Legittimo licenziare il dipendente che naviga sui social network in orario di lavoro

 

La Cassazione ha confermato il licenziamento di una segretaria che accedeva si social network in orario di lavoro.

Il titolare di uno studio medico ha acquisito dalla cronologia del computer dello studio un esorbitante accesso a social network e altri siti internet non pertinenti alle mansioni che la segretaria avrebbe dovuto svolgere avendo in dotazione quel computer.

Già la Corte d’appello di Brescia aveva ritenuto legittimo il licenziamento disciplinare intimato alla dipendente. La decisione è stata confermata dalla Corte di Cassazione, con sentenza 3133/2019.

La segretaria aveva effettuato circa 6.000 accessi a internet in 18 mesi, la maggior parte dei quali su Facebook.

I giudici hanno ritenuto che tale comportamento non fosse connesso all’adempimento delle prestazioni lavorative, anzi ciò sarebbe stata la conferma di un grave inadempimento.

La segretaria aveva provato ad obiettare che non fosse stata lei ad effettuare tutti gli accessi ad internet, ma l’accesso a Facebook poteva essere effettuato solo con le credenziali personali, per cui la Corte d’appello è giunta alla conclusione che solo lei avrebbe potuto accedere.

La Cassazione ha respinto il ricorso della dipendente, la quale aveva sostenuto l’inutilizzabilità del report sulla cronologia del computer per violazione della privacy, sulla base di rilievi di ordine processuale. Infatti la lavoratrice non aveva proposto la questione nei precedenti gradi del giudizio.
La stessa aveva contestato i documenti relativi all’utilizzo di internet nell’orario di lavoro, ma senza riportare a sua difesa prove esaustive.

Sulla base di ciò la Cassazione ha confermato la validità del licenziamento disciplinare per abnorme utilizzo di internet e accesso al social network Facebook in orario di lavoro e per esigenze ad esso estranee.

Brocardi.it

Padri separati: 400 euro al mese

 

 

 

 

 

 

 

La Regione Lombardia dà 400 euro al mese di contributo ai padri separati.

Ed ora si vorrebbe allargare a tutta l’Italia questo fondo.

Con i 400 euro si potrebbe fare la differenza e ridare dignità a un padre per rivedere i suoi figli”, ha dichiarato il vicepremier Matteo Salvini che vuole introdurre una legge simile a livello nazionale.

Questi, avrebbe intenzione di erogare un assegno da 400 euro mensili ai padri separati ai quali, in effetti, la Regione Lombardia già corrisponde tale importo.

La Regione Lombardia dal 2014 ha introdotto un fondo di sostegno per i genitori separati dal quale attinge risorse per erogare l’assegno mensile da 400 euro o contributi per l’abbattimento del canone di locazione per quei genitori che già corrispondono un canone d’affitto.

Il fondo di sostegno per l’anno 2017 è stato finanziato con 12,3 milioni di euro e l’assegno mensile consiste nell’erogazione al genitore separato di un contributo per figlio fino a 2.400 euro per un periodo di 6 mesi.

In Lombardia, per ottenere l’assegno mensile da 400 euro occorre essere in stato di separazione legale da non più di tre anni o essere divorziati da non più di due anni, purché non siano decorsi più di 5 anni dalla data della sentenza di separazione o dall’omologazione degli accordi di separazione consensuale.

Possono ottenere il contributo i figli nati dall’unione dei coniugi dei quali uno richiede il beneficio, oppure adottati durante il matrimonio, minori o maggiorenni portatori di disabilità grave; madre o padre devono essere residenti in Regione Lombardia da almeno cinque anni continuativi al momento della domanda e dimostrare una situazione di disagio economico mediante attestazione Isee uguale od inferiore ad €15.000.

Vedremo cosa accadrà su scala nazionale.

A cura dell’Avv. Pietro Smeriglio

Assegno mantenimento: non basta il reddito del papà per giustificare l’aumento

 

La Cassazione interviene a dettare tutti i criteri di riferimento per determinare l’ammontare dell’assegno di mantenimento da corrispondere ai figli dopo la separazione dei genitori

La Corte di cassazione, con la sentenza numero 25134/2018, ha fornito delle linee guida per la determinazione dell’assegno di mantenimento ai figli destinate a orientare le future decisioni dei giudici.

I redditi dei coniugi

Innanzitutto la Cassazione ha chiarito che l’articolo 148 del codice civile, nel far riferimento alle capacità di lavoro professionale o casalingo di ciascun coniuge per la determinazione dei rispettivi contributi al mantenimento dei figli, non detta un criterio automatico ma prevede una valutazione più completa rispetto al calcolo percentuale dei redditi della madre e del padre e più elastico.

In particolare, oltre ai redditi vanno valutate tutte le risorse economiche e le capacità di svolgere un’attività professionale e domestica, compiendo un’indagine comparativa delle condizioni dei due obbligati.

Esigenze dei figli

Inoltre, per i giudici nella determinazione dell’assegno di mantenimento occorre considerare che il dovere di mantenere, istruire ed educare la prole, di cui all’articolo 147 c.c., non è riconducibile solo all’obbligazione alimentare, ma si estende anche agli aspetti abitativi, scolastici, sportivi e sanitari, all’assistenza morale e materiale e alla predisposizione di un’organizzazione domestica adeguata.

Da ciò discende che quando, in sede di separazione, deve essere determinato l’ammontare dell’assegno di mantenimento, occorre considerare:

  • le esigenze del figlio
  • il tenore di vita goduto da questo in costanza di matrimonio
  • le risorse economiche dei genitori
  • i tempi di permanenza presso ciascuno di essi
  • la valenza economica dei compiti domestici e di cura assunti da genitori.

Collocazione del minore

Infine, ribadito il principio della bigenitorialità, la Corte ha ritenuto che, nell’ambito dell’affidamento condiviso di un minore, il suo preminente interesse a una crescita serena e armoniosa vada salvaguardato prevedendo la collocazione stabile presso il genitore con il quale ha prima vissuto prevalentemente e garantendo al genitore non collocatario ampi periodi di tempo per tenere il figlio presso di sé.

Tratto da: studiocataldi.it

REATO DI STALKING

Stalking anche per chi fa troppi regali (non graditi)

Anche i troppi regali indesiderati possono rilevare ai fini dello stalking. Lo ha affermato la Cassazione, nella recente sentenza n. 35790/2018, confermando la condanna per il reato ex art. 612-bis c.p. nei confronti di un uomo che, deluso dalla fine della relazione e non intenzionato a rassegnarsi, aveva tempestato la ex di telefonate, messaggi, appostamenti e regali non graditi.
Stalking per i troppi regali indesiderati
Inutili le lamentele dell’imputato secondo cui, le condotte, ispirate dallo scopo esclusivo di ricomporre la relazione, sarebbero avvenute in un ristretto ambito temporale.
Per gli Ermellini, infatti, ai fini della configurabilità del reato di stalking assume rilievo anche la concentrazione delle condotte, “apparendo conforme a massime di comune esperienza che reiterate molestie, anche in un contenuto lasso temporale, possano provocare una situazione psicologica di vulnerabilità che funge da determinatore di uno degli eventi del reato” (cfr., tra le altre, Cass. n. 17995/2017).
Il delitto di atti persecutori, ricordano quindi dal Palazzaccio, è configurabile “anche quando le singole condotte siano reiterate in un arco di tempo molto ristretto, a condizione che si tratti di atti autonomi e che la reiterazione di questi, pur concentrata in un brevissimo ambito temporale, pur solo in un giorno, costituisca la causa effettiva di uno degli eventi considerati dalla norma incriminatrice” (cfr. Cass. n. 38306/2016).
Nel caso di specie, la corte territoriale ha correttamente applicato tali principi considerata la serie ininterrotta delle condotte vessatorie dell’uomo, protrattesi per due settimane e caratterizzate da insistenti telefonate, messaggi e appostamenti, culminati in una violenta aggressione.
In siffatto contesto, hanno concluso i giudici dichiarando inammissibile il ricorso, “anche la profferta di doni indesiderati – ed in quanto tali declinati dalla destinataria – assume oggettiva portata molesta, configurandosi quale forma di imposizione ed implicita richiesta di ripristino dei rapporti”.
Anche regalare fiori può diventare stalking.
Del resto, sui regali non graditi e la configurabilità del reato di stalking, la Cassazione si era già espressa non molto tempo fa.
Secondo la quinta sezione penale (cfr. Cass. n. 18559/2016), infatti, nel caso di specie andava confermata la condanna ex art. 612-bis c.p. a carico di un uomo accusato di aver compiuto vari atti persecutori nei confronti di una donna, tra cui l’invio di mazzi di fiori non graditi.
Per piazza Cavour, “spesso la condotta molestatrice si risolve in una serie di contegni che, di per sé, non hanno alcuna valenza criminosa e che la assumono proprio per il fatto della loro maniacale ripetitività, assunta nei confronti di una persona che non gradisce, rendendola insopportabile”.
In tale ottica, si legge nella sentenza, anche “un invio di fiori può essere molesto, se chiaramente non gradito dalla destinataria”.
10/10/2018
Tratto da Diritto24

 

Fondo patrimoniale con figli minori: gli errori da evitare

 

Tra azione revocatoria e azione di simulazione la casa inserita nel fondo patrimoniale può essere facilmente pignorata.

Il fondo patrimoniale non tutela più come una volta, ma è sempre un ostacolo ulteriore che può disincentivare il creditore. È probabilmente questa la ragione per cui molte famiglie continuano a scegliere questa tutela per mettere al riparo gli immobili familiari dai rischi del futuro (leggi: debiti, fisco, ecc.). Il punto però è che il fondo crea un vincolo non solo per i creditori che – almeno in linea di principio – non possono pignorarlo, ma anche per i coniugi i quali, in presenza di figli minori, dovrebbero sempre chiedere il permesso al giudice tutelare prima di poter vendere l’immobile. Un limite del genere si può aggirare inserendo una clausola nell’atto costitutivo che lascia liberi i coniugi di revocare liberamente il fondo senza ricorrere al tribunale. Ma a quale prezzo? Un importante chiarimento è stato fornito dalla Cassazione in una recente sentenza [1]. Ecco dunque gli errori da evitare se vuoi costituire un fondo patrimoniale con figli minori.

Fondo patrimoniale: a cosa serve?

Come abbiamo già spiegato, in modo più approfondito, nella nostra guida dedicata al Fondo patrimoniale, questo strumento consente alle coppie sposate o alle coppie omosessuali che abbiano stipulato un’unione civile di vincolare uno o più immobili di proprietà di uno dei coniugi, di entrambi o addirittura di terzi, destinandone i frutti ai bisogni della famiglia. La conseguenza è che, ad esempio, gli affitti e tutti gli utili che dovessero derivare da tale bene saranno destinati a soddisfare i bisogni dei componenti del nucleo familiare (in verità nessuno controlla che ciò avvenga davvero, né sono previste sanzioni in caso contrario).

Nel fondo patrimoniale si possono inserire immobili, auto, moto, titoli di credito. La scelta non è definitiva o irrevocabile: è sempre possibile, infatti, in un momento successivo, inserire ulteriori beni o toglierne altri. Insomma, è uno strumento “elastico”.

Il fondo si costituisce con atto notarile ed ha effetti nei confronti dei terzi nel momento in cui viene annotato a margine dell’atto di matrimonio. Esso va poi trascritto nei pubblici registri immobiliari.

Ma qual è l’utilità del fondo patrimoniale? Eccola: tutti i beni inseriti nel fondo patrimoniale non possono essere pignorati. Vuol dire che i creditori non possono toccarli. Ma questa regola è molto smussata e, come vedremo a breve, ha ormai una portata talmente ridotta da essere stata completamente svuotata di significato. Vediamo perché.

Il fondo patrimoniale serve davvero?

Abbiamo appena detto che il fondo patrimoniale impedisce il pignoramento dei beni in esso inseriti. Ma ci sono innanzitutto due eccezioni:

  • il pignoramento è possibile per debiti successivi all’annotazionedel fondo che sono stati contratti per bisogni della famiglia: ad esempio le spese per l’istruzione dei figli, l’acquisto di una casa come residenza familiare, le spese di condominio (che, essendo strettamente collegata alla casa, sono anch’esse da considerarsi essenziali), ecc. Quindi, tanto per fare un esempio, se Mario compra una casa e la inserisce nel fondo patrimoniale, ma poi non paga le rate alla banca o le quote condominiali o una finanziaria contratta per acquistare un’auto che gli serve per andare a lavorare, il fondo patrimoniale è ugualmente attaccabile e pignorabile;
  • per i debiti anterioriall’annotazione del fondo patrimoniale il creditore può sempre agire, entro cinque anni dall’annotazione del fondo patrimoniale, per farlo revocare e dichiarare inefficace. È la cosiddetta azione revocatoria che può essere esercitata tutte le volte in cui si dimostra che, a seguito della costituzione del fondo, il debitore si è spogliato dei suoi beni di maggior valore per fregare i creditori. Facciamo un altro esempio. Mario contrae un debito con una finanziaria di 50mila euro e, dopo 10 giorni, inserisce la sua unica casa nel fondo patrimoniale. Dopo un anno smette di pagare le rate e la finanziaria decide di far revocare il fondo per pignorare i beni in esso inseriti. Lo può fare innanzitutto perché è ancora nei termini (non sono decorsi cinque anni) e, in secondo luogo, perché Mario non ha altri beni da pignorare se non proprio la casa inserita nel fondo. Non importa che il fondo sia stato costituito quando questi era ancora in regola con i pagamenti: rileva la data di nascita del debito che, in questo caso, è anteriore al fondo.

Come poi abbiamo spiegato nell’articolo Abolito di fatto il fondo patrimoniale, ci sono altri due elementi che rendono questo strumento ormai obsoleto:

  • con riferimento ai debiti anteriori alla costituzione del fondo patrimoniale, una recente legge [2] ha stabilito che i beni inseriti nel fondo stesso possono essere pignorati anche senza la revocatoria se il pignoramento viene iscritto nei pubblici registri immobiliari entro un anno dalla sua costituzione. In pratica, questo significa che nel primo anno, il fondo è completamente “precario”, facilmente aggregabile;
  • con riferimento invece ai debiti successivi alla costituzione, la giurisprudenza ha chiarito che rientrano tra quelli “contratti per le esigenze familiari” – e che quindi consentono il pignoramento della casa nel fondo – anche i debiti derivanti dall’attività commerciale o professionale dei coniugi, ivi compresi quelli di natura fiscale. E ciò perché il lavoro è sempre rivolto ai bisogni della famiglia. Risultato: gran parte delle obbligazioni che normalmente vengono contratte sono del tutto insensibili alla presenza del fondo e tale strumento si rivela inadeguato a proteggere i beni. Alla fine dei conti, non si può pignorare i beni del fondo solo per debiti di natura speculativa e voluttuaria.

Non è tutto. I creditori che riescono a dimostrare che il fondo patrimoniale è in realtà simulato, possono agire sempre per la sua revoca (con la cosiddetta azione di simulazione) senza il limite dei cinque anni previsto invece per l’azione revocatoria. Devono però dimostrare che, a fronte dell’atto costitutivo del fondo patrimoniale, l’intenzione effettiva delle parti era quella di non costituirlo affatto. Ma come si fa? Lo spiegheremo a brevissimo.

Fondo patrimoniale con figli minori

Abbiamo detto che il fondo patrimoniale può essere in qualsiasi momento revocato o modificato. Se però la coppia ha figli minori, tali atti devono ottenere prima l’autorizzazione del giudice tutelare. Così, ad esempio, se marito e moglie hanno deciso di costituire un fondo patrimoniale e poi lo vogliono revocare per vendere la casa, in presenza di bambini ancora piccoli devono prima comunicarlo al tribunale che dovrà fornire il nulla osta e verosimilmente vincolerà il ricavato dalla vendita ad altri bisogni familiari (ad esempio l’acquisto di un’altra casa o, in parte, un deposito per i figli). Questo limite però può essere aggirato inserendo, nell’atto notarile che costituisce il fondo, una esplicita clausola in cui i coniugi si danno reciprocamente atto della possibilità di svincolare gli immobili dal fondo senza dover prima chiedere l’autorizzazione al giudice. In questo modo possono agire in libertà. Ma qui sta il tranello. Secondo la sentenza della Cassazione che abbiamo citato in apertura, la clausola di un fondo patrimoniale con cui i coniugi, in presenza di figli minori, si riservano di alienare, ipotecare, dare in pegno o vincolare l’unico bene destinato ai bisogni della famiglia senza l’autorizzazione del tribunale può essere indice di simulazione assoluta. Il che significa che si sta dando ai creditori la “prova provata” che il fondo è stato istituito solo come apparenza, ma senza nessuna reale intenzione di farlo. È questa la prova che serve ai creditori per agire con l’azione di simulazione far dichiarare inesistente il fondo, senza il limite dei cinque anni previsto invece per l’azione revocatoria.

I giudici conoscono la metafora del «tengo famiglia» e mostrano un po’ di allergia a questa retorica. È quantomeno curioso che i coniugi si ricordino della famiglia a distanza di anni dal matrimonio e giusto quando la loro posizione debitoria è in sofferenza. Pertanto, in assenza di qualsivoglia programma destinatorio, il fondo patrimoniale, nella maggior parte dei casi, si dimostra una mera tecnica difensiva a buon mercato. Ecco perché leggi e tribunali lo ritengono così facilmente attaccabile: sia entro un anno dalla sua costituzione senza bisogno di cause; sia nei cinque anni con l’azione revocatoria; senza alcun termine con l’azione di simulazione e, infine, per i debiti successivi alla sua costituzione, tutte le volte in cui dette obbligazioni attengono a bisogni della famiglia inteso in senso molto lato (ivi compresi quelli da lavoro).

note

[1] Cass. ord. n. 4196/2018.

[2] Art. 2929 bis cod. civ. introd. dall’art. 12 DL 83/2015.

Tratto da LLpT 9/6/18

Se tua madre accetta la raccomandata al posto tuo è valida?

 

Multa inviata al vecchio indirizzo e accettata dal genitore del trasgressore: la notifica ha valore?

Se ti arriva una multa al vecchio indirizzo, là dove abitavi prima di trasferirti e dove ancora vivono i tuoi genitori, sarai certamente portato a dire che la notifica è nulla e la multa non va pagata. Istintivamente hai affermato una regola corretta, stabilita anche dal codice di procedura civile. La legge infatti dice che le notifiche sono valide solo se consegnate al destinatario diretto o a un suo familiare purché conviva con lui in modo stabile. Se tu non abiti più con i tuoi genitori, è quindi naturale che la raccomandata è stata affidata nelle mani sbagliate e non ha effetti. Ma le cose si complicano se tua madre dovesse frettolosamente dire al postino che tu vivi ancora con lei (forte del fatto che, alla prima occasione, ti consegnerà la busta). Il postino, in tal caso, non è tenuto a fare indagini sulle dichiarazioni di chi riceve l’atto e, una volta che le ha trasfuse nel proprio registro, si presume che esse siano vere e che quindi la raccomandata sia stata correttamente consegnata. Una bella grana per te che, a questo punto, dovrai sconfessare le dichiarazioni di un pubblico ufficiale. Come fare? Anche se si tratta di una multa, e quindi di un importo di poco conto, le conseguenze di una notifica di cui non hai mai avuto contezza possono essere salate se, nel frattempo, è arrivata una cartella esattoriale. Ecco perché è giusto che tu ti chieda: se mia madre accetta la raccomandata al posto mio è valida? La risposta è stata fornita dalla Cassazione con una recente ordinanza [1].

Il punto è questo: quando un pubblico ufficiale come un postino afferma un fatto, questa attestazione acquista una forza superiore a quella che può avere la dichiarazione di un privato. Si dice che fa “piena prova” ed è quindi munita di ciò che la legge chiama “fede pubblica”. Questo però non vuol dire che sia Vangelo e che non possa essere contestata. Ma per sconfessare la veridicità delle dichiarazioni del pubblico ufficiale non ti basta fare una semplice opposizione all’atto notificato – in questo caso il ricorso contro la multa al giudice di pace – ma occorre un autonomo e più complesso procedimento, chiamato «querela di falso». Nonostante il nome, la querela di falso non ha nulla a che vedere col penale. Si tratta di un procedimento civile in cui dovrai fornire tutte le prove possibili e immaginabili per sconfessare le affermazioni del postino. Solo in questo modo potrai far dichiarare nulla la notifica fatta in un indirizzo sbagliato.

Certo, se tua madre non avesse dichiarato di essere tua familiare convivente, tutto sarebbe stato più facile: sarebbe bastato infatti produrre le risultanze anagrafiche per dimostrare che la multa non ti è mai arrivata, né ci sarebbe stato bisogno della querela di falso. Non ci può essere infatti alcuna presunzione di convivenza solo perché la raccomandata viene consegnata al genitore se questi vive in una residenza diversa dalla tua. E allora, come la contravvenzione, anche la successiva cartella esattoriale è nulla e può essere impugnata nonostante tu non abbia contestato a suo tempo la multa (e come del resto avresti potuto farlo se mai ti è arrivata?).

Come infatti chiarisce la Cassazione, «in tema di notifica effettuata a mani di un familiare del destinatario, la presunzione di convivenza non occasionale non opera nel caso in cui questa sia stata eseguita nella residenza propria del familiare, diversa da quella del destinatario dell’atto, con conseguente nullità della notifica stessa». La nullità non è sanata neanche se il destinatario viene a sapere della notifica in altro modo e informalmente, mancando il presupposto della frequentazione giornaliera su cui si fonda la presunzione di consegna prevista nel caso del familiare convivente.

Ma la presunzione di convivenza scatta quando è il genitore – nel caso di specie, tua madre – a qualificarsi come familiare convivente. Allora in tal caso, come detto, devi procedere con la querela di falso fornendo le prove che non abiti più con tua madre. E sul punto, non puoi affidarti al solo certificato di residenza che ha solo un valore di indizio, ma non è una prova, visto che molti cittadini stabiliscono spesso una residenza di comodo in un luogo ove non hanno poi di fatto l’abituale dimora (anche se ciò è illegale). Sono necessarie altre dimostrazioni come ad esempio una prova testimoniale, il fatto che le bollette di un altro immobile sono intestate a tuo nome, che anche tua moglie e i tuoi figli risiedono nell’altro immobile o che paghi la spazzatura di un diverso Comune o che hai intestato un contratto di affitto per un altro appartamento.

Suggerimento finale: se ti trasferisci e vai via da casa dei tuoi genitori, chiedi ai tuoi genitori di non accettare mai raccomandate per conto tuo o, quantomeno, di non dire che vivi più là. Diversamente, fare opposizione alla cartella esattoriale – per sostenere di non aver mai ricevuto la notifica della multa – potrebbe diventare costoso quanto la multa stessa.

note

[1] Cass. ord. n. 14361/18 del 5.06.2018.

Tratto da LLpT 9/6/18

Lo Spread: che cos’è ? Perché aumenta e diminuisce?

 

 

 

 

 

 

Che cos’è lo spread, perché aumenta e diminuisce, per quale motivo è importante che resti basso e quali sono le conseguenze sull’economia se sale troppo

In questi giorni di profonda instabilità politica del paese, dopo la decisione di Mattarella di rifiutare il contratto Lega- M5S, si torna a parlare di spread, ossia il differenziale di rendimento tra BTP e gli equivalenti BUND tedeschi, il cui valore è condizionato dal comportamento degli investitori nei mercati secondari.

Se lo spread è basso, c’è fiducia nei titoli di Stato, se aumenta no, con effetti negativi sul debito pubblico, il risparmio, il credito e i consumi.

Cerchiamo quindi di capire che cos’è lo spread, che cosa ne provoca l’aumento e la diminuzione e quali sono le ripercussioni sull’economia se il suo valore sale troppo:

Spread: che cos’è

Spread significa “divario”. Nel linguaggio economico indica la differenza di rendimento tra i titoli di Stato italiani (in particolare i BTP ossia i Buoni del tesoro pluriennali) e gli stessi titoli pubblici tedeschi, ossia i BUND. Il raffronto avviene con i titoli tedeschi e tra buoni a lungo termine perché:

  • l’economia della Germania è da sempre considerata forte e affidabile;
  • perché i titoli statali a lungo termine sono quelli che consentono di investire senza troppi rischi.
  • Spread: perché aumenta e diminuisce

Il valore dello spread dipende dai movimenti di acquisto e di vendita sul mercato obbligazionario secondario. Nel momento in cui gli investitori non hanno fiducia nei titoli obbligazionari di uno Stato, a causa dell’instabilità politico economica di quest’ultimo, tenderanno a venderli sul mercato secondario, ossia quello dei titoli già emessi e in circolazione. Per renderli più appetibili agli investitori però sarà necessario diminuirne il prezzo e offrire un tasso di rendimento più elevato, con conseguente aumento dello spread. Questo comporta che, se il Paese deve emettere nuovi titoli per finanziarsi, sarà costretto ad adeguarsi ai valori del mercato secondario, ossia vendere a basso costo con tassi di rendimento elevati. Nel momento in cui invece uno Stato è stabile, gli investitori saranno tranquilli e non tenderanno a sbarazzarsi dei suoi titoli. In questo caso lo spread resterà stabile o diminuirà.

Spread: perché è importante che resti basso

Il valore dello spread è uno dei fattori da cui è possibile determinare lo stato di salute economica di un Paese. In uno Stato stabile i titoli pubblici, pur garantendo rendimenti (tassi di interessi) più bassi agli investitori, risultano decisamente più sicuri. Per questo, più il divario (spread) tra BTP italiani e BUND tedeschi è alto, più investire nei titoli italiani e quindi “prestare” soldi all’Italia risulta rischioso.

Spread alto: le conseguenze sull’economia

Gli effetti sull’intero sistema economico di uno spread elevato sono i seguenti:

  • aumento del debito pubblico: questo perché l’innalzamento dello spread provoca quello dei tassi di interesse dei BTP che lo Stato è costretto a pagare. Uno Stato che deve pagare interessi elevati agli investitori ha meno denaro da spendere per i servizi pubblici dei cittadini, per soddisfare i quali è costretto a indebitarsi ulteriormente, dando vita ad un aumento del suo debito, difficile da ripianare;
  • crisi delle banche: perché sono quelle che possiedono più BTP. Uno spread elevato costringe infatti anche le banche ad innalzare i tassi di interesse dei titoli divenuti ” rischiosi”, per attirare gli investitori;
  • difficoltà di accesso al credito: l’innalzamento dei tassi di rendimento dei BTP costringe le banche a innalzare gli interessi di mutui e finanziamenti, per pagare gli investitori. Risparmiatori, imprese e privati hanno quindi più difficoltà ad accedere al credito, per l’aumento dei tassi di interesse da rimborsare;
  • diminuzione dei consumi: in un sistema in cui le banche possono fare credito a imprese e privati a costi elevati è logico che, più soldi si devono alle banche, meno se ne hanno in tasca per spendere in consumi e far girare l’economia.

Tratto da : studiocataldi.it

 

Tassa rifiuti: Tia non dovuta se l’immobile è inutilizzato

Per la Cassazione, una volta che contribuente abbia dato atto dell’inidoneità dei locali alla produzione di rifiuti, non sarà tenuto a ripresentare ogni anno la richiesta di esclusione della tariffa di igiene ambientale

Non sarà tenuto al pagamento della TIA (tariffa di igiene ambientale) il contribuente che nella richiesta di esclusione della tariffa indichi l’inutilizzo dei locali del proprio immobile, non occupati e privi dei servizi essenziali, dunque inidonei alla produzione di rifiuti.

Non è all’uopo necessario che la richiesta, una volta presentata, sia ripetuta ogni anno, dovendo intervenire solo laddove si verifichino dei mutamenti nella situazione precedente. Affermare il contrario significherebbe gravare il contribuente di un onere inutile e irragionevole, non funzionale rispetto a una corretta definizione dell’imposta.

Lo ha chiarito la Corte di Cassazione, sezione tributaria, nella sentenza n. 13120/2018 (qui sotto allegata) accogliendo la richiesta del contribuente a cui erano state notificate cartelle di pagamento relative alla TIA (tariffa di igiene ambientale) non versata.

La vicenda

Il contribuente, tuttavia, lamenta l’illegittimità degli atti essendo l’immobile inutilizzato e la sua domanda trova accoglimento: il mancato utilizzo del bene, documentalmente provato, avrebbe reso lo stesso incapace di produrre rifiuti facendo così venir meno il presupposto impositivo.

Decisione confermata in appello dalla Commissione Tributaria Regionale secondo cui correttamente era stato riconosciuto nella disponibilità di locali idonei alla produzione di rifiuti il presupposto della TIA, insussistente nella fattispecie avendo da tempo i locali dell’immobile perso tale idoneità per assenza dei servizi essenziali e mancata occupazione.

Circostanza che, precisa la CTR, era stata adeguatamente provata e documentata dal ricorrente che anni prima aveva presentato richiesta di esclusione della tariffa senza, tuttavia, ripeterla l’anno successivo come richiesto Regolamento Comunale in materia.

Ciononostante, il vincolo dell’annuale ripetizione imposto dal Comune (pena decadenza del beneficio) appare eccessivo agli occhi dei giudici tributari rispetto alle previsioni della normativa statale sul punto, oltre che in contrasto con lo Statuto del contribuente.

La CTR ritiene dunque che, in mancanza di tale comunicazione, il contribuente possa pur sempre dimostrare, come avvenuto nel caso di specie, che la situazione precedentemente dichiarata abbia continuato a sussistere anche per l’anno successivo a quello cui si riferisce la pretesa impositiva.

Contro tale decisione ricorre in Cassazione, senza esito positivo, la società concessionaria del servizio e dello smaltimento dei rifiuti solidi urbani del Comune.

Niente TIA se l’immobile è vuoto e privo dei servizi essenziali

Per gli Ermellini il ragionamento della CTR appare corretto sotto più punti: da un lato, infatti, premesso che i locali in questione non avevano al tempo l’idoneità alla produzione dei rifiuti per assenza dei servizi essenziali e risultavano inoccupati, si è ritenuto che l’inidoneità alla produzione dei rifiuti, il cui onere della prova è stato correttamente posto a carico del ricorrente, dipendesse proprio dall’assenza dei servizi essenziali (ossia da obiettive condizioni di non utilizzabilità, come previsto dalla norma) e che la non occupazione dei locali fosse solo la conseguenza dell’assenza di tali servizi.

Condivisibile e ragionevole, nonché conforme alla ratio della norma impositiva, è anche l’assunto secondo cui “le comunicazioni relative all’inidoneità del locale alla produzione dei rifiuti debba avvenire solo quando vi siano delle variazioni” e non necessariamente ogni anno, come del resto suggerisce l’art. 62, comma 2, del d.lgs. n. 507/1993 quando parla di denuncia originaria o di “variazione” e non di “denuncia annuale”.

Anzi, soggiunge il Collegio, lo stesso art. 70 del d.lgs. cit. afferma testualmente che la denuncia ha effetto anche per gli anni successivi, qualora le condizioni di tassabilità siano rimaste invariate. Nonostante l’imposta sia calcolata su base annuale, infatti, non appare ragionevole ritenere che le denunce di variazione abbiano la stessa cadenza laddove non si sia verificata alcuna variazione.

Infine, la Cassazione ritiene che l’interpretazione fornita dalla CTR non leda le prerogative delle autonomie locali in quanto “l’imposta in questione va pur sempre a beneficio del Comune, che però non può pretendere di dettare regole (l’obbligo di denuncia annuale anche quando non vi siano variazioni da comunicare) che non rispondono a reali esigenze impositive e che quindi, oltre ad andare contro i principi dettati dallo Statuto del contribuente, non rispondano neppure a criteri di ragionevolezza.

In conclusione, l’interpretazione della complessiva normativa effettuata dalla sentenza costituisce un ragionevole punto di equilibrio tra le esigenze impositive dell’ente locale e la salvaguardia del principio di correttezza, solidarietà e effettiva capacità contributiva, che impone di evitare di gravare il contribuente di adempimenti e preclusioni non strettamente funzionali alla corretta riscossione delle imposte, oltre che non previste dalla disciplina statale

Cass., sezione tributaria, sent. n. 13120/2018

Tratto da: studiocataldi.it

 

Divorzio: i nonni conservano il diritto di visita ai nipoti

 

 

Dopo la Cedu anche la Corte Europea riconosce il diritto di visita ai nipoti da parte dei nonni

La nozione di “diritto di visita” di cui al regolamento Bruxelles II bis (artt. 1 par. 2 lett. a e 2 punto 10 del regolamento Ce n. 2201/2003) va interpretata nel senso che la stessa si estende al diritto di visita dei nonni nei confronti dei nipoti. Così ha deciso la Corte di giustizia Ue nella sentenza depositata oggi (causa C-335/17), rifacendosi alle medesime conclusioni della Cedu nel caso Manuello e Nievo c. Italia.

La vicenda riguarda una cittadina bulgara, nonna materna di un sedicenne, che dopo il divorzio dei genitori era andato a vivere con il padre in Grecia. Essendosi deteriorati i rapporti tra la donna e l’ex genero, la stessa si era rivolta alle autorità bulgare per ottenere di poter vedere regolarmente il nipote e poterlo ospitare a casa propria in alcuni periodi dell’anno. I giudici di merito avevano respinto il ricorso, ma la Cassazione bulgara aveva rimesso la questione alla Corte Ue.

I giudici di Lussemburgo hanno dato ragione alla donna, stabilendo che in ipotesi di divorzio anche i nonni conservano il diritto di far visita ai figli della coppia. Tale diritto infatti non comprende soltanto quello dei genitori nei confronti dei figli ma anche quello degli altri soggetti con cui è importante che il minore intrattenga relazioni personali, tra cui, anzitutto, i nonni.

Nello specifico, per la Corte Ue, la nozione di diritto di visita contemplata dal regolamento Bruxelles II bis relativo alla competenza, riconoscimento ed esecuzione delle decisioni in materia matrimoniale e responsabilità genitoriale, va estesa anche ai nonni.

Tratto da studiocataldi.it

Testamento biologico: come si fa e dove si deposita?

Ecco tutti i dettagli su cos’è e come si scrive il testamento biologico in ordine a scelte terapeutiche e trattamenti sanitari a cui dare o non dare il proprio consenso. Chi può farlo e dove depositarlo?

Come noto, dal 31 gennaio scorso nel nostro Paese è in vigore la legge sul testamento biologico [1], nota anche come legge sul fine vita. Infatti, con l’entrata in vigore della legge sul testamento biologico, è diventata efficace a tutti gli effetti la normativa che prevede il rispetto delle volontà del paziente terminale in ordine ai trattamenti sanitari da ricevere o respingere nel caso in cui si sia impossibilitati a esprimere la propria preferenza.

Il Ministro dell’Interno, lo scorso 8 febbraio, con una circolare [2], ha fornito alcune istruzioni operative ai Comuni per l’attuazione della legge in commento specificando, peraltro, il ruolo e le attività dell’ufficiale di stato civile del Comune di residenza del disponente, precisando che non sussiste l’obbligo di istituzione di un nuovo Registro, ma solo di registrazione delle Dat ricevute in un apposito elenco, dopo averne verificato i presupposti di consegna.

Cosa sono le Dat?

Le Dat, vale a dire le dichiarazioni anticipate di trattamento servono ad esprimere, in previsione di una futura eventuale incapacità di autodeterminarsi, il consenso o il rifiuto rispetto a trattamenti sanitariterapie ed esami diagnostici. Le Dat dovranno essere redatte per atto pubblico o scrittura privata autenticata. Il medico è tenuto a rispettare la volontà espressa dal paziente di rifiutare il trattamento sanitario o di rinunciare al medesimo e, in conseguenza di ciò, è esente da responsabilità civile o penale. L’obiezione di coscienza sarà possibile, ma l’ospedale dovrà, comunque, garantire la tutela delle Dat. Inoltre il medico deve informare il paziente delle conseguenze relative alle proprie scelte, fornendogli ogni sostegno e assistenza psicologica.

Testamento biologico: chi può farlo?

Tutti i cittadini maggiorenni e capaci di intendere e di volere possono redigere le Dat. In caso di soggetti minori sono i genitori o un tutore a disporre del trattamento medico. La decisione dovrà tenere conto della volontà del minore, se in grado di comprendere e valutare la situazione. Il documento prevede che vi siano indicati i trattamenti sanitari che si vogliono ricevere e quelli che si rifiuterebbero qualora il disponente non fosse più in grado di esprimersi e prendere decisioni in modo autonomo. Con il testamento biologico non si possono richiedere trattamenti sanitari non conformi alle leggi.

Testamento biologico: come farlo?

Affinché il testamento biologico sia valido e la volontà del paziente perentoria, è necessario che lo stesso sia fatto in forma scritta. Le Dat, dunque, potranno essere contenute in:

  • un atto pubblico, ossia un atto redatto da un pubblico ufficiale, come un notaio;
  • una scrittura privata autenticatada notaio o altro pubblico ufficiale o da un medico dipendente del Servizio sanitario nazionale o convenzionato;
  • una scrittura privata sempliceconsegnata personalmente all’Ufficio dello Stato Civile del Comune di residenza del disponente.

Se una persona non si trova nelle condizioni di redigerlo in tali modi sopracitati, le volontà di fine vita possono essere espresse attraverso videoregistrazione o mediante dispositivi che consentano alla persona con incapacità di comunicare. Nelle stesse forme anzidette le Dat possono essere aggiornate, modificate e revocate in qualsiasi momento. Allorché la decisione di revocare le Dat maturi in condizioni di emergenza e urgenza che impediscono il ricorso alla forma richiesta dalla legge, lo scopo si può ugualmente raggiungere con una dichiarazione verbale raccolta o video-registrata da un medico, con l’assistenza di due testimoni.

Il testamento biologico è esente dall’obbligo di registrazione tributaria, dall’imposta di bollo e da qualsiasi altro tributo, imposta, diritto o tassa.

Testamento biologico: la nomina di un fiduciario

La legge auspica, inoltre, la nomina di un fiduciario, ossia di una persona in cui il disponente pone la massima fiducia. Il fiduciario prescelto si assume la responsabilità di interpretare le Dat anche alla luce dei cambiamenti intercorsi nel frattempo e di eventuali nuove aspettative offerte dalla ricerca medica. Il fiduciario, come il disponente, deve essere maggiorenne e capace di intendere e volere. Per accettare la nomina dovrà sottoscrivere le Dat con un atto successivo, da allegare alle stesse. L’incarico può essere revocato in qualsiasi momento, con le stesse modalità stabilite per la nomina e anche senza precisa motivazione. Il fiduciario può rinunciare alla nomina scrivendo al disponente. La legge esclude che il disponente possa nominare più di un fiduciario. Si tratta di una opzione che però può essere utile fare, per tutelarsi nel caso in cui il primo nominato rifiuti o rinunci. Il disponente può anche non indicare un fiduciario. In questo caso, le Dat mantengono la loro efficacia e il giudice, all’occorrenza può nominare un amministratore di sostegno.

Nei casi in cui le tue Dat appaiano incongrue o in ogni caso non corrispondenti alla condizione clinica del disponente, o qualora emergano nuove terapie, capaci di offrire concrete possibilità di miglioramento delle sue condizioni di vita, il medico, in accordo con il  fiduciario, potrà disattenderle. Nel caso in cui sorgano conflitti tra il fiduciario e il medico la decisione è rimessa al giudice.

Testamento biologico: cosa bisogna ricordare?

Per coloro i quali intendessero redigere un testamento biologico, rammentiamo alcuni punti fondamentali da tenere a mente. In rete, infatti, si possono trovare numerosi modelli e nel caso si opti per la redazione del testamento biologico attraverso la scrittura privata autenticata è importante prestare attenzione affinché non manchino i seguenti elementi:

  • i dati anagrafici del firmatario;
  • le informazioni sullo stato di salute e sulle terapie da adottare o non adottare;
  • le direttive specifiche con precise prescrizioni e condizioni;
  • la sottoscrizione del medico;
  • le indicazioni post mortem;
  • la nomina di eventuali fiduciari e testimoni.

 

Testamento biologico: stato di coma e altre malattie

Nel biotestamento è possibile altresì dichiarare che i trattamenti già iniziati ed aventi come unico obiettivo quello di prolungare la vita siano interrotti, compresi respirazione assistita, dialisi,  rianimazione cardio-polmonare, trasfusioni ecc. Inoltre è possibile specificare che venga interrotta l’alimentazione in ogni sua forma naturale o artificiale inclusa la soluzione glicata. È altresì possibile precisare che queste volontà vengano attuate solo al ricorrere di precise e specifiche condizioni, quali ad esempio il caso di coma vegetativo persistente, di incidente con danni cerebrali gravimalattie neurodegenerative ecc.

note

[1] L. n. 219 del 02.12.2017.

[2] Circolare n. 1/2018.

Tratto da LLpT 14/05/2018