile scoprire chi si nasconde dietro un profilo falso di Facebook o di Instagram? Cos’è il codice ID e a cosa serve? Come si smaschera un profilo fake?

Purtroppo il crimine viaggia di pari passo con la tecnologia, spesso sfruttando strumenti messi a disposizione da quest’ultima per fini assolutamente leciti. Uno degli esempi più significativi di quanto ho appena detto riguarda i social network: normalmente utilizzati per sentire gli amici e mantenere i contatti con le persone care che vivono lontano da noi, sempre più frequentemente vengono impiegati per portare a termine disegni criminosi ai danni delle vittime. Uno sei metodi più diffusi è quello di creare finti profili per compiere atti di stalking nei confronti di determinati individui, oppure per rubare l’identità di altre persone. In pratica, accade ciò: ci si registra a Facebook (o ad altro social, tipo Instagram) fornendo delle generalità fittizie oppure appartenenti ad altro soggetto; in quest’ultima circostanza, chi compie una condotta del genere commette il reato di sostituzione di persona. A questo punto, sorge spontanea una domanda: è possibile risalire a un profilo falso Facebook o Instagram?

Si tratta di una domanda molto importante, la cui risposta diviene fondamentale nel momento in cui il falso profilo viene utilizzato per commettere reati. Pensa alla persona che è vittima di atti persecutori da parte di un individuo che si cela dietro un’identità fittizia: in un caso come questo, oltre al reato di sostituzione di persona si integrerebbe anche quello di molestie e, nella peggiore delle ipotesi, perfino di stalking. Ebbene, sappi che, nonostante l’autore del delitto si nasconda dietro una maschera virtuale, è sempre possibile scovarlo e consegnarlo alla giustizia. Se questo argomento ti interessa, ti invito a proseguire nella lettura: vedremo insieme come si può risalire ad un falso profilo Facebook o Instagram.

Profilo falso Facebook o Instagram: è reato?

Prima di comprendere come si può risalire ad un falso profilo Facebook o Instagram vediamo cosa dice la legge nel caso in cui qualcuno ponga in essere una condotta di questo tipo. Chi, adoperando un social network di qualsiasi genere, crea un account i cui dati corrispondono ad una persona diversa, commette il reato di sostituzione di persona, punito con la reclusione fino a un anno [1].

Secondo il nostro ordinamento giuridico è punibile penalmente la condotta di chi, al fine di procurare a sé o ad altri un vantaggio, ovvero di recare ad altri un danno, induce taluno in errore, sostituendosi illegittimamente ad un’altra persona, o attribuendo a sé o ad altri un falso nome, un falso stato ovvero una qualità a cui la legge attribuisce effetti giuridici. Per incorrere nel reato, quindi, è necessario che la creazione del falso profilo Facebook o Instagram sia preordinata a raggiungere uno degli scopi sopra indicati, e cioè:

  • ricavarne un vantaggio, non necessariamente economico: pensa a chi chiuda una transazione con condizioni favorevoli concesse solamente perché si è spacciato per altra persona;
  • arrecare un danno: è il classico caso di chi, vigliaccamente, si cela dietro una falsa identità digitale per minacciare e molestare qualcuno.

Quando non è reato creare un falso profilo sui social network?

Quanto detto nel paragrafo precedente non deve indurre a pensare che ogni creazione di un profilo falso Facebook o Instagram costituisca reato: non lo è, infatti, ogniqualvolta non ricorra uno dei fini sopra elencati, ovvero quando ci si inventi un’identità di pura fantasia (un personaggio immaginario, oppure uno realmente esistito ma che, per ovvie ragioni, non potrebbe essere in internet, tipo Napoleone) purché, in quest’ultimo caso, non si sfrutti il profilo per commettere altri reati.

Quindi, creare un profilo falso su Facebook o Instagram costituisce reato solamente se:

  • ci si appropria dell’identità di un’altra persona, con lo scopo di arrecargli danno oppure di trarne qualche indebito vantaggio;
  • si crea un profilo falso, non corrispondente a nessuna persona reale, con lo scopo di ingiuriare, diffamare, molestare o, comunque, ledere i diritti di un’altra persona. In questa ipotesi, infatti, potrebbero sempre ricorrere i reati di diffamazione, minaccia e stalking.

Profilo falso Facebook o Instagram: cosa fare?

Nel caso in cui tu abbia scoperto che su Facebook, Instagram oppure altro social o applicazione esista un profilo con le tue generalità (foto, data di nascita, indirizzo di residenza, ecc.), oppure sei bersaglio di insulti e continui messaggi da parte di un profilo palesemente finto, puoi tutelarti in due modi: segnalando l’accaduto al social; sporgendo denuncia. In quest’ultimo caso, però, è bene che tu ti premunisca di alcune informazioni che saranno essenziali per lo svolgimento delle indagini. Vediamo come agire.

Segnalare a Facebook un profilo falso: come fare?

Per segnalare a Facebook un profilo falso e ottenere, così, che venga bloccato, dovrai semplicemente fare ciò che sto per dirti:

  • visitare il profilo fake;
  • cliccare sul tasto a forma di ruota dentata/ingranaggio situato accanto alla voce “messaggio”;
  • nella successiva finestra, selezionare la voce “Segnala/Blocca”;
  • si apre un riquadro nel quale sono indicate le diverse opzioni a vostra disposizione (la possibilità di annullare la ricezione di ciò che pubblica o di rimuovere l’account falso definitivamente dai vostri amici; bloccare una segnalazione o inviarne una a Facebook);
  • cliccando sulla voce “Segnala l’account di *** ” si apre un’ulteriore finestra dove è possibile specificare il motivo della segnalazione: nome falso, minacce/abusi/molestie, profilo falso, contenuti inappropriati o account di azienda/organizzazione.

Come risalire a un profilo falso Facebook?

Ovviamente, oltre che segnalare l’illecito a Facebook, è tuo diritto sporgere querela per il reato di sostituzione di persona ed, eventualmente, per ogni altro che sia stato commesso abusando del profilo falso. Potrai fare ciò recandoti presso la stazione dei carabinieri più vicina a te, oppure presso la polizia postale: quest’ultima, infatti, è competente in materia di reati commessi attraverso l’utilizzo di internet. Solamente le autorità inquirenti potranno risalire al profilo falso Facebook. Come? Te lo spiego subito.

Bloccare un profilo falso mediante segnalazione a Facebook non ti consentirà di risalire alla vera identità di chi ha commesso il reato: ciò che otterrai così facendo è la cessazione della molestia perpetrata a mezzo di quell’account. Le autorità alle quali sporgerai denuncia, invece, hanno interesse a scoprire l’autore del crimine. Per farlo, occorre conoscere il codice ID. Che cos’è? È un numero che identifica in maniera univoca e infallibile l’account di ogni utente iscritto ad un social network. In pratica, se il profilo “Mario Rossi” pubblica costantemente dei commenti lesivi della tua dignità, non sarà sufficiente andare alla polizia postale e segnalare l’accaduto: la tua denuncia dovrà essere accompagnata da immagini che testimoniano il fatto e, soprattutto, dal codice identificativo dell’account.

Come si recupera il codice ID? È molto semplice: vai sul profilo incriminato, clicca col tasto destro del mouse su un punto qualsiasi della pagina, seleziona la voce “Visualizza sorgente pagina” (o “Html”, oppure ancora “Mostra sorgente pagina”, a seconda del browser che utilizzi) e cerca, all’interno della schermata che ti comparirà, la seguente dicitura: “profile_id=”. Il numero (in genere composto da molte cifre) che seguirà sarà proprio il codice ID, cioè il codice identificativo del profilo. È questo numero che dovrai comunicare alla polizia postale affinché possa intervenire sul profilo incriminato.

In alcuni casi, il codice ID compare direttamente all’interno dell’url, cioè dell’indirizzo internet dell’account: ad esempio, se vai su un determinato profilo, è possibile che, nella barra dell’indirizzo (quella posta in alto) ti esca direttamente il codice identificativo, del tipo facebook.com/profile.php?id=0123456789.

In alternativa al procedimento che ti ho illustrato, puoi agevolmente individuare il codice ID di un profilo falso Facebook cliccando qui: ti apparirà la pagina di un sito nel quale, inserendo all’interno dell’apposita barra di ricerca l’Url (cioè, l’indirizzo internet che compare in alto) dell’account che intendi smascherare, ti comparirà immediatamente il codice che cerchi.

Una volta in possesso di questi dati, potrai validamente sporgere denuncia/querela presso la polizia postale, la quale, grazie appunto al codice ID, potrà risalire all’utente che si è registrato con il falso profilo.

Come risalire a un profilo falso Instagram?

Quanto appena detto vale anche per risalire a un profilo falso Instagram: se c’è un’identità fasulla che ti molesta, puoi segnalarla alle autorità (nello specifico, alla polizia postale), avendo cura però di fornire anche il codice ID, cioè quella serie di numeri che identifica univocamente un profilo, come spiegato sopra. Per risalire al codice ID di un profilo falso Instagram puoi avvalerti di questo utile e semplice servizio, che puoi trovare cliccando qui: si tratta di un sito che ti consente, semplicemente inserendo nella barra delle ricerche il nome del profilo, di risalire all’ID di cui hai bisogno. Come vedi, ti viene indicato a destra, al di sotto dell’immagine di profilo.

Grazie a questa informazione, potrai aiutare la polizia postale a risalire al profilo falso Instagram e, soprattutto, a scoprire la vera identità del responsabile dei reati denunciati.

Come capire se un profilo Facebook o Instagram è falso?

Abbiamo visto sinora come aiutare le autorità a risalire a un profilo falso Facebook o Instagram. Se volessimo metterci in proprio, sarebbe possibile fare ciò? In altre parole: si può risalire a un profilo falso Facebook o Instagram senza sporgere denuncia? Purtroppo la risposta è negativa: non possiamo sostituirci agli inquirenti nell’attività di indagine. Quello che si può fare, però, è verificare la “bontà” del profilo che ci molesta attraverso alcune dritte. In pratica, se c’è un account che ci invia continui messaggi e ci infastidisce, ma non sappiamo se l’identità dello stesso sia vera oppure falsa, è possibile fare alcune piccole ricerche che possono indirizzarci verso l’esatta risposta.

Per capire se un profilo Facebook o Instagram sia falso o meno possiamo controllare:

  • se l’account è verificato (se c’è, accanto al nome del profilo, la spunta blu che rappresenta la certificazione di autenticità del social);
  • l’autenticità delle foto facendo qualche ricerca con Google;
  • le informazioni di profilo, in quanto, in genere, gli accountfalsi presentano profili incompleti, con poche e sporadiche informazioni o addirittura senza immagini;
  • la frequenza dei post (molto sporadici nei profili falsi);
  • i commenti sugli altri profili;
  • la lista degli amici o dei followers(un profilo fake, in genere, non ne ha oppure ne ha pochissimi).

Di Mariano Acquaviva LlpT

note

[1] Art. 494 cod. pen.

 

Cartella per multe non pagate: è nulla?

 

 

 

 

L’agente per la riscossione del Comune non ha la possibilità di autenticare le relate di notifica e le copie degli atti in quanto non è un pubblico ufficiale.

Non sarà certo una sentenza “pilota”, ma ha certamente il merito di mettere al corrente numerosi automobilisti del fatto che le cartelle esattoriali per vecchie multe non sempre vanno pagate: si tratta della pronuncia del giudice di pace di Parlemo [1] pubblicata lo scorso dicembre. Il motivo è semplice: quando, dopo la notifica della cartella, viene avviato il pignoramento e il debitore eccepisce di non aver mai ricevuto il precedente atto o che sono decorsi i cinque anni di prescrizione, spetta all’esattore dimostrare il contrario. Ma come? La prova non può che essere documentale: servirà quindi l’originale della relata del messo notificatore o l’avviso di ricevimento della raccomandata. Il deposito invece di una semplice copia è insufficiente anche se autenticata. Difatti, il dirigente dell’Agente della riscossione delegato dal Comune non ha le funzioni di un pubblico ufficiale come invece le ha quello di Agenzia Entrate Riscossione che è un ente pubblico; quindi non può autenticare le copie.

Per comprendere perché la sentenza in commento ritiene nulla la cartella per multe non pagate facciamo un esempio.

Immaginiamo che una persona non abbia pagato alcune multe fatte con l’autovelox. Per alcune di queste gli viene notificata, negli anni successivi, la relativa cartella esattoriale da parte della società privata che cura la riscossione esattoriale delle entrate del Comune. L’automobilista non si oppone neanche in questo caso e lascia scadere i termini per il ricorso. Successivamente però arriva un fermo auto e il pignoramento del quinto dello stipendio. È qui che il debitore si sveglia e decidere di fare opposizione. Le sue contestazioni si basano su due punti. Il primo: alcune cartelle non sono mai state ricevute, probabilmente per qualche errore nell’indirizzo riportato sulla busta. Il secondo: la notifica delle cartelle correttamente consegnate al destinatario è invece avvenuta ben oltre cinque anni fa; per cui, nel frattempo, si è verificata la prescrizione.

Si costituisce in causa l’Esattore locale che deposita la copia delle relate di notifica di tutte le cartelle e dei solleciti di pagamento interruttivi della prescrizione. Si tratta, come detto, di fotocopie e non degli originali. Ma su di esse, il dirigente della società privata ha apposto un visto di autentica dichiarando che sono “conformi all’originale”.

Di qui il quesito di carattere legale: quale valore ha tale attestazione? La risposta è fin troppo scontata: nessun valore.

E difatti i Comuni possono valersi di società di capitali private per il recupero dei propri crediti, ivi comprese le multe non pagate. Queste società non sono enti pubblici come invece lo è l’Agente per la riscossione delle entrate statali. Sicché i suoi dipendenti non sono pubblici ufficiali. Ebbene: solo un pubblico ufficiale può avere poteri certificatori e autenticare una copia come appunto quella della relazione di notifica di una cartella o l’avviso di ricevimento della raccomandata con cui tale cartella è stata spedita. Non vale quindi “l’autentica” della relata di notifica proveniente dal dipendente della società di riscossione, in quanto soggetto non abilitato.

Risultato: non essendo la fotocopia una valida prova documentale per contrastare le contestazioni sollevate dall’automobilista, il giudice è tenuto ad accogliere il ricorso di quest’ultimo e a ritenere che la cartella o l’intimazione di pagamento interruttiva della prescrizione non è mai arrivata a destinazione.

Peraltro – aggiunge il giudice di pace di Palermo – l’Esattore locale non può limitarsi a depositare solo gli originali della relazione di notifica (per le notifiche a mano) o dell’avviso di ricevimento della raccomandata (per le notifiche a mezzo posta); deve anche produrre le cartelle di pagamento cui tali documenti si riferiscono. E ciò perché altrimenti impedisce al giudice di accertare la regolarità del procedimento di consegna nei confronti dell’automobilista sanzionato, ossia di verificare che a quelle specifiche prove corrisponde la cartella relativa alla multa e non un’altra.

In sintesi, per far annullare la cartella di pagamento relativa a una multa mai pagata potrebbe essere sufficiente contestare il pignoramento o il fermo auto successivo e sostenere che la notifica dell’atto precedente – appunto la cartella – non è mai avvenuta correttamente, onerando così l’Agente per la riscossione della prova contraria. Quest’ultimo potrà vincere il giudizio solo producendo gli originali tanto dell’avviso di ricevimento o della relata di notifica, tanto della cartella cui esso si riferisce.

La legge per tutti

note [1] Gdp Palermo, sent. n. 4538/18.

 

E’ possibile fare una finta compravendita immobiliare tra parenti?

Vendita fittizia a un solo figlio per nascondere una donazione: il contratto è simulato e può essere annullato.

Immagina che un padre, anziano, decida di favorire un figlio piuttosto che un altro. Così a questi vende una casa di sua proprietà ad un prezzo irrisorio, fuori mercato. La cessione è talmente vantaggiosa da apparire sostanzialmente una donazione. Chiaramente è interesse dell’altro figlio contestare questa operazione che lo esclude, di fatto, da una sostanziosa quota dell’eredità. Ma come può impugnare la finta compravendita immobiliare tra parenti? Ed entro quali termini? Di tanto si è occupata una recente sentenza della Cassazione [1].

 Vendita immobile a un solo figlio: è lecita?

È certamente lecito, per il nostro ordinamento, concludere contratti di compravendita tra parenti, così come tra coniugi o genitori e figli. Il padre, ad esempio, benché anziano, può vendere un immobile a un solo figlio e non all’altro. La vendita, peraltro, non può essere contestata dagli altri eredi che non possono lamentare una riduzione del patrimonio del venditore: il prezzo incassato infatti vale a reintegrare la perdita per il bene ceduto.

Possono invece essere impugnate le donazioni che abbiano ridotto le quote ereditarie degli eredi legittimari (coniuge, figli o, in assenza genitori). Così un padre che ha una sola casa non può regalarla a un solo figlio, poiché l’altro e il coniuge eventualmente superstite resterebbero privi di quella quota minima di eredità (cosiddetta «legittima») che la legge riconosce sempre loro.

La donazione può essere quindi contestata, ma solo dopo la morte del donante, non anche finché questi è ancora in vita.

Vendita immobile a prezzo simbolico

Alla donazione però viene equiparata la finta compravendita immobiliare tra parenti. La finzione può consistere:

  • nella previsione di un prezzo simbolico quale corrispettivo per la vendita;
  • oppure nell’assenza di passaggio di denaro tra il venditore e l’acquirente, così evidenziato l’intento simulatorio tra i due.

La vendita fittizia viene di solito effettuata con lo scopo di non rendere revocabile l’atto di cessione. Il venditore potrebbe realizzare diversi intenti: quello, ad esempio, di sottrarre un bene di famiglia al pignoramento dei creditori o di avvantaggiare un erede piuttosto che un altro (atteso che, come detto, sono revocabili solo le donazioni e non le compravendite).

Ma per fortuna il diritto guarda la sostanza dei contratti e non la forma. Non importa, cioè, come un atto viene denominato, se cioè c’è scritto «vendita» e non invece «donazione» quando il contenuto è completamente difforme dallo schema tipico previsto dalla legge. Questo significa che, benché su un contratto sia scritto «compravendita», se il prezzo è simbolico o se il passaggio di denaro tra le parti non è mai avvenuto, la disciplina applicabile è quella della donazione. Con la conseguenza che gli altri eredi potranno contestare la cessione. Ma come?

La simulazione della falsa vendita

La sentenza della Cassazione richiamata in apertura tratta un caso molto simile a quello appena illustrato. La Corte ritiene che si possa parlare di simulazione per i contratti di compravendita con cui il padre ceda solo ad uno dei figli il proprio patrimonio a prezzi non di mercato.

La simulazione di un contratto si ha quando le parti, di comune accordo, vogliono che esso in realtà non produca effetti (cosiddetta simulazione assoluta) oppure produca effetti diversi rispetto a quelli dichiarati (simulazione relativa). Accanto a questa dichiarazione apparente, normalmente le parti si scambiano una controdichiarazione occulta (cosiddetta contratto dissimulato), che esprime la loro volontà effettiva; ma non è indispensabile, potendo l’accordo dissimulato essere anche orale.

Lo scopo della simulazione è generalmente quello di eludere l’applicazione di norme inderogabili o quello di recare un pregiudizio ai diritti dei terzi. Ad esempio, viene simulata una vendita di beni per spogliarsi fittiziamente del patrimonio ed apparire nullatenente, o vengono sottoscritte cambiali per un debito inesistente allo scopo di ingannare i creditori.

Il contratto simulato non costituisce di per sé un atto illecito e pertanto non è fonte di responsabilità dei contraenti nei confronti dei terzi: questi, benché possano opporre la simulazione alle parti quando questa pregiudica i loro diritti, non possono chiedere il risarcimento dei danni nei confronti delle parti medesime se non in presenza di un danno a loro causato da queste volontariamente.

La finta vendita non è altro che una simulazione relativa. Difatti le parti fingono di concludere un contratto (la vendita), ponendo in essere in realtà un contratto diverso (la donazione), come risulta dalla sostanza dell’atto più che dalla sua forma.

Come contestare una finta compravendita immobiliare

Chi viene leso dalla finta compravendita immobiliare può impugnare l’atto dimostrando che in realtà è una simulazione che lede i propri diritti. Dunque hanno possibilità di agire in tribunale solo gli eredi che verrebbero penalizzati nella loro quota di legittima (quella che spetta per legge).

La causa di simulazione è diretta a far accertare giudizialmente l’inefficacia totale o parziale del contratto simulato e il reale rapporto che intercorre tra le parti.

La prova della simulazione può essere fornita con ogni mezzo. Si potrà produrre il contratto e dimostrare che il prezzo corrisposto è fuori mercato (il contratto è, del resto, pubblico e tutti ne possono prendere visione tramite richiesta al notaio). Oppure si potrà dimostrare che dal conto corrente dell’acquirente non è mai partito il bonifico o un pagamento in favore del venditore.

Termine per contestare una finta vendita che nasconde la donazione

L’azione per far valere la simulazione assoluta è imprescrittibile.

In caso di simulazione relativa l’azione finalizzata a far dichiarare la nullità del contratto simulato è imprescrittibile, può cioè essere proposta in qualsiasi momento senza limiti di tempo; invece l’azione per fare valere il contratto effettivo si prescrive in 10 anni. La prescrizione decorre dal momento della stipulazione dell’atto che si assume stipulato.

 [1] Cass. sent. n. 6907/2019.

La Legge per tutti

Il compromesso di un immobile abusivo è nullo?

 

 

 

 

 

 

 

Contratto preliminare: è valida la scrittura privata se l’appartamento oggetto di compravendita presenta un abuso che non è stato sanato?

Immagina di voler acquistare una casa e, perciò, di firmare un compromesso con il venditore. Avete definito la data del rogito e il notaio presso il quale vi dovrete recare. In uno degli ultimi accessi fatti all’interno dell’appartamento hai notato una piccola cabina-veranda collocata su un balcone. Confrontando però le planimetrie e i documenti catastali ti sei accorto che di questa costruzione non c’è traccia. Non hai alcun dubbio: si deve trattare di un manufatto abusivo. Chiedi spiegazioni al proprietario di casa il quale ti conferma che, per quella edificazione, non era mai stato chiesto il permesso di costruire al Comune, che tuttavia nessun vigile ha mai fatto i controlli e che difficilmente saranno eseguiti in futuro. Tuttavia si mostra disponibile a regolarizzare l’opera con una richiesta di permesso in sanatoria. Tu invece, sentendoti preso in giro, decidi di recedere dal contratto. Gli comunichi così la disdetta e l’intenzione di non voler più stipulare la vendita dal notaio. Nasce tra voi una lite. Secondo infatti il venditore non puoi più tirarti indietro, tanto più se riuscirà ad ottenere – come promesso – la licenza edilizia. Chi di voi ha ragione? Il compromesso di un immobile abusivo è nullo?

La questione ha visto, in passato, confrontarsi numerose opinioni. La stessa Cassazione ha sposato due diverse interpretazioni: una prima, più restrittiva, secondo cui non si può promettere in vendita un immobile con un abuso [1], e una seconda, invece, favorevole alla validità del preliminare. Oggi la Suprema Corte [2] è ritornata sul tema fornendo una risposta che può sembrare quella “definitiva”.

Vediamo dunque se è valido il compromesso di un immobile abusivo oppure se è affetto da nullità e, pertanto, legittima la parte acquirente a sciogliersi dall’impegno assunto.

Vendita immobile abusivo: cosa dice la legge?

La legge [3] stabilisce che è nullo il “trasferimento della proprietà” di un immobile che presenta un abuso edilizio. In particolare, la norma stabilisce che «gli atti tra vivi aventi per oggetto diritti reali relativi ad edifici o loro parti sono nulli e non possono essere rogati se da essi non risultano, per dichiarazione

 

dell’alienante, gli estremi della licenza o della concessione ad edificare o della concessione rilasciata in sanatoria». Sono altresì nulli se ad essi «non viene allegata la copia per il richiedente della relativa domanda [di sanatoria], munita degli estremi della avvenuta presentazione, ovvero copia autentica di uno degli esemplari della domanda medesima e non siano indicati gli estremi dell’avvenuto versamento delle prime due rate dell’oblazione».

Vediamo ora come va interpretata tale disposizione al nostro problema.

Il preliminare non è un atto che trasferisce la proprietà

Indubbio che non si può vendere un immobile abusivo e che l’eventuale atto pubblico notarile è nullo, che succede se ci si accorge dell’abuso prima della firma della compravendita, ma dopo aver sottoscritto il compromesso (ossia il contratto preliminare)? Il compromesso di un immobile abusivo è nullo (al pari della vendita) o deve invece considerarsi valido?

Prima di spiegarti il ragionamento adottato dalla Corte ti ricordo che il trasferimento della proprietà dell’immobile (la casa, l’appartamento, ecc.) si realizza solo con il contratto di compravendita vero e proprio, ossia con l’atto notarile; invece il preliminare genera solo l’obbligo per le parti di stipulare il contratto definitivo entro una predeterminata data. Si ricorre a questo gradino intermedio per “bloccare l’affare” mentre si formano tutti i documenti per la vendita definitiva (il mutuo, i certificati urbanistici, ecc.).

Ebbene, la soluzione adottata dalla Corte può sembrare formalista, ma tale non è. Secondo il ragionamento dei giudici supremi, se è vero che la legge stabilisce la nullità solo dei contratti di «trasferimento della proprietà» e se è vero anche che il preliminare non ha questo effetto, ma serve solo a vincolare le parti a recarsi, in un momento successivo, dal notaio, ne deriva che detto preliminare, per quanto abbia ad oggetto un immobile con un abuso, è ugualmente valido.

La ragione di questa apparente discriminazione è semplice.

La volontà di colpire con la nullità la vendite è coerente con la necessità di evitare la commercializzazione di immobili abusivi. Ma ben potrebbe essere invece che il contratto preliminare sia concluso proprio per consentire, nelle more della stipula del contratto definitivo di vendita, di regolarizzare l’immobile

 

e chiedere la sanatoria. Dunque, il compromesso in sé per sé è valido. Ciò non toglie però che l’acquirente potrebbe chiedere una risoluzione per inadempimento contrattuale, per aver il venditore nascosto l’irregolarità. A quest’ultimo però verrebbe data la possibilità di chiedere – a proprie spese – la sanatoria. Se non viene però presentata la domanda o la stessa viene rigettata o non viene regolarizzata con il pagamento delle sanzioni, l’acquirente può recedere dal contratto preliminare per inadempimento. Da ciò consegue l’obbligo per il venditore di restituire il doppio della caparra e risarcire tutti i danni patiti dall’acquirente.

note

[1] Cass. sent. n. 23591/13 e n. 28194/13.

[2] Cass. ord. n. 6685/19 del 7.03.2019.

[3] Art. 40, secondo comma, l. n. 47/1985.

La Legge per tutti

Testamento digitale: possiamo disporre della nostra identità digitale dopo il nostro decesso?

 

 

 

 

 

Con il “testamento digitale” possiamo disporre della nostra identità digitale dopo il nostro decesso. Ma il legislatore pone dei limiti

Possiamo veramente, con il nuovo codice della privacy, disporre dei nostri diritti personali e la nostra identità digitale dopo il decesso?

Niente di nuovo sotto il sole.

Mi ero occupato dell’argomento lo scorso anno per indicare i surrogati di “testamento digitale”, in mancanza di una compiuta disciplina legislativa, messi a disposizione dai quattro principali social network.

In questi giorni di plaude al riconoscimento legislativo, con l’art. 2-terdecies “Diritti riguardanti le persone decedute“, introdotto dal D. Lgs. 10. 8.2018 n. 101 di recepimento del GDPR General Data Protection Regulation europeo, del testamento digitale; in verità la previsione è deludente per la logica patrimonialista sottesa, che apre molteplici possibilità di superare le ultime volontà digitali dell’interessato laddove vengano compromessi i diritti patrimoniali della successione legittima e testamentaria.

Viene in sostanza ufficialmente legittimato ciò che si poteva fare anche prima, cioè la possibilità di redigere una sorta di testamento con cui il titolare di un profilo social o di un account in Rete può dettare le ultime volontà sulla gestione dei suoi dati personali in caso di morte.

La norma precisa che per poter esercitare i diritti sulla privacy è sufficiente essere “portatori di un interesse proprio”, o essere stati incaricati dall’interessato deceduto oppure vantare ragioni familiari meritevoli di protezione.

Tuttavia l’esercizio di tali diritti (che sono: – l’accesso ai dati; – la rettifica dei dati; – la cancellazione dei dati; – la limitazione all’utilizzo dei dati; – la portabilità dei dati; – l’opposizione all’utilizzo dei dati) non è ammesso quando il de cujus – come si suole chiamare in linguaggio giuridico l’interessato deceduto – lo ha espressamente vietato con dichiarazione scritta comunicata al titolare del trattamento.

La norma prosegue con l’ovvia precisazione che il divieto può riguardare tutti o solo alcuni dei propri dati; che deve essere espressa in forma scritta; risultare in modo non equivoco; che deve essere “specifica, libera e informata”; che può essere modificata o revocato dall’interessato in ogni momento.

Ma ecco che, al quinto e ultimo comma, prevale la logica patrimonialista che può rendere nulle tali ultime volontà: il divieto dell’interessato non può infatti produrre effetti pregiudizievoli per l’esercizio da parte di terzi dei diritti patrimoniali che derivano dalla morte dell’interessato e del diritto di difendere in giudizio i loro interessi.

Eppure i beni personali digitali, come i nostri testi, i nostri contatti, le nostre foto, etc. sfuggono alla tradizionale logica successoria dei beni patrimoniali. Se ragioniamo in termini di valore, quali dei due beni contano di più, quelli personali o quelli patrimoniali?’

Ci si aspettava una legge più articolata che disciplinasse le modalità di backup dei nostri documenti, dei nostri scritti, delle nostre foto, delle credenziali di accesso a tutti i nostri siti di posta elettronica e di servizi, in modo che i beneficiari designati dal de cujus potranno aprire il “box virtuale” dei nostri dati personali e dare continuità ai nostri progetti e alle nostre missioni.

La previsione normativa di cui all’art. 2 terdecies D. Lgs. 101/2018 definisce – e per questo ha comunque una sua importanza – per la prima volta, i “servizi della società dell’informazione“, che sono quei servizi prestasti a distanza, per via telematica e a richiesta individuale di un destinatario, che ben comprendono i trattamenti di dati conseguenti all’iscrizione a social network o a servizi di posta elettronica o di messaggistica.

Ma per quanto riguarda l’effettiva messa a tutela dei propri dati personali restano validi i sistemi, di cui parlo nel mio articolo, messi a disposizione dai principali social network, i quali – e con le modalità in esser descritte – consentono di conservare effettivamente e tramandare ai posteri la nostra eredità digitale.

Restiamo sempre in attesa di una compiuta regolamentazione, perché, come già dicevo, fare il proprio testamento digitale rientra tra le buone pratiche di utilizzo della Rete ed è una buona azione di social reputation che riguarda ogni aspetto del nostro modo di abitare il Web: proteggere i nostri dati personali anche quando non ci saremo più, prima ancora che disporre delle nostre sostanze nel testamento tradizionale, è un segno di rispetto per chi ci è (stato veramente) vicino, che non dovrà impazzire per avere accesso ad account o siti nel marasma di impedimenti burocratici.

Diritto24

Gli eredi non pagano le sanzioni fiscali

 

 

 

 

La Suprema Corte ritiene non dovute le sanzioni amministrative derivanti dalla violazione delle norme tributarie che, stante il loro carattere afflittivo, non si trasmettono agli eredi

La vicenda

Lo ha chiarito la Corte di Cassazione, quinta sezione civile, nell’ordinanza n. 6500/2019 accogliendo il ricorso degli eredi di uomo proprietario di un terreno che aveva impugnato due avvisi di accertamento ICI (ora IMU) ed era poi deceduto nel corso del giudizio.

Secondo l’originario attore, il proprio terreno non poteva considerasi edificabile solo perché inserito come tale nel piano regolatore generale, in assenza di approvazione del piano particolareggiato. Tuttavia, il ricorso veniva respinto sia in prima che in secondo grado.

Sanzioni tributarie non si trasmettono gli eredi

Innanzi agli Ermellini, tra l’altro, moglie e figli del de cuius lamentano l’applicazione delle sanzioni nei loro confronti, che ritengono non dovute, e questo motivo viene ritenuto meritevole di accoglimento.

La Cassazione rammenta che le sanzioni pecuniarie amministrative previste per la violazione delle norme tributarie hanno carattere afflittivo, onde devono inquadrarsi nella categoria dell’illecito amministrativo di natura punitiva, disciplinato dalla L. 689/1981, essendo commisurate alla gravità della violazione ed alla personalità del trasgressore.

Di conseguenza, spiega la Corte, a esse si applica il principio generale sancito dall’art. 7 della legge n. 689 cit., secondo cui l’obbligazione di pagare la somma dovuta per la violazione non si trasmette agli eredi (cfr. Cass. n. 13894/2008).

La Cassazione, dunque, accoglie l’originario ricorso del contribuente limitatamente alle sanzioni che dichiara non dovute. Studiocataldi.it

Ritardo del treno? No al risarcimento del danno esistenziale

 

Cassazione civile, sez. III, sentenza 08/02/2019 n° 3720

Nessun risarcimento del danno non patrimoniale per i disagi dei pendolari: scatta il risarcimento solo in caso di violazione di un diritto inviolabile, tutelato dalla Costituzione.

E’ quanto stabilito dalla Cassazione, Terza Sezione, nella sentenza 8 febbraio 2019, n. 3720.

Nella vicenda in esame, un pendolare aveva convenuto una società di trasporti, dinanzi al Giudice di Pace, al fine di ottenerne la condanna al risarcimento dei danni patrimoniali e non, subiti a causa dei disservizi verificatisi durante i viaggi in treno.

Il giudice di primo grado ha ritenuto che i fatti denunciati costituivano una violazione dei diritti fondamentali relativi al rispetto della personalità ed all’intangibilità della dignità dei cittadini, per cui ha riconosciuto e liquidato anche il danno non patrimoniale di tipo esistenziale di cui all’articolo 2059 cod. civ. Tale decisione, impugnata dalla convenuta, fu riformata dal giudice di secondo grado, secondo il quale, il pendolare non aveva provato il presupposto della gravità dell’offesa, necessario per ritenere risarcibile il danno non patrimoniale conseguente alla lesione di un diritto costituzionalmente qualificato.

Avverso tale sentenza, il pendolare ha proposto ricorso in Cassazione.

Esaminando il caso in oggetto, la Suprema Corte ha rigettato la richiesta di risarcimento, precisando che vi sono diritti “palesemente non meritevoli di tutela risarcitoria, invocata a titolo di danno esistenziale, i pregiudizi consistenti in disagi, fastidi, disappunti, ansie ed ogni altro tipo di insoddisfazione concernenti gli aspetti più disparati della vita quotidiana che ciascuno conduce nel contesto sociale e che ogni persona, inserita nel complesso sociale, deve accettare, in virtù del dovere di convivenza, un grado minimo di tolleranza”.

Dunque, i disservizi ed i fastidi lamentati dal ricorrente non sono stati talmente gravi da determinare la lesione ad un diritto inviolabile, previsto dalla Costituzione, dunque l’insorgenza di un danno esistenziale. Pertanto, la Cassazione ha rigettato la richiesta di liquidazione del danno non patrimoniale.

Altro aspetto esaminato nella sentenza in commento, è l’onere probatorio: spetta al danneggiato fornire la prova sia del pregiudizio incidente nella sfera patrimoniale e non patrimoniale del contraente danneggiato, sia la sua entità. Nel caso in oggetto, non è stata raggiunta prova in quanto il ricorrente non ha dimostrato né la gravità dei disservizi subìti né l’esistenza della lesione di un diritto costituzionalmente tutelato, limitandosi ad indicare genericamente i disagi patiti, senza provare l’effettivo danno di cui chiedeva ristoro. In conclusione, la Suprema Corte ha rigettato il ricorso e condannato il ricorrente al pagamento in favore della controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità. (Altalex)

 

Riconciliazione tra ex coniugi

Riappacificazione dopo il matrimonio: quando scatta la riconciliazione dei coniugi e quali sono gli effetti se l’ex marito e l’ex moglie vanno a letto e fanno l’amore?

Ti sei separata dopo qualche anno di matrimonio. Di recente però il tuo ex marito è venuto a trovarti per sapere come stavi. Ti ha detto che gli manchi e vi siete baciati. Siete finiti a letto in pochi minuti. Lo stesso episodio si è verificato più volte nelle ultime settimane. Ora ti chiedi quali riflessi possa avere una situazione del genere sul procedimento di divorzio che avevate intenzione di avviare a breve. Lui sostiene che una rappacificazione – anche avvenuta tacitamente, tramite rapporti sessuali – comporta il venir meno della separazione e quindi anche la cessazione dell’obbligo del versamento dell’assegno di mantenimento. Ti senti molto confusa: se, infatti, da un lato il sentimento verso di lui è sempre forte, dall’altro lato vuoi comunque tutelare i tuoi diritti e non restare fregata una seconda volta. Insomma, che succede in caso di rapporti sessuali con l’ex dopo la separazione? Cos’è e come funziona la riconciliazione tra coniugi? La questione è oggetto di una apposita disciplina da parte del Codice civile, spesso spiegata e interpretata dalla Cassazione.

In questo articolo chiariremo appunto come revocare la separazione e ripristinare il matrimonio, come cancellare gli effetti della sentenza di separazione già intervenuta o rinunciare al giudizio in corso, quali sono gli effetti della rappacificazione tra coniugi e cosa questa comporta.

Vediamo dunque cosa prevede la legge e qual è l’indirizzo dei giudici a riguardo della cosiddetta «riconciliazione tra ex coniugi».

Cos’è la riconciliazione

Al divorzio si arriva sempre tramite un gradino intermedio: la separazione. Si tratta di due procedimenti distinti, anche se sostanzialmente identici nella forma. La separazione inizia a “rompere” alcuni doveri tra i coniugi, come quello di fedeltà e di coabitazione. Invece il divorzio interrompe definitivamente il matrimonio. Si può divorziare solo se sono trascorsi almeno 6 mesi dalla separazione (se avvenuta consensualmente) o 1 anno (se avvenuta giudizialmente). Questo periodo di mezzo serve come pausa di riflessione, per consentire ai coniugi di valutare tutte le conseguenze dell’addio. Ecco perché la separazione può sempre essere “revocata”, non invece il divorzio.

Ma come si cancellano gli effetti della separazione? Come si torna indietro? Con la riconciliazione. La riconciliazione consiste quindi nella cessazione dello stato di crisi matrimoniale, che può essere evidenziata o con un accordo espresso tra marito e moglie o con semplici comportamenti concludenti. In altri termini la coppia si può riconciliare anche ponendo delle attività incompatibili con la volontà di divorziare. Questi comportamenti sono costituiti, ad esempio, dal ripristino dei rapporti sessuali o dal ritorno alla convivenza sotto lo stesso tetto (se non dettata da ragioni di opportunità o di ospitalità come nel caso in cui uno dei due non abbia dove andare a dormire).

Quando avviene la riconciliazione?

La riconciliazione può intervenire in qualsiasi momento: sia durante la causa di separazione che dopo la pubblicazione della sentenza di separazione. Non può però intervenire dopo la sentenza di divorzio. Se questa è già stata emessa, l’unico modo per tornare indietro e risposarsi.

Se la riconciliazione avviene nel corso della causa di separazione, tale circostanza viene messa a verbale e il giudice ne dà atto. In alternativa, le parti possono evitare di presentarsi alla successiva udienza e il giudizio si estingue. La seconda soluzione è più economica: nel primo caso, infatti, viene emessa la sentenza che accerta la riconciliazione sulla quale è necessario versare l’imposta di registro; nel secondo caso, invece, la cancellazione della causa dal ruolo non implica alcun esborso economico.

La riconciliazione dopo la sentenza di separazione è automatica: non richiede cioè l’intervento del giudice. Quindi non c’è bisogno di andare in tribunale per far revocare la sentenza di separazione; la separazione cessa già con i rapporti sessuali tra i coniugi.

Come avviene la riconciliazione

Come detto la riconciliazione può avvenire in due modi:

  • tacitamente, tenendo un comportamento non equivoco incompatibile con lo stato di separazione;
  • espressamente: dichiarando in un accordo scritto di volere riprendere la normale vita matrimoniale e ripristinarne tutti i doveri.

È comunque necessaria una dichiarazione scritta per poter attuare la pubblicità della riconciliazione. Difatti, per annullare la separazione e poter opporre la riconciliazione opponibile ai terzi è necessario prestare una dichiarazione davanti all’ufficiale di Stato civile, presso il Comune dove fu celebrato il matrimonio o presso il Comune dove il matrimonio fu trascritto.

  • L’ufficiale di Stato civile iscrive la dichiarazione negli archivi dello Stato civile e la annota a margine dell’atto di matrimonio.
  • La dichiarazione espressa ha efficacia autonoma rispetto al comportamento delle parti. In altri termini, la riconciliazione avviene già con la ripresa dei rapporti tra coniugi mentre la dichiarazione all’ufficio del Comune è una semplice formalità.
  • Quando si ha riconciliazione?

Affinché si possa parlare di riconciliazione non bastano pochi e sporadici rapporti sessuali tra gli ex coniugi, né la breve ripresa della convivenza .

Se i coniugi hanno avuto per poco la stessa residenza manca la prova che vi sia stata una vera e propria riconciliazione fra le parti, che si configura soltanto quando la coppia torna a vivere come marito e moglie. Non basta la ripresa della convivenza in via sperimentale né, ad esempio, che l’uomo dia alla moglie del denaro o che i due vivano nella casa del primo in camere da letto diverse: si tratta di circostanze che di per sé non dimostrano il ripristino della famiglia.

Ai fini della riconciliazione, perché lo stato di separazione possa ritenersi interrotto è necessario, secondo l’opinione prevalente, ricostituire l’unione coniugale e all’accordo deve conseguire il ripristino di fatto della vita familiare .

Per accertare l’avvenuta riconciliazione i coniugi devono avere tenuto un comportamento non equivoco incompatibile con lo stato di separazione. Si deve dare rilievo alla concretezza degli atti, dei gesti e dei comportamenti dei coniugi, valutati nella loro effettiva capacità di dimostrare la loro disponibilità a riprendere la convivenza e a costituire una rinnovata comunione. Rilevano quindi i comportamenti oggettivi e non i dati psicologici, difficili da provare in quanto appartenenti alla sfera intima dei sentimenti.

Secondo la Cassazione, neanche la nascita di un nuovo figlio durante la separazione è sufficiente a far parlare di riconciliazione, potendo questa dipendere da un singolo e occasionale rapporto sessuale.

Non sono infine sufficienti comportamenti quali: visite giornaliere al coniuge separato bisognoso di cure.

Quali effetti ha la riconciliazione?

La riconciliazione, facendo venir meno la separazione, determina anche la cessazione dell’obbligo di versare l’assegno di mantenimento. Inoltre si azzera il termine per chiedere il divorzio. Significa che, se la coppia ha tentato di riconciliarsi e non c’è riuscita, i 6 mesi o l’anno necessario per chiedere il divorzio decorre non già dalla sentenza di separazione ma dall’ultimo momento in cui c’è stata la riconciliazione (quindi da quando i due hanno cessato di vivere di nuovo insieme).

La prova della riconciliazione

La riconciliazione viene utilizzata anche come arma per contrastare la richiesta di divorzio presentata dall’ex coniuge. Tuttavia spetta al coniuge che vuole provare la riconciliazione cercare di dimostrare che si sono verificati fatti quali l’aver ripreso la convivenza, l’avere ripreso i rapporti sessuali, lo svolgimento in comune di una vita sociale, frequentando parenti ed amici o trascorrendo le vacanze insieme (se ciò non avviene solo per il bene dei figli).

La Legge per tutti

Circolazione di veicoli stranieri nel territorio nazionale. Ne hai una? Ecco qualche consiglio.

Il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti,  nella Circolare n. 33292 del 20/12/2018, ha introdotto il presente provvedimento: “art. 29 bis decreto legge 04/10/2018 n. 113, convertito in Legge 01/12/2018 n. 132, circolazione in Italia di veicoli immatricolati all’estero”.

Ci si è concentrati in particolar modo sull’art. 93 C.d.S. comma 1-bis, il quale stabilisce che:” salvo quanto previsto dal comma 1-ter, è vietato, a chi ha stabilito la residenza in Italia da oltre sessanta (60) giorni, circolare con un veicolo immatricolato all’estero”.

I principi comunitari che legiferano i veicoli

Secondo i principi comunitari in materia di libera circolazione dei lavoratori di cui all’art. 45 TFUE e della libera prestazione di servizi di cui all’art. 56 TFUE, da cui sono esclusi da tale divieto:

  1. veicoli in disponibilità di soggetti residenti in Italia in forza di un contratto di leasing o di noleggio senza conducente stipulato in altro Stato della Unione europea e Spazio Economico Europeo con una impresa che non ha sede in Italia;
  2. veicoli intestati ad un’impresa costituita in un altro Stato della Unione europea e Spazio Economico Europeo, che non ha la sede in Italia, e da questa ceduti in comodato ad un soggetto residente in Italia con il quale l’impresa stessa intrattiene un rapporto di lavoro o di collaborazione.

Sulla base di tali divieto, la normativa prevista all’art. 93 comma 1 quater, disciplina: “Nell’ipotesi di cui al comma 1-bis e ferma restando l’applicazione delle sanzioni previste dal comma 7-bis, se il veicolo non è immatricolato in Italia, l’intestatario chiede al competente ufficio della motorizzazione civile, previa consegna del documento di circolazione e delle targhe estere, il rilascio di un foglio di via e della relativa targa, ai sensi dell’articolo 99, al fine di condurre il veicolo oltre i transiti di confine. L’ufficio della motorizzazione civile provvede alla restituzione delle targhe e del documento di circolazione alle competenti autorità dello Stato che li ha rilasciati”, pertanto si possono individuare due “rimedi” alternativi:

  •   che il veicolo venga immatricolato in Italia, al fine di poter continuare a circolare sul territorio dello Stato;
  •   che il veicolo venga condotto oltre confine previo rilascio del foglio di via, come dettato dall’art. 99 del C.d.S.

La Circolazione dei veicoli immatricolati negli Stati esteri

L’ art. 132 C.d.S., “Circolazione dei veicoli immatricolati negli Stati esteri”, con la conversione della Legge 132/18, al comma 1 è stato aggiunto questo periodo: “Scaduto il termine di un anno, se il veicolo non è immatricolato in Italia, l’intestatario chiede al competente ufficio della motorizzazione civile, previa consegna del documento di circolazione e delle targhe estere, il rilascio di un foglio di via e della relativa targa, ai sensi dell’articolo 99, al fine di condurre il veicolo oltre i transiti di confine. L’ufficio della motorizzazione civile provvede alla restituzione delle targhe e del documento di circolazione alle competenti autorità dello Stato che li ha rilasciati.”

Inoltre, con la medesima modifica legislativa è stato inserito il nuovo comma 5 che così prevede: ”Fuori dei casi indicati all’articolo 93, comma 1-ter, chiunque viola le disposizioni di cui al comma 1 è soggetto alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 712 a euro 2.848. L’organo accertatore trasmette il documento di circolazione all’ufficio della motorizzazione civile competente per territorio, ordina l’immediata cessazione della circolazione del veicolo e il suo trasporto e deposito in luogo non soggetto a pubblico passaggio. Si applicano, in quanto compatibili, le disposizioni dell’articolo 213. Se entro il termine di centottanta giorni, decorrenti dalla data della violazione, il veicolo non è immatricolato in Italia o non è richiesto il rilascio di un foglio di via per condurlo oltre i transiti di confine, si applica la sanzione accessoria della confisca amministrativa ai sensi dell’articolo 213. “

Trascorso un anno dalla libera circolazione dei veicoli immatricolati all’estero e in disponibilità di soggetti non residenti, è prescritto anche il caso che il veicolo venga immatricolato in Italia, se ci sono le condizioni che l’intestatario acquisisca la residenza o stabilisca la propria sede nel nostro paese. In alternativa, come si legge nel novellato, che il veicolo venga condotto oltre il confine munito di foglio di via, già previsto dall’art. 99 C.d.S..

Il veicolo può essere trasportato oltre il confine assieme ad altro veicolo idoneo e munito di titolo autorizzativo, laddove richiesto, senza necessità di richiedere il foglio di via.

Diritto.it

 

Determinazione del danno biologico per errato intervento chirurgico

Il caso

Una donna a seguito dei danni riportati dopo essersi sottoposta ad un’operazione chirurgica di osteosintesi aveva citato in giudizio l’azienda ospedaliera per vedersi riconosciuto il proprio diritto al risarcimento del danno biologico permanente e temporaneo subito  a causa della condotta colposa dei sanitari.

In particolare durante l’intervento chirurgico al quale la donna si era sottoposta per una frattura sovraintercondiloidea subita, si era verificata un’ischemia acuta all’arto inferiore operato causato da un’intrappolamento iatrogeno dell’arteria poplitea  sovra-articolare. Tale complicanza aveva costretto i medici ad intervenire con un secondo intervento chirurgico di angioplastica effettuato nella medesima giornata.

Successivamente durante il decorso post operatorio la donna aveva subito una paralisi iatrogena evoluta in pseudoartrosi che l’aveva obbligata a sottoporsi ad un nuovo intervento, questa volta in una struttura sanitaria diversa.

Il giudice di primo grado, dopo aver interpellato la CTU, alla quale aveva chiesto di chiarire se l’intrappolamento dell’arteria poplitea potesse considerarsi una complicanza prevedibile ed evitabile alla luce della migliore scienza ed esperienza del momento e di indicare l’entità del danno differenziale riconducibile all’inesatto trattamento sanitario, aveva accolto la domanda attrice riconoscendo la responsabilità dell’azienda ospedaliera per i danni subiti dalla paziente, e condannando la stessa al risarcimento di euro € 37.651,60.

Seppur vittoriosa in primo grado, la donna aveva proposto appello contro la sentenza del Tribunale –per quanto qui di interesse- con un motivo di ricorso, lamentando la scorretta modalità liquidatoria del danno iatrogeno differenziale permanente, sostenendo che il giudice aveva erroneamente individuato il danno subito nella percentuale del 10%, avendo operato la differenza tra la percentuale di invalidità in cui lei versava a seguito dell’operazione e la percentuale di invalidità che sarebbe comunque residuata a causa della frattura dopo l’operazione.

L’azienda sanitaria si costituiva in giudizio rigettando la responsabilità dei sanitari della sua struttura, sostenendo che il Giudice di primo grado aveva riconosciuto la loro responsabilità sulla base della perizia tecnica che non aveva considerato che l’intrappolamento dell’arteria polpitea sovracondiloidea costituiva una complicanza non prevedibile né evitabile di frattura con plurimi frammenti ossei, come nel caso di specie. E che, dunque, neanche una condotta prudente, diligente e perita poteva evitare.

Decisione della Corte d’Appello

I Giudici della Corte d’appello, esaminata la causa sottoposta alla loro cognizione, hanno, in continuità con i giudici di primo grado, riconosciuto la responsabilità dell’azienda sanitaria, accogliendo il ricorso promosso dalla paziente.

In particolare la Corte d’Appello, rigettando la richiesta avanzata dalla struttura ospedaliera, ha ricordato che nel caso in cui il danneggiato ha assolto all’onere probatorio di dimostrare il nesso di causalità tra l’aggravamento della patologia e l’azione o  omissione dei sanitariincombe su quest’ultimi dimostrare l’impossibilità della prestazione derivante da causa non imputabile, provando che l’inesatto adempimento è stato determinato da un impedimento imprevedibile ed inevitabile con l’ordinaria diligenza.

Nel caso di specie i giudici di secondo grado hanno riscontrato che il nesso causale tra il ricovero in ospedale, l’intervento chirurgico e la patologia era stato dimostrato dalla paziente, non invece era stato dimostrato dall’azienda ospedaliera l’inesatto inadempimento a causa di un impedimento imprevedibile o evitabile dalla ordinaria diligenza.

Nell’accogliere le doglianze avanzate dalla paziente, la Corte d’Appello ha evidenziato come la corretta modalità liquidatoria del danno iatrogeno differenziale subito dalla paziente doveva fondarsi sul principio sancito dalla Corte di Cassazione secondo cui per la liquidazione del danno subito da un paziente – già affetto da una situazione invalidante, per la quale si sia sottoposto ad intervento, da cui a causa della cattiva esecuzione, si determini un peggioramento dell’invalidità – deve considerarsi la percentuale di invalidità effettivamente risultante sottratta la percentuale di invalidità ineliminabile, sulla base del sistema tabellare milanese.

Nel caso di specie la paziente a seguito delle operazioni subite riportava un danno biologico nella misura del 24%, mentre la percentuale di invalidità dovuta all’evento di frattura da cui era dipesa la necessità del primo intervento, e che sarebbe rimasta anche nel caso di riuscita dell’intervento stesso, era del 14%. La paziente aveva dunque subito un incremento di invalidità pari al 10% ed un danno iatrogeno differenziale da ricomprendersi tra il 14% ed il 24%. Di conseguenza, secondo il sistema tabellare di liquidazione, l’ammontare del danno subito dalla paziente doveva essere stabilito operando la differenza tra il montante risarcitorio contemplato dal sistema tabellare milanese per l’invalidità di cui era portatrice la paziente (24%= €103.921,00) e quello corrispondente all’invalidità ineliminabile e normalmente risultante dall’operazione chirurgica (14%= € 40.575,00), e dunque la liquidazione del danno doveva corrispondere a € 63.346,00. A questo importo la Corte d’appello riconosceva anche la personalizzazione del danno in misura del 20% in virtù della giovane età della paziente, condannando così l’azienda ospedaliera a versare un risarcimento del danno pari a € 75.015,20.

Esito del Ricorso:

accoglimento

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