D.l. Cura Italia n. 18/2020: il premio di cento euro ai lavoratori dipendenti

 

di Paolo M. Storani – Facciamo chiarezza con un quadro di sintesi per LIA Law In Action dell’Avv. Francesca Serretti Gattoni in tema di premio di cento euro ai lavoratori dipendenti.

 

 

D.l. Cura Italia: il premio di cento euro ai lavoratori dipendenti

Lo scenario

Da diversi giorni riecheggia nelle orecchie dei dipendenti, pubblici e privati, che nel mese di marzo hanno continuato a lavorare nella propria sede di lavoro, la notizia che nella relativa busta paga riceveranno un “premio” pari ad € 100 netti in aggiunta alla retribuzione.

Ma facciamo chiarezza.

Va subito detto che non necessariamente il premio deve essere erogato nel mese di aprile 2020, potendo il datore di lavoro scegliere di erogarlo entro il termine di effettuazione delle operazioni di conguaglio di fine anno.

Il decreto Cura Italia

Il D.L. c.d. “Cura-Italia” n. 18/2020 (pubblicato in G.U. n. 70 del 17/03/2020) è il secondo provvedimento che segue a ruota il suo antecedente (il D.L. n. 9/2020) all’art. 63 (Premio ai lavoratori dipendenti) prevede che,

“1. Ai titolari di redditi di lavoro dipendente di cui all’articolo 49, comma 1, del testo unico delle imposte sui redditi approvato con decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, che possiedono un reddito complessivo da lavoro dipendente dell’anno precedente di importo non superiore a 40.000 euro spetta un premio, per il mese di marzo 2020, che non concorre alla formazione del reddito, pari a 100 euro da rapportare al numero di giorni di lavoro svolti nella propria sede di lavoro nel predetto mese.

  1. I sostituti d’imposta di cui agli articoli 23 e 29 del decreto del Presidente della Repubblica29 settembre 1973, n. 600 riconoscono, in via automatica, l’incentivo di cui al comma 1 a partire dalla retribuzione corrisposta nel mese di aprile e comunque entro il termine di effettuazione delle operazioni di conguaglio di fine anno.
  2. I sostituti d’imposta di cui al comma 2 compensano l’incentivo erogato mediante l’istituto di cui all’articolo 17 del decreto legislativo9 luglio 1997, n. 241.
  3. All’onere derivante dall’attuazione del presente articolo si provvede ai sensi dell’articolo 126″.

Chi riceverà il bonus

Dalla lettura della norma sopra menzionata, emerge subito che con molta probabilità non tutti riceveranno la cifra esatta di € 100 netti, somma che, in ogni caso, non concorre alla formazione del reddito. Ciò in quanto i € 100 vanno calcolati sulle giornate effettivamente svolte sul luogo di lavoro.

La proporzione segue la ratio legis del decreto-legge in questione, fondata sul riconoscimento di una ricompensa – un “premio” appunto – per il disagio ed il conseguente rischio di esposizione al virus (Covid-19) vissuto dai lavoratori che hanno prestato attività lavorativa fisicamente all’interno dell’azienda (anche part-time) nel mese di marzo 2020.

E’ chiaro che, in tale logica, sono esclusi dal beneficio i lavoratori che hanno continuato a lavorare da casa, ovverosia con la modalità dello smart working – o lavoro agile -, né si computano i giorni di malattia, di ferie e a tutte le giornate di assenza per aspettativa senza corresponsione di assegni di cui i dipendenti hanno beneficiato nell’arco del mese di marzo.

Sarà, poi, necessaria per il lavoratore – specie se assunto nel corso dell’anno 2019 o nel 2020 – fornire al proprio datore di lavoro una sorta di autocertificazione che attesti il requisito reddituale richiesto dalla norma.

Il premio spetta, infatti, solo a titolari di redditi da lavoro dipendente (assoggettati a tassazione progressiva IRPEF; cfr. Circolare Agenzia Entrate n. 8/E del 2020), che nell’anno 2019 non superino il reddito complessivo di € 40.000.

Ad oggi, il premio in questione è un “una tantum” riconosciuto ai dipendenti per il mese di marzo, ma si auspica che la medesima norma venga replicata in un successivo D.L. anche per il corrente mese di aprile.

 

 

Il diritto di visita del genitore non collocatario al tempo del COVID-19

 

Il Tribunale di Vasto con decreto del 2 aprile 2020 respinge l’istanza ma consente al ricorrente videoconversazioni in orario ampio e predefinito, previa diffida alla madre a non frapporre ostacoli

Il provvedimento collegiale urgente qui di seguito in disamina, emesso dal Tribunale di Vasto appena il 2 aprile 2020, estensore il Dott. Fabrizio Pasquale, desta considerevole interesse in un periodo in cui la fase emergenziale pare comprimere e soffocare l’esercizio di ogni diritto costituzionalmente garantito; costituisce, altresì, una valida e perspicua soluzione per contemperare il diritto del padre (oltretutto proveniente da Milano, zona ad alto tasso epidemico) a mantenere rapporti significativi e costanti con la figlia da esercitarsi attraverso strumenti telematici che consentano conversazioni in videochiamata, con cadenza anche quotidiana in orario ampio pomeridiano e serale (14:30-21:30), previa diffida alla madre a non frapporre ostruzionismo.

Durante l’emergenza sanitaria nazionale conseguente a pandemia da COVID-19, dichiarata dall’OMS, il genitore non collocatario e residente in comune diverso da quello di residenza del figlio non può ottenere di tenere presso di sé il figlio minore nato fuori del matrimonio perché non si realizzano le condizioni di sicurezza e prudenza ed il diritto-dovere dei genitori e dei figli minori di incontrarsi, nell’attuale momento emergenziale, è recessivo sia rispetto alle limitazioni alla circolazione delle persone, legalmente stabilite per ragioni sanitarie, ai sensi dell’art. 16 Cost. (libertà di circolare e soggiornare in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza), sia rispetto al diritto alla salute, sancito dall’art. 32 Cost.

Il caso

Il genitore non collocatario, che vive e lavora a Milano, area di alto tasso di contagio virale, ma si è spostato una settimana prima del deposito dell’istanza ad Aversa, ove possiede un’abitazione di famiglia e vorrebbe ospitare la figlia per un certo periodo di tempo, in data 1° aprile 2020 ricorre ai sensi dell’art. 337 quinquies c.c. (revisione delle disposizioni concernenti l’affidamento dei figli) al Tribunale di Vasto rappresentando di non aver potuto trascorrere con la figlia minore i periodi di tempo prestabiliti, a causa dell’attuale situazione di emergenza sanitaria nazionale; chiede di poter tenere con sé la bambina dal 7 al 14 aprile (o, in alternativa, dal 13 al 26 aprile), presso la propria abitazione di Aversa, in modo da recuperare anche i fine settimana in cui si è trovato nell’impossibilità di rispettare la calendarizzazione stabilita, deducendo una perdurante difficoltà di instaurare conversazioni telefoniche con la figlia per le resistenze e l’ostruzionismo della resistente.

La questione

1.1. Il Collegio del Tribunale di Vasto, presieduto dalla Dott.ssa Annarosa Capuosso, Relatore il Dott. Fabrizio Pasquale, altra componente la Dott.ssa Prisca Picalarga, valuta «preliminarmente l’ammissibilità dell’adozione di provvedimenti cautelari inaudita altera parte nell’ambito del giudizio di revisione delle disposizioni concernenti l’affidamento dei figli, ex art. 337 quinquies c.c., al fine di garantire la piena tutela del minore anche attraverso provvedimenti cautelari, tutte le volte in cui il diritto assistito dal fumus boni iuris sia minacciato dal pericolo di un pregiudizio imminente e irreparabile, che non può essere tutelato nei tempi necessari per farlo valere in via ordinaria»;

1.2. Il Tribunale di Vasto rileva, inoltre, che «l’emissione di provvedimenti provvisori è espressione di una tutela immanente alla salvaguardia dell’interesse del minore, come si evince dall’art. 336 c.c., che legittima il tribunale all’adozione di provvedimenti nell’interesse del figlio anche in assenza di domanda, e dall’art. 337 ter c.c., che consente di adottare ogni provvedimento relativo alla prole, compreso l’affidamento a terzi, “anche d’ufficio”, e ciò in quanto l’instaurazione del contraddittorio differito assicura la necessaria tutela dei diritti di difesa delle parti»;

Le soluzioni giuridiche

2.1. Il Tribunale di Vasto ritiene «che gli incontri dei minori con genitori dimoranti in comune diverso da quello di residenza dei minori stessi non realizzano affatto le condizioni di sicurezza e prudenza di cui al D.P.C.M. 9/3/2020 ed all’ancor più restrittivo D.P.C.M. 11/3/2020, come pure al D.P.C.M. 21/3/2020 e, da ultimo, al D.P.C.M. del 22/3/2020, dal momento che lo scopo primario della normativa che regola la materia è quello di attuare una rigorosa e universale limitazione dei movimenti sul territorio (con il divieto di spostarsi in comuni diversi da quello di dimora), tesa al contenimento del contagio, con conseguente sacrificio di tutti i cittadini ed anche dei minori».

2.2. Talché, il Collegio abruzzese ritiene «quindi, che il diritto-dovere dei genitori e dei figli minori di incontrarsi, nell’attuale momento emergenziale, è recessivo sia rispetto alle limitazioni alla circolazione delle persone, legalmente stabilite per ragioni sanitarie, ai sensi dell’art. 16 Cost., sia rispetto al diritto alla salute, sancito dall’art. 32 Cost. (cfr., in tal senso, Trib. Bari, ord. 26 marzo 2020)».

2.3. Il Tribunale vastese ritiene «peraltro, che – nel caso di specie – non è verificabile se la minore si esponga a rischio sanitario, tenuto conto: a) che il padre proviene da un luogo ad alto tasso di contagio virale; b) che non è dimostrato che lo stesso abbia rigorosamente rispettato le prescrizioni imposte dalla normativa vigente; c) che non è chiaro se nell’abitazione di destinazione siano presenti altre persone, oltre al ricorrente».

Epilogo del decreto urgente

In conclusione il Collegio «ritenuto, alla luce delle considerazioni sin qui espresse, che l’istanza del ricorrente non possa essere accolta, fermo restando che il diritto del padre a mantenere rapporti significativi e costanti con la figlia può essere esercitato attraverso strumenti telematici che consentano conversazioni in videochiamata,  Paolo M. Storani

Coronavirus: impossibilità sopravvenuta della prestazione e forza maggiore

La crisi da Covid-19. La gravissima crisi sociale, sanitaria ed economica provocata da Covid-19 (pandemia secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità) pone, tra gli altri, il problema dell’impossibilità di adempiere le obbligazioni contrattuali. Non è infatti improbabile che imprenditori, fornitori e comunque parti contrattuali in genere si trovino nell’impossibilità di adempiere le proprie obbligazioni alla luce delle rigide restrizioni imposte dall’autorità governativa – impossibilità di uscire di casa se non nei casi di stretta e comprovata necessità, chiusura di molte attività commerciali – o anche solo alla luce della necessità di esporsi il meno possibile al contagio del tanto temuto virus. Gli istituti giuridici dell’impossibilità sopravvenuta della prestazione e della risoluzione del contratto per forza maggiore rappresentano delle valide garanzie a tutela delle parti contrattuali danneggiate dalla crisi.

Impossibilità sopravvenuta della prestazione. L’art. 1256 c.c. disciplina le ipotesi di impossibilità definitiva e temporanea della prestazione. Esso stabilisce che l’obbligazione si estingue quando, per una causa non imputabile al debitore, la prestazione diventa impossibile. Se invece l’impossibilità è solo temporanea, il debitore non è responsabile del ritardo nell’adempimento finchè essa perdura. Tuttavia l’obbligazione si estingue se l’impossibilità perdura fino a quando, in relazione al titolo della obbligazione o alla natura dell’oggetto, il debitore non può essere ritenuto obbligato a eseguire la prestazione ovvero il creditore non ha più interesse a conseguirla.
Naturalmente, come ha chiarito la Suprema Corte, la liberazione del debitore per sopravvenuta impossibilità della prestazione può verificarsi solo se ed in quanto concorrano l’elemento obiettivo della impossibilità di eseguire la prestazione medesima, in sè considerata, e quello soggettivo dell’assenza di colpa da parte del debitore riguardo alla determinazione dell’evento che ha reso impossibile la prestazione. Pertanto, nel caso in cui il debitore non abbia adempiuto la propria obbligazione nei termini contrattualmente stabiliti, egli non può invocare la predetta impossibilità con riferimento ad un ordine o divieto dell’autorità amministrativa (factum principis) sopravvenuto, e che fosse ragionevolmente e facilmente prevedibile, secondo la comune diligenza, all’atto della assunzione dell’obbligazione, oppure rispetto al quale non abbia, sempre nei limiti segnati dal criterio della ordinaria diligenza, sperimentato tutte le possibilità che gli si offrivano per vincere o rimuovere la resistenza o il rifiuto della pubblica autorità (Cass. civ., III, 8 giugno 2018, 14915). Appare dunque evidente che se un contratto è stato stipulato in epoca antecedente ai provvedimenti governativi restrittivi delle libertà individuali dovuti al Covid-19 eventuali impossibilità di adempiere le prestazioni contrattuali potrebbero cadere nella previsione dell’articolo 1256 del codice civile.
Ancora, sempre in materia di responsabilità contrattuale, la Corte di Cassazione ha sancito che, perché l’impossibilità della prestazione costituisca causa di esonero del debitore da responsabilità, deve essere offerta la prova della non imputabilità, anche remota, di tale evento impeditivo, non essendo rilevante, in mancanza, la configurabilità o meno del “factum principis” (Cass. civ., III, 25 maggio 2017, 13142). Appare pertanto evidente che l’onere di allegazione probatoria non è sovvertito dall’impossibilità sopravvenuta della prestazione e questa va sempre e comunque provata.

Forza maggiore. Vi è poi l’ipotesi della forza maggiore. L’ordinamento giuridico italiano non ne dà una nozione precisa.  Generalmente la si intende come quell’evento imprevedibile e inevitabile al quale non è possibile resistere (vis maior cui resisti non potest). Tuttavia l’art. 1467 c.c. in tema di contratti con prestazioni corrispettive, ne indica alcune caratteristiche nel momento in cui afferma che nei contratti a esecuzione continuata o periodica o a esecuzione differita, se la prestazione di una delle parti è divenuta eccessivamente onerosa per il verificarsi di avvenimenti straordinari e imprevedibili, la parte che deve tale prestazione può domandare la risoluzione del contratto, con gli effetti stabiliti dall’art. 1458. La risoluzione non può essere domandata se la sopravvenuta onerosità rientra nell’alea normale del contratto. La parte contro la quale è domandata la risoluzione può evitarla offrendo di modificare equamente le condizioni del contratto.
Orbene, come sancito dai supremi Giudici, l’eccessiva onerosità sopravvenuta della prestazione, per potere determinare, ai sensi dell’art. 1467 c.c., la risoluzione del contratto richiede la sussistenza di due necessari requisiti: da un lato, un intervenuto squilibrio tra le prestazioni, non previsto al momento della conclusione del contratto; dall’altro, la riconducibilità della eccessiva onerosità sopravvenuta ad eventi straordinari ed imprevedibili, che non rientrano nell’ambito della normale alea contrattuale. Il carattere della straordinarietà è di natura oggettiva, qualificando un evento in base all’apprezzamento di elementi, quali la frequenza, le dimensioni, l’intensità, suscettibili di misurazioni (e quindi, tali da consentire, attraverso analisi quantitative, classificazioni quanto meno di carattere statistico), mentre il carattere della imprevedibilità ha fondamento soggettivo, facendo riferimento alla fenomenologia della conoscenza. L’accertamento del giudice di merito circa la sussistenza dei caratteri evidenziati è insindacabile in sede di legittimità se sorretto da motivazione adeguata ed immune da vizi (Cass. civ., III, 19 ottobre 2006, 22396).
A parere di chi scrive la situazione di crisi determinata da Covid-19 e dai conseguenziali provvedimenti governativi direttamente incidenti sulle libertà individuali, contiene i caratteri oggettivi della straordinarietà e, per i contratti antecedenti allo scoppio della crisi, anche della soggettiva imprevedibilità. Talché, non apparirebbe errato, qualora  a causa di tale crisi la prestazione contrattuale – da valutare caso per caso e fermo restando il relativo onere di allegazione probatoria – fosse divenuta eccessivamente onerosa  invocare la forza maggiore.

Conclusioni. In conclusione, la pandemia determinata da Covid-19 è certamente idonea a giustificare ipotesi di inadempimento di obbligazioni contrattuali precedentemente assunte. E ciò sia quando la prestazione contrattuale diventa definitivamente o temporaneamente impossibile e sia quando la prestazione di una parte contrattuale diventa eccessivamente onerosa. Naturalmente le conseguenze saranno diverse sia nell’uno che nell’altro caso e l’attore dovrà provare le proprie pretese.
Ebbene, pur non potendo generalizzare in quanto ogni caso farà storia a sè, la legge italiana offre ai contraenti gli appigli normativi per superare le ipotesi di responsabilità per inadempimento, con le conseguenti richieste risarcitorie, dovute a Covid-19. Non solo. Tali norme permetteranno comunque alle parti contrattuali di negoziare nuovi accordi modificativi di quelli originari, non pregiudicando in toto gli obiettivi che si volevano raggiungere con il contratto eventualmente risolto.

Diritto e giustizia .it

Covid 19. In Cina è boom dei divorzi dopo la quarantena.

Leggevo su varie riviste ed articoli specializzati che in Cina vi è grande aumento delle richieste alla riapertura degli sportelli pubblici: il virus colpisce le coppie costrette in casa!

Gli uffici pubblici cinesi sono sommersi di richieste di divorzio

– Fra le conseguenze del coronavirus ce n’è una che forse non di si aspettava: dopo il periodo di quarantena, ora in Cina è boom di divorzi. Secondo quanto riporta il quotidiano Global Times, sembra infatti che le richieste di scioglimento dei matrimoni siano in forte crescita, al punto che a Xi’an e in altri distretti (come quello di Yanta) si registrano sportelli intasati di pratiche e di persone in attesa di separazione e divorzio.

Perché questo curioso aumento? Prima di tutto perché in ogni caso le persone che avevano già in mente di divorziare hanno dovuto far passare il periodo di chiusura degli uffici, che ora sono quindi particolarmente sotto pressione. Ma si avanza anche l’ipotesi che la convivenza forzata in casa per settimane abbia minato molti rapporti e molte famiglie. L’estrema esperienza della crisi da virus ha messo a dura prova le coppie, che non si erano mai trovate di fronte a qualcosa del genere, costrette alla ‘sopravvivere’ fianco a fianco 24 ore su 24.

La gestione famigliare, gli spazi da condividere, l’organizzazione per lo smart working e per recuperare il cibo, le altre emergenze e le lunghe giornate nelle quattro mura domestiche hanno lavorato contro chi era forse già un po’ a rischio. Che ora, appena si può riaffacciare la testa fuori casa, decide di porre fine a una relazione.
In Italia stiamo vivendo una situazione paragonabile a quella di chiusura che abbiamo visto in Cina: faremo anche noi questo tipo di conti più avanti?

Si può risalire a un profilo falso Facebook o Instagram?

 

 

 

 

È possibile scoprire chi si nasconde dietro un profilo falso di Facebook o di Instagram? Cos’è il codice ID e a cosa serve? Come si smaschera un profilo fake?

Purtroppo il crimine viaggia di pari passo con la tecnologia, spesso sfruttando strumenti messi a disposizione da quest’ultima per fini assolutamente leciti. Uno degli esempi più significativi di quanto ho appena detto riguarda i social network: normalmente utilizzati per sentire gli amici e mantenere i contatti con le persone care che vivono lontano da noi, sempre più frequentemente vengono impiegati per portare a termine disegni criminosi ai danni delle vittime. Uno sei metodi più diffusi è quello di creare finti profili per compiere atti di stalking nei confronti di determinati individui, oppure per rubare l’identità di altre persone. In pratica, accade ciò: ci si registra a Facebook (o ad altro social, tipo Instagram) fornendo delle generalità fittizie oppure appartenenti ad altro soggetto; in quest’ultima circostanza, chi compie una condotta del genere commette il reato di sostituzione di persona. A questo punto, sorge spontanea una domanda: è possibile risalire a un profilo falso Facebook o Instagram?

Si tratta di una domanda molto importante, la cui risposta diviene fondamentale nel momento in cui il falso profilo viene utilizzato per commettere reati. Pensa alla persona che è vittima di atti persecutori da parte di un individuo che si cela dietro un’identità fittizia: in un caso come questo, oltre al reato di sostituzione di persona si integrerebbe anche quello di molestie e, nella peggiore delle ipotesi, perfino di stalking. Ebbene, sappi che, nonostante l’autore del delitto si nasconda dietro una maschera virtuale, è sempre possibile scovarlo e consegnarlo alla giustizia. Se questo argomento ti interessa, ti invito a proseguire nella lettura: vedremo insieme come si può risalire ad un falso profilo Facebook o Instagram.

Profilo falso Facebook o Instagram: è reato?

Prima di comprendere come si può risalire ad un falso profilo Facebook o Instagram vediamo cosa dice la legge nel caso in cui qualcuno ponga in essere una condotta di questo tipo. Chi, adoperando un social network di qualsiasi genere, crea un account i cui dati corrispondono ad una persona diversa, commette il reato di sostituzione di persona, punito con la reclusione fino a un anno [1].

Secondo il nostro ordinamento giuridico è punibile penalmente la condotta di chi, al fine di procurare a sé o ad altri un vantaggio, ovvero di recare ad altri un danno, induce taluno in errore, sostituendosi illegittimamente ad un’altra persona, o attribuendo a sé o ad altri un falso nome, un falso stato ovvero una qualità a cui la legge attribuisce effetti giuridici. Per incorrere nel reato, quindi, è necessario che la creazione del falso profilo Facebook o Instagram sia preordinata a raggiungere uno degli scopi sopra indicati, e cioè:

  • ricavarne un vantaggio, non necessariamente economico: pensa a chi chiuda una transazione con condizioni favorevoli concesse solamente perché si è spacciato per altra persona;
  • arrecare un danno: è il classico caso di chi, vigliaccamente, si cela dietro una falsa identità digitale per minacciare e molestare qualcuno.

Quando non è reato creare un falso profilo sui social network?

Quanto detto nel paragrafo precedente non deve indurre a pensare che ogni creazione di un profilo falso Facebook o Instagram costituisca reato: non lo è, infatti, ogniqualvolta non ricorra uno dei fini sopra elencati, ovvero quando ci si inventi un’identità di pura fantasia (un personaggio immaginario, oppure uno realmente esistito ma che, per ovvie ragioni, non potrebbe essere in internet, tipo Napoleone) purché, in quest’ultimo caso, non si sfrutti il profilo per commettere altri reati.

Quindi, creare un profilo falso su Facebook o Instagram costituisce reato solamente se:

  • ci si appropria dell’identità di un’altra persona, con lo scopo di arrecargli danno oppure di trarne qualche indebito vantaggio;
  • si crea un profilo falso, non corrispondente a nessuna persona reale, con lo scopo di ingiuriare, diffamare, molestare o, comunque, ledere i diritti di un’altra persona. In questa ipotesi, infatti, potrebbero sempre ricorrere i reati di diffamazione, minaccia e stalking.

Profilo falso Facebook o Instagram: cosa fare?

Nel caso in cui tu abbia scoperto che su Facebook, Instagram oppure altro social o applicazione esista un profilo con le tue generalità (foto, data di nascita, indirizzo di residenza, ecc.), oppure sei bersaglio di insulti e continui messaggi da parte di un profilo palesemente finto, puoi tutelarti in due modi: segnalando l’accaduto al social; sporgendo denuncia. In quest’ultimo caso, però, è bene che tu ti premunisca di alcune informazioni che saranno essenziali per lo svolgimento delle indagini. Vediamo come agire.

Segnalare a Facebook un profilo falso: come fare?

Per segnalare a Facebook un profilo falso e ottenere, così, che venga bloccato, dovrai semplicemente fare ciò che sto per dirti:

  • visitare il profilo fake;
  • cliccare sul tasto a forma di ruota dentata/ingranaggio situato accanto alla voce “messaggio”;
  • nella successiva finestra, selezionare la voce “Segnala/Blocca”;
  • si apre un riquadro nel quale sono indicate le diverse opzioni a vostra disposizione (la possibilità di annullare la ricezione di ciò che pubblica o di rimuovere l’account falso definitivamente dai vostri amici; bloccare una segnalazione o inviarne una a Facebook);
  • cliccando sulla voce “Segnala l’account di *** ” si apre un’ulteriore finestra dove è possibile specificare il motivo della segnalazione: nome falso, minacce/abusi/molestie, profilo falso, contenuti inappropriati o account di azienda/organizzazione.

Come risalire a un profilo falso Facebook?

Ovviamente, oltre che segnalare l’illecito a Facebook, è tuo diritto sporgere querela per il reato di sostituzione di persona ed, eventualmente, per ogni altro che sia stato commesso abusando del profilo falso. Potrai fare ciò recandoti presso la stazione dei carabinieri più vicina a te, oppure presso la polizia postale: quest’ultima, infatti, è competente in materia di reati commessi attraverso l’utilizzo di internet. Solamente le autorità inquirenti potranno risalire al profilo falso Facebook. Come? Te lo spiego subito.

Bloccare un profilo falso mediante segnalazione a Facebook non ti consentirà di risalire alla vera identità di chi ha commesso il reato: ciò che otterrai così facendo è la cessazione della molestia perpetrata a mezzo di quell’account. Le autorità alle quali sporgerai denuncia, invece, hanno interesse a scoprire l’autore del crimine. Per farlo, occorre conoscere il codice ID. Che cos’è? È un numero che identifica in maniera univoca e infallibile l’account di ogni utente iscritto ad un social network. In pratica, se il profilo “Mario Rossi” pubblica costantemente dei commenti lesivi della tua dignità, non sarà sufficiente andare alla polizia postale e segnalare l’accaduto: la tua denuncia dovrà essere accompagnata da immagini che testimoniano il fatto e, soprattutto, dal codice identificativo dell’account.

Come si recupera il codice ID? È molto semplice: vai sul profilo incriminato, clicca col tasto destro del mouse su un punto qualsiasi della pagina, seleziona la voce “Visualizza sorgente pagina” (o “Html”, oppure ancora “Mostra sorgente pagina”, a seconda del browser che utilizzi) e cerca, all’interno della schermata che ti comparirà, la seguente dicitura: “profile_id=”. Il numero (in genere composto da molte cifre) che seguirà sarà proprio il codice ID, cioè il codice identificativo del profilo. È questo numero che dovrai comunicare alla polizia postale affinché possa intervenire sul profilo incriminato.

In alcuni casi, il codice ID compare direttamente all’interno dell’url, cioè dell’indirizzo internet dell’account: ad esempio, se vai su un determinato profilo, è possibile che, nella barra dell’indirizzo (quella posta in alto) ti esca direttamente il codice identificativo, del tipo facebook.com/profile.php?id=0123456789.

In alternativa al procedimento che ti ho illustrato, puoi agevolmente individuare il codice ID di un profilo falso Facebook cliccando qui: ti apparirà la pagina di un sito nel quale, inserendo all’interno dell’apposita barra di ricerca l’Url (cioè, l’indirizzo internet che compare in alto) dell’account che intendi smascherare, ti comparirà immediatamente il codice che cerchi.

Una volta in possesso di questi dati, potrai validamente sporgere denuncia/querela presso la polizia postale, la quale, grazie appunto al codice ID, potrà risalire all’utente che si è registrato con il falso profilo.

Come risalire a un profilo falso Instagram?

Quanto appena detto vale anche per risalire a un profilo falso Instagram: se c’è un’identità fasulla che ti molesta, puoi segnalarla alle autorità (nello specifico, alla polizia postale), avendo cura però di fornire anche il codice ID, cioè quella serie di numeri che identifica univocamente un profilo, come spiegato sopra. Per risalire al codice ID di un profilo falso Instagram puoi avvalerti di questo utile e semplice servizio, che puoi trovare cliccando qui: si tratta di un sito che ti consente, semplicemente inserendo nella barra delle ricerche il nome del profilo, di risalire all’ID di cui hai bisogno. Come vedi, ti viene indicato a destra, al di sotto dell’immagine di profilo.

Grazie a questa informazione, potrai aiutare la polizia postale a risalire al profilo falso Instagram e, soprattutto, a scoprire la vera identità del responsabile dei reati denunciati.

Come capire se un profilo Facebook o Instagram è falso?

Abbiamo visto sinora come aiutare le autorità a risalire a un profilo falso Facebook o Instagram. Se volessimo metterci in proprio, sarebbe possibile fare ciò? In altre parole: si può risalire a un profilo falso Facebook o Instagram senza sporgere denuncia? Purtroppo la risposta è negativa: non possiamo sostituirci agli inquirenti nell’attività di indagine. Quello che si può fare, però, è verificare la “bontà” del profilo che ci molesta attraverso alcune dritte. In pratica, se c’è un account che ci invia continui messaggi e ci infastidisce, ma non sappiamo se l’identità dello stesso sia vera oppure falsa, è possibile fare alcune piccole ricerche che possono indirizzarci verso l’esatta risposta.

Per capire se un profilo Facebook o Instagram sia falso o meno possiamo controllare:

  • se l’account è verificato (se c’è, accanto al nome del profilo, la spunta blu che rappresenta la certificazione di autenticità del social);
  • l’autenticità delle foto facendo qualche ricerca con Google;
  • le informazioni di profilo, in quanto, in genere, gli accountfalsi presentano profili incompleti, con poche e sporadiche informazioni o addirittura senza immagini;
  • la frequenza dei post (molto sporadici nei profili falsi);
  • i commenti sugli altri profili;
  • la lista degli amici o dei followers(un profilo fake, in genere, non ne ha oppure ne ha pochissimi).

Di Mariano Acquaviva LlpT

note

[1] Art. 494 cod. pen.

 

Cartella per multe non pagate: è nulla?

 

 

 

 

L’agente per la riscossione del Comune non ha la possibilità di autenticare le relate di notifica e le copie degli atti in quanto non è un pubblico ufficiale.

Non sarà certo una sentenza “pilota”, ma ha certamente il merito di mettere al corrente numerosi automobilisti del fatto che le cartelle esattoriali per vecchie multe non sempre vanno pagate: si tratta della pronuncia del giudice di pace di Parlemo [1] pubblicata lo scorso dicembre. Il motivo è semplice: quando, dopo la notifica della cartella, viene avviato il pignoramento e il debitore eccepisce di non aver mai ricevuto il precedente atto o che sono decorsi i cinque anni di prescrizione, spetta all’esattore dimostrare il contrario. Ma come? La prova non può che essere documentale: servirà quindi l’originale della relata del messo notificatore o l’avviso di ricevimento della raccomandata. Il deposito invece di una semplice copia è insufficiente anche se autenticata. Difatti, il dirigente dell’Agente della riscossione delegato dal Comune non ha le funzioni di un pubblico ufficiale come invece le ha quello di Agenzia Entrate Riscossione che è un ente pubblico; quindi non può autenticare le copie.

Per comprendere perché la sentenza in commento ritiene nulla la cartella per multe non pagate facciamo un esempio.

Immaginiamo che una persona non abbia pagato alcune multe fatte con l’autovelox. Per alcune di queste gli viene notificata, negli anni successivi, la relativa cartella esattoriale da parte della società privata che cura la riscossione esattoriale delle entrate del Comune. L’automobilista non si oppone neanche in questo caso e lascia scadere i termini per il ricorso. Successivamente però arriva un fermo auto e il pignoramento del quinto dello stipendio. È qui che il debitore si sveglia e decidere di fare opposizione. Le sue contestazioni si basano su due punti. Il primo: alcune cartelle non sono mai state ricevute, probabilmente per qualche errore nell’indirizzo riportato sulla busta. Il secondo: la notifica delle cartelle correttamente consegnate al destinatario è invece avvenuta ben oltre cinque anni fa; per cui, nel frattempo, si è verificata la prescrizione.

Si costituisce in causa l’Esattore locale che deposita la copia delle relate di notifica di tutte le cartelle e dei solleciti di pagamento interruttivi della prescrizione. Si tratta, come detto, di fotocopie e non degli originali. Ma su di esse, il dirigente della società privata ha apposto un visto di autentica dichiarando che sono “conformi all’originale”.

Di qui il quesito di carattere legale: quale valore ha tale attestazione? La risposta è fin troppo scontata: nessun valore.

E difatti i Comuni possono valersi di società di capitali private per il recupero dei propri crediti, ivi comprese le multe non pagate. Queste società non sono enti pubblici come invece lo è l’Agente per la riscossione delle entrate statali. Sicché i suoi dipendenti non sono pubblici ufficiali. Ebbene: solo un pubblico ufficiale può avere poteri certificatori e autenticare una copia come appunto quella della relazione di notifica di una cartella o l’avviso di ricevimento della raccomandata con cui tale cartella è stata spedita. Non vale quindi “l’autentica” della relata di notifica proveniente dal dipendente della società di riscossione, in quanto soggetto non abilitato.

Risultato: non essendo la fotocopia una valida prova documentale per contrastare le contestazioni sollevate dall’automobilista, il giudice è tenuto ad accogliere il ricorso di quest’ultimo e a ritenere che la cartella o l’intimazione di pagamento interruttiva della prescrizione non è mai arrivata a destinazione.

Peraltro – aggiunge il giudice di pace di Palermo – l’Esattore locale non può limitarsi a depositare solo gli originali della relazione di notifica (per le notifiche a mano) o dell’avviso di ricevimento della raccomandata (per le notifiche a mezzo posta); deve anche produrre le cartelle di pagamento cui tali documenti si riferiscono. E ciò perché altrimenti impedisce al giudice di accertare la regolarità del procedimento di consegna nei confronti dell’automobilista sanzionato, ossia di verificare che a quelle specifiche prove corrisponde la cartella relativa alla multa e non un’altra.

In sintesi, per far annullare la cartella di pagamento relativa a una multa mai pagata potrebbe essere sufficiente contestare il pignoramento o il fermo auto successivo e sostenere che la notifica dell’atto precedente – appunto la cartella – non è mai avvenuta correttamente, onerando così l’Agente per la riscossione della prova contraria. Quest’ultimo potrà vincere il giudizio solo producendo gli originali tanto dell’avviso di ricevimento o della relata di notifica, tanto della cartella cui esso si riferisce.

La legge per tutti

note [1] Gdp Palermo, sent. n. 4538/18.

 

E’ possibile fare una finta compravendita immobiliare tra parenti?

Vendita fittizia a un solo figlio per nascondere una donazione: il contratto è simulato e può essere annullato.

Immagina che un padre, anziano, decida di favorire un figlio piuttosto che un altro. Così a questi vende una casa di sua proprietà ad un prezzo irrisorio, fuori mercato. La cessione è talmente vantaggiosa da apparire sostanzialmente una donazione. Chiaramente è interesse dell’altro figlio contestare questa operazione che lo esclude, di fatto, da una sostanziosa quota dell’eredità. Ma come può impugnare la finta compravendita immobiliare tra parenti? Ed entro quali termini? Di tanto si è occupata una recente sentenza della Cassazione [1].

 Vendita immobile a un solo figlio: è lecita?

È certamente lecito, per il nostro ordinamento, concludere contratti di compravendita tra parenti, così come tra coniugi o genitori e figli. Il padre, ad esempio, benché anziano, può vendere un immobile a un solo figlio e non all’altro. La vendita, peraltro, non può essere contestata dagli altri eredi che non possono lamentare una riduzione del patrimonio del venditore: il prezzo incassato infatti vale a reintegrare la perdita per il bene ceduto.

Possono invece essere impugnate le donazioni che abbiano ridotto le quote ereditarie degli eredi legittimari (coniuge, figli o, in assenza genitori). Così un padre che ha una sola casa non può regalarla a un solo figlio, poiché l’altro e il coniuge eventualmente superstite resterebbero privi di quella quota minima di eredità (cosiddetta «legittima») che la legge riconosce sempre loro.

La donazione può essere quindi contestata, ma solo dopo la morte del donante, non anche finché questi è ancora in vita.

Vendita immobile a prezzo simbolico

Alla donazione però viene equiparata la finta compravendita immobiliare tra parenti. La finzione può consistere:

  • nella previsione di un prezzo simbolico quale corrispettivo per la vendita;
  • oppure nell’assenza di passaggio di denaro tra il venditore e l’acquirente, così evidenziato l’intento simulatorio tra i due.

La vendita fittizia viene di solito effettuata con lo scopo di non rendere revocabile l’atto di cessione. Il venditore potrebbe realizzare diversi intenti: quello, ad esempio, di sottrarre un bene di famiglia al pignoramento dei creditori o di avvantaggiare un erede piuttosto che un altro (atteso che, come detto, sono revocabili solo le donazioni e non le compravendite).

Ma per fortuna il diritto guarda la sostanza dei contratti e non la forma. Non importa, cioè, come un atto viene denominato, se cioè c’è scritto «vendita» e non invece «donazione» quando il contenuto è completamente difforme dallo schema tipico previsto dalla legge. Questo significa che, benché su un contratto sia scritto «compravendita», se il prezzo è simbolico o se il passaggio di denaro tra le parti non è mai avvenuto, la disciplina applicabile è quella della donazione. Con la conseguenza che gli altri eredi potranno contestare la cessione. Ma come?

La simulazione della falsa vendita

La sentenza della Cassazione richiamata in apertura tratta un caso molto simile a quello appena illustrato. La Corte ritiene che si possa parlare di simulazione per i contratti di compravendita con cui il padre ceda solo ad uno dei figli il proprio patrimonio a prezzi non di mercato.

La simulazione di un contratto si ha quando le parti, di comune accordo, vogliono che esso in realtà non produca effetti (cosiddetta simulazione assoluta) oppure produca effetti diversi rispetto a quelli dichiarati (simulazione relativa). Accanto a questa dichiarazione apparente, normalmente le parti si scambiano una controdichiarazione occulta (cosiddetta contratto dissimulato), che esprime la loro volontà effettiva; ma non è indispensabile, potendo l’accordo dissimulato essere anche orale.

Lo scopo della simulazione è generalmente quello di eludere l’applicazione di norme inderogabili o quello di recare un pregiudizio ai diritti dei terzi. Ad esempio, viene simulata una vendita di beni per spogliarsi fittiziamente del patrimonio ed apparire nullatenente, o vengono sottoscritte cambiali per un debito inesistente allo scopo di ingannare i creditori.

Il contratto simulato non costituisce di per sé un atto illecito e pertanto non è fonte di responsabilità dei contraenti nei confronti dei terzi: questi, benché possano opporre la simulazione alle parti quando questa pregiudica i loro diritti, non possono chiedere il risarcimento dei danni nei confronti delle parti medesime se non in presenza di un danno a loro causato da queste volontariamente.

La finta vendita non è altro che una simulazione relativa. Difatti le parti fingono di concludere un contratto (la vendita), ponendo in essere in realtà un contratto diverso (la donazione), come risulta dalla sostanza dell’atto più che dalla sua forma.

Come contestare una finta compravendita immobiliare

Chi viene leso dalla finta compravendita immobiliare può impugnare l’atto dimostrando che in realtà è una simulazione che lede i propri diritti. Dunque hanno possibilità di agire in tribunale solo gli eredi che verrebbero penalizzati nella loro quota di legittima (quella che spetta per legge).

La causa di simulazione è diretta a far accertare giudizialmente l’inefficacia totale o parziale del contratto simulato e il reale rapporto che intercorre tra le parti.

La prova della simulazione può essere fornita con ogni mezzo. Si potrà produrre il contratto e dimostrare che il prezzo corrisposto è fuori mercato (il contratto è, del resto, pubblico e tutti ne possono prendere visione tramite richiesta al notaio). Oppure si potrà dimostrare che dal conto corrente dell’acquirente non è mai partito il bonifico o un pagamento in favore del venditore.

Termine per contestare una finta vendita che nasconde la donazione

L’azione per far valere la simulazione assoluta è imprescrittibile.

In caso di simulazione relativa l’azione finalizzata a far dichiarare la nullità del contratto simulato è imprescrittibile, può cioè essere proposta in qualsiasi momento senza limiti di tempo; invece l’azione per fare valere il contratto effettivo si prescrive in 10 anni. La prescrizione decorre dal momento della stipulazione dell’atto che si assume stipulato.

 [1] Cass. sent. n. 6907/2019.

La Legge per tutti

Il compromesso di un immobile abusivo è nullo?

 

 

 

 

 

 

 

Contratto preliminare: è valida la scrittura privata se l’appartamento oggetto di compravendita presenta un abuso che non è stato sanato?

Immagina di voler acquistare una casa e, perciò, di firmare un compromesso con il venditore. Avete definito la data del rogito e il notaio presso il quale vi dovrete recare. In uno degli ultimi accessi fatti all’interno dell’appartamento hai notato una piccola cabina-veranda collocata su un balcone. Confrontando però le planimetrie e i documenti catastali ti sei accorto che di questa costruzione non c’è traccia. Non hai alcun dubbio: si deve trattare di un manufatto abusivo. Chiedi spiegazioni al proprietario di casa il quale ti conferma che, per quella edificazione, non era mai stato chiesto il permesso di costruire al Comune, che tuttavia nessun vigile ha mai fatto i controlli e che difficilmente saranno eseguiti in futuro. Tuttavia si mostra disponibile a regolarizzare l’opera con una richiesta di permesso in sanatoria. Tu invece, sentendoti preso in giro, decidi di recedere dal contratto. Gli comunichi così la disdetta e l’intenzione di non voler più stipulare la vendita dal notaio. Nasce tra voi una lite. Secondo infatti il venditore non puoi più tirarti indietro, tanto più se riuscirà ad ottenere – come promesso – la licenza edilizia. Chi di voi ha ragione? Il compromesso di un immobile abusivo è nullo?

La questione ha visto, in passato, confrontarsi numerose opinioni. La stessa Cassazione ha sposato due diverse interpretazioni: una prima, più restrittiva, secondo cui non si può promettere in vendita un immobile con un abuso [1], e una seconda, invece, favorevole alla validità del preliminare. Oggi la Suprema Corte [2] è ritornata sul tema fornendo una risposta che può sembrare quella “definitiva”.

Vediamo dunque se è valido il compromesso di un immobile abusivo oppure se è affetto da nullità e, pertanto, legittima la parte acquirente a sciogliersi dall’impegno assunto.

Vendita immobile abusivo: cosa dice la legge?

La legge [3] stabilisce che è nullo il “trasferimento della proprietà” di un immobile che presenta un abuso edilizio. In particolare, la norma stabilisce che «gli atti tra vivi aventi per oggetto diritti reali relativi ad edifici o loro parti sono nulli e non possono essere rogati se da essi non risultano, per dichiarazione

 

dell’alienante, gli estremi della licenza o della concessione ad edificare o della concessione rilasciata in sanatoria». Sono altresì nulli se ad essi «non viene allegata la copia per il richiedente della relativa domanda [di sanatoria], munita degli estremi della avvenuta presentazione, ovvero copia autentica di uno degli esemplari della domanda medesima e non siano indicati gli estremi dell’avvenuto versamento delle prime due rate dell’oblazione».

Vediamo ora come va interpretata tale disposizione al nostro problema.

Il preliminare non è un atto che trasferisce la proprietà

Indubbio che non si può vendere un immobile abusivo e che l’eventuale atto pubblico notarile è nullo, che succede se ci si accorge dell’abuso prima della firma della compravendita, ma dopo aver sottoscritto il compromesso (ossia il contratto preliminare)? Il compromesso di un immobile abusivo è nullo (al pari della vendita) o deve invece considerarsi valido?

Prima di spiegarti il ragionamento adottato dalla Corte ti ricordo che il trasferimento della proprietà dell’immobile (la casa, l’appartamento, ecc.) si realizza solo con il contratto di compravendita vero e proprio, ossia con l’atto notarile; invece il preliminare genera solo l’obbligo per le parti di stipulare il contratto definitivo entro una predeterminata data. Si ricorre a questo gradino intermedio per “bloccare l’affare” mentre si formano tutti i documenti per la vendita definitiva (il mutuo, i certificati urbanistici, ecc.).

Ebbene, la soluzione adottata dalla Corte può sembrare formalista, ma tale non è. Secondo il ragionamento dei giudici supremi, se è vero che la legge stabilisce la nullità solo dei contratti di «trasferimento della proprietà» e se è vero anche che il preliminare non ha questo effetto, ma serve solo a vincolare le parti a recarsi, in un momento successivo, dal notaio, ne deriva che detto preliminare, per quanto abbia ad oggetto un immobile con un abuso, è ugualmente valido.

La ragione di questa apparente discriminazione è semplice.

La volontà di colpire con la nullità la vendite è coerente con la necessità di evitare la commercializzazione di immobili abusivi. Ma ben potrebbe essere invece che il contratto preliminare sia concluso proprio per consentire, nelle more della stipula del contratto definitivo di vendita, di regolarizzare l’immobile

 

e chiedere la sanatoria. Dunque, il compromesso in sé per sé è valido. Ciò non toglie però che l’acquirente potrebbe chiedere una risoluzione per inadempimento contrattuale, per aver il venditore nascosto l’irregolarità. A quest’ultimo però verrebbe data la possibilità di chiedere – a proprie spese – la sanatoria. Se non viene però presentata la domanda o la stessa viene rigettata o non viene regolarizzata con il pagamento delle sanzioni, l’acquirente può recedere dal contratto preliminare per inadempimento. Da ciò consegue l’obbligo per il venditore di restituire il doppio della caparra e risarcire tutti i danni patiti dall’acquirente.

note

[1] Cass. sent. n. 23591/13 e n. 28194/13.

[2] Cass. ord. n. 6685/19 del 7.03.2019.

[3] Art. 40, secondo comma, l. n. 47/1985.

La Legge per tutti

Testamento digitale: possiamo disporre della nostra identità digitale dopo il nostro decesso?

 

 

 

 

 

Con il “testamento digitale” possiamo disporre della nostra identità digitale dopo il nostro decesso. Ma il legislatore pone dei limiti

Possiamo veramente, con il nuovo codice della privacy, disporre dei nostri diritti personali e la nostra identità digitale dopo il decesso?

Niente di nuovo sotto il sole.

Mi ero occupato dell’argomento lo scorso anno per indicare i surrogati di “testamento digitale”, in mancanza di una compiuta disciplina legislativa, messi a disposizione dai quattro principali social network.

In questi giorni di plaude al riconoscimento legislativo, con l’art. 2-terdecies “Diritti riguardanti le persone decedute“, introdotto dal D. Lgs. 10. 8.2018 n. 101 di recepimento del GDPR General Data Protection Regulation europeo, del testamento digitale; in verità la previsione è deludente per la logica patrimonialista sottesa, che apre molteplici possibilità di superare le ultime volontà digitali dell’interessato laddove vengano compromessi i diritti patrimoniali della successione legittima e testamentaria.

Viene in sostanza ufficialmente legittimato ciò che si poteva fare anche prima, cioè la possibilità di redigere una sorta di testamento con cui il titolare di un profilo social o di un account in Rete può dettare le ultime volontà sulla gestione dei suoi dati personali in caso di morte.

La norma precisa che per poter esercitare i diritti sulla privacy è sufficiente essere “portatori di un interesse proprio”, o essere stati incaricati dall’interessato deceduto oppure vantare ragioni familiari meritevoli di protezione.

Tuttavia l’esercizio di tali diritti (che sono: – l’accesso ai dati; – la rettifica dei dati; – la cancellazione dei dati; – la limitazione all’utilizzo dei dati; – la portabilità dei dati; – l’opposizione all’utilizzo dei dati) non è ammesso quando il de cujus – come si suole chiamare in linguaggio giuridico l’interessato deceduto – lo ha espressamente vietato con dichiarazione scritta comunicata al titolare del trattamento.

La norma prosegue con l’ovvia precisazione che il divieto può riguardare tutti o solo alcuni dei propri dati; che deve essere espressa in forma scritta; risultare in modo non equivoco; che deve essere “specifica, libera e informata”; che può essere modificata o revocato dall’interessato in ogni momento.

Ma ecco che, al quinto e ultimo comma, prevale la logica patrimonialista che può rendere nulle tali ultime volontà: il divieto dell’interessato non può infatti produrre effetti pregiudizievoli per l’esercizio da parte di terzi dei diritti patrimoniali che derivano dalla morte dell’interessato e del diritto di difendere in giudizio i loro interessi.

Eppure i beni personali digitali, come i nostri testi, i nostri contatti, le nostre foto, etc. sfuggono alla tradizionale logica successoria dei beni patrimoniali. Se ragioniamo in termini di valore, quali dei due beni contano di più, quelli personali o quelli patrimoniali?’

Ci si aspettava una legge più articolata che disciplinasse le modalità di backup dei nostri documenti, dei nostri scritti, delle nostre foto, delle credenziali di accesso a tutti i nostri siti di posta elettronica e di servizi, in modo che i beneficiari designati dal de cujus potranno aprire il “box virtuale” dei nostri dati personali e dare continuità ai nostri progetti e alle nostre missioni.

La previsione normativa di cui all’art. 2 terdecies D. Lgs. 101/2018 definisce – e per questo ha comunque una sua importanza – per la prima volta, i “servizi della società dell’informazione“, che sono quei servizi prestasti a distanza, per via telematica e a richiesta individuale di un destinatario, che ben comprendono i trattamenti di dati conseguenti all’iscrizione a social network o a servizi di posta elettronica o di messaggistica.

Ma per quanto riguarda l’effettiva messa a tutela dei propri dati personali restano validi i sistemi, di cui parlo nel mio articolo, messi a disposizione dai principali social network, i quali – e con le modalità in esser descritte – consentono di conservare effettivamente e tramandare ai posteri la nostra eredità digitale.

Restiamo sempre in attesa di una compiuta regolamentazione, perché, come già dicevo, fare il proprio testamento digitale rientra tra le buone pratiche di utilizzo della Rete ed è una buona azione di social reputation che riguarda ogni aspetto del nostro modo di abitare il Web: proteggere i nostri dati personali anche quando non ci saremo più, prima ancora che disporre delle nostre sostanze nel testamento tradizionale, è un segno di rispetto per chi ci è (stato veramente) vicino, che non dovrà impazzire per avere accesso ad account o siti nel marasma di impedimenti burocratici.

Diritto24

Gli eredi non pagano le sanzioni fiscali

 

 

 

 

La Suprema Corte ritiene non dovute le sanzioni amministrative derivanti dalla violazione delle norme tributarie che, stante il loro carattere afflittivo, non si trasmettono agli eredi

La vicenda

Lo ha chiarito la Corte di Cassazione, quinta sezione civile, nell’ordinanza n. 6500/2019 accogliendo il ricorso degli eredi di uomo proprietario di un terreno che aveva impugnato due avvisi di accertamento ICI (ora IMU) ed era poi deceduto nel corso del giudizio.

Secondo l’originario attore, il proprio terreno non poteva considerasi edificabile solo perché inserito come tale nel piano regolatore generale, in assenza di approvazione del piano particolareggiato. Tuttavia, il ricorso veniva respinto sia in prima che in secondo grado.

Sanzioni tributarie non si trasmettono gli eredi

Innanzi agli Ermellini, tra l’altro, moglie e figli del de cuius lamentano l’applicazione delle sanzioni nei loro confronti, che ritengono non dovute, e questo motivo viene ritenuto meritevole di accoglimento.

La Cassazione rammenta che le sanzioni pecuniarie amministrative previste per la violazione delle norme tributarie hanno carattere afflittivo, onde devono inquadrarsi nella categoria dell’illecito amministrativo di natura punitiva, disciplinato dalla L. 689/1981, essendo commisurate alla gravità della violazione ed alla personalità del trasgressore.

Di conseguenza, spiega la Corte, a esse si applica il principio generale sancito dall’art. 7 della legge n. 689 cit., secondo cui l’obbligazione di pagare la somma dovuta per la violazione non si trasmette agli eredi (cfr. Cass. n. 13894/2008).

La Cassazione, dunque, accoglie l’originario ricorso del contribuente limitatamente alle sanzioni che dichiara non dovute. Studiocataldi.it