Determinazione del danno biologico per errato intervento chirurgico

Il caso

Una donna a seguito dei danni riportati dopo essersi sottoposta ad un’operazione chirurgica di osteosintesi aveva citato in giudizio l’azienda ospedaliera per vedersi riconosciuto il proprio diritto al risarcimento del danno biologico permanente e temporaneo subito  a causa della condotta colposa dei sanitari.

In particolare durante l’intervento chirurgico al quale la donna si era sottoposta per una frattura sovraintercondiloidea subita, si era verificata un’ischemia acuta all’arto inferiore operato causato da un’intrappolamento iatrogeno dell’arteria poplitea  sovra-articolare. Tale complicanza aveva costretto i medici ad intervenire con un secondo intervento chirurgico di angioplastica effettuato nella medesima giornata.

Successivamente durante il decorso post operatorio la donna aveva subito una paralisi iatrogena evoluta in pseudoartrosi che l’aveva obbligata a sottoporsi ad un nuovo intervento, questa volta in una struttura sanitaria diversa.

Il giudice di primo grado, dopo aver interpellato la CTU, alla quale aveva chiesto di chiarire se l’intrappolamento dell’arteria poplitea potesse considerarsi una complicanza prevedibile ed evitabile alla luce della migliore scienza ed esperienza del momento e di indicare l’entità del danno differenziale riconducibile all’inesatto trattamento sanitario, aveva accolto la domanda attrice riconoscendo la responsabilità dell’azienda ospedaliera per i danni subiti dalla paziente, e condannando la stessa al risarcimento di euro € 37.651,60.

Seppur vittoriosa in primo grado, la donna aveva proposto appello contro la sentenza del Tribunale –per quanto qui di interesse- con un motivo di ricorso, lamentando la scorretta modalità liquidatoria del danno iatrogeno differenziale permanente, sostenendo che il giudice aveva erroneamente individuato il danno subito nella percentuale del 10%, avendo operato la differenza tra la percentuale di invalidità in cui lei versava a seguito dell’operazione e la percentuale di invalidità che sarebbe comunque residuata a causa della frattura dopo l’operazione.

L’azienda sanitaria si costituiva in giudizio rigettando la responsabilità dei sanitari della sua struttura, sostenendo che il Giudice di primo grado aveva riconosciuto la loro responsabilità sulla base della perizia tecnica che non aveva considerato che l’intrappolamento dell’arteria polpitea sovracondiloidea costituiva una complicanza non prevedibile né evitabile di frattura con plurimi frammenti ossei, come nel caso di specie. E che, dunque, neanche una condotta prudente, diligente e perita poteva evitare.

Decisione della Corte d’Appello

I Giudici della Corte d’appello, esaminata la causa sottoposta alla loro cognizione, hanno, in continuità con i giudici di primo grado, riconosciuto la responsabilità dell’azienda sanitaria, accogliendo il ricorso promosso dalla paziente.

In particolare la Corte d’Appello, rigettando la richiesta avanzata dalla struttura ospedaliera, ha ricordato che nel caso in cui il danneggiato ha assolto all’onere probatorio di dimostrare il nesso di causalità tra l’aggravamento della patologia e l’azione o  omissione dei sanitariincombe su quest’ultimi dimostrare l’impossibilità della prestazione derivante da causa non imputabile, provando che l’inesatto adempimento è stato determinato da un impedimento imprevedibile ed inevitabile con l’ordinaria diligenza.

Nel caso di specie i giudici di secondo grado hanno riscontrato che il nesso causale tra il ricovero in ospedale, l’intervento chirurgico e la patologia era stato dimostrato dalla paziente, non invece era stato dimostrato dall’azienda ospedaliera l’inesatto inadempimento a causa di un impedimento imprevedibile o evitabile dalla ordinaria diligenza.

Nell’accogliere le doglianze avanzate dalla paziente, la Corte d’Appello ha evidenziato come la corretta modalità liquidatoria del danno iatrogeno differenziale subito dalla paziente doveva fondarsi sul principio sancito dalla Corte di Cassazione secondo cui per la liquidazione del danno subito da un paziente – già affetto da una situazione invalidante, per la quale si sia sottoposto ad intervento, da cui a causa della cattiva esecuzione, si determini un peggioramento dell’invalidità – deve considerarsi la percentuale di invalidità effettivamente risultante sottratta la percentuale di invalidità ineliminabile, sulla base del sistema tabellare milanese.

Nel caso di specie la paziente a seguito delle operazioni subite riportava un danno biologico nella misura del 24%, mentre la percentuale di invalidità dovuta all’evento di frattura da cui era dipesa la necessità del primo intervento, e che sarebbe rimasta anche nel caso di riuscita dell’intervento stesso, era del 14%. La paziente aveva dunque subito un incremento di invalidità pari al 10% ed un danno iatrogeno differenziale da ricomprendersi tra il 14% ed il 24%. Di conseguenza, secondo il sistema tabellare di liquidazione, l’ammontare del danno subito dalla paziente doveva essere stabilito operando la differenza tra il montante risarcitorio contemplato dal sistema tabellare milanese per l’invalidità di cui era portatrice la paziente (24%= €103.921,00) e quello corrispondente all’invalidità ineliminabile e normalmente risultante dall’operazione chirurgica (14%= € 40.575,00), e dunque la liquidazione del danno doveva corrispondere a € 63.346,00. A questo importo la Corte d’appello riconosceva anche la personalizzazione del danno in misura del 20% in virtù della giovane età della paziente, condannando così l’azienda ospedaliera a versare un risarcimento del danno pari a € 75.015,20.

Esito del Ricorso:

accoglimento

Diritto.it

Divisione della casa coniugale: come si determina il valore dell’immobile in comproprietà

Nel giudizio di divisione della casa coniugale di proprietà di entrambi i coniugi, in precedenza assegnata ad uno di essi in sede di separazione, nel caso in cui l’immobile venga attribuito a quest’ultimo, il diritto di abitazione derivante dal provvedimento di assegnazione non deve influire in alcun modo nella determinazione del valore dell’immobile e quindi nella determinazione del conguaglio dovuto all’altro coniuge. In caso contrario, si verificherebbe una penalizzazione del coniuge non assegnatario al quale verrebbe corrisposta una somma inferiore alla metà del valore commerciale del bene.

Lo ha ribadito la Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 33069/2018, pubblicata il 20 dicembre 2018.

IL CASO: La vicenda esaminata dalla Corte di Cassazione nasce dal ricorso promosso dal coniuge non assegnatario, in sede di separazione, della casa coniugale in comproprietà con l’altro coniuge, contro la sentenza emessa dalla Corte di Appello che aveva rigettato il gravame interposto avverso la decisione di prime cure con la quale nell’ambito di un giudizio di scioglimento della comunione legale tra coniugi il Tribunale, nel determinare il valore del mercato della casa coniugale in comproprietà di entrambi i coniugi, aveva tenuto conto del provvedimento di assegnazione del bene in favore di uno dei due coniugi nell’interesse dei figli e quindi aveva stimato l’immobile attribuendo allo stesso un valore inferiore rispetto al valore commerciale con conseguente assegnazione all’altro coniuge di una somma inferiore rispetto a quella effettivamente dovuta.

LA DECISIONE: Con la sentenza in commento, il ricorso è stato accolto con rinvio ad altra Sezione della Corte di Appello, in quanto i giudici di legittimità hanno dato continuità all’orientamento degli stessi giudici di legittimità, secondo il quale “l’assegnazione del godimento della casa familiare, ex art. 155 quater c.c., ovvero in forza della legge sul divorzio, non può essere considerata in occasione della divisione dell’immobile in comproprietà tra i coniugi al fine di determinare il valore di mercato del bene qualora l’immobile venga attribuito al coniuge titolare del diritto al godimento stesso, atteso che tale diritto è attribuito nell’esclusivo interesse dei figli e non del coniuge affidatario e, diversamente, si realizzerebbe una indebita locupletazione a suo favore, potendo egli, dopo la divisione, alienare il bene a terzi senza alcun vincolo e per il prezzo integrale” (Cass. Sez. 2 n. 17843 del 09/09/2016; Cass. Sez. 2, n. 8292 n. 22/04/2016).

Nello stimare i beni per la formazione delle quote ai fini della divisione, hanno continuato gli Ermellini, non può non considerarsi, invero, che, in ipotesi di assegnazione in proprietà esclusiva della casa familiare, di cui i coniugi erano comproprietari, al coniuge affidatario dei figli, si riunisce nella stessa persona il diritto di abitare nella casa familiare – che perciò si estingue automaticamente – e il diritto dominicale sull’intero immobile, che rimane privo di vincoli.

Andreani.it

Farmacie convenzionate, Regione risponde per debiti Asl

 

Farmacie convenzionate, Regione risponde per debiti Asl

Farmacie convenzionate, ma anche medici specialisti o strutture private sempre in regime di convenzione, per ottenere il pagamento dei loro crediti non possono chiamare in giudizio la Asl di riferimento ma devono rivolgersi alle Regioni, in quanto la legge le indica come “ente pagatore”. Lo ha stabilito la Corte di cassazione, con la sentenza n. 25159 di oggi, 11 ottobre 2018, respingendo il ricorso di Credifarma (finanziaria di Federfarma e Banca IFIS).

Corte di cassazione – Sentenza 11 ottobre 2018 n. 25159

tratto da il sole 24 ore

Sono disoccupata: mi spetta la maternità?

Purtroppo hai perso il lavoro, ma hai un bimbo in arrivo. Ti chiedi quindi se puoi beneficiare lo stesso del periodo di congedo obbligatorio

Facile dire maternità quando si ha un lavoro dipendente. Almeno in teoria. Ma che ne è invece di tutte quelle neomamme o future mamme che si trovano in stato di disoccupazione? Magari hanno perso il lavoro, cominciato a percepire la Naspi e poi scoperto di essere incinte. Oppure hanno scoperto di esserlo e hanno deciso di lasciare il lavoro, per dedicarsi di più alla delicata fase di crescita del bambino, viste anche le difficoltà di farsi concedere il part time. Le situazioni in cui ci si può trovare – parlando di disoccupazione e maternità – sono diverse. Tutte però devono comunque scontrarsi con esigenze economiche impellenti, perché si sa, tra pannolini e altre spese, il conto in banca fa presto a svuotarsi quando si diventa genitori. Ecco perché, se si trovi in una situazione simile probabilmente ti starai ponendo un mare di domande, tra cui: sono disoccupata, mi spetta la maternità? Cerchiamo di fornirti qualche risposta.

Cos’è il congedo di maternità?

Se sei una lavoratrice e hai appena saputo di essere incinta o stai programmando una gravidanza, sappi che per legge [1] ti sarà garantito il congedo di maternità: un periodo obbligatorio di assenza da lavoro, che spetta di diritto a tutte le lavoratrici in gravidanza e nel puerperio.

In pratica saluterai i tuoi colleghi e lascerai il lavoro per alcuni mesi, iniziando a percepire un’indennità di maternità in sostituzione dello stipendio.

Ma quanto dura questo periodo giustificato, obbligatorio e pagato di astensione da lavoro? Ecco la risposta:

  • inizia 2 mesi prima della presunta data del parto;
  • perdura per i 3 mesi successivi al parto (puerperio), quindi i primi 3 mesi di vita del bambino;
  • Tutto questo salvo casi di flessibilità per gravidanze a rischio o lavori gravosi con mansioni incompatibili.

A questo periodo totale di 5 mesi se ne può aggiungere un altro, chiamato maternità facoltativa. Attenzione però, perché mentre la maternità obbligatoria (i 5 mesi) ti frutteranno un’indennità pari  all’80 per cento della tua retribuzione, se chiedi anche la maternità facoltativa, la cifra scenderà considerevolmente al 30 per cento del tuo normale stipendio.

Chi paga la maternità?

La maternità è garantita dall’Inps. Normalmente però ti sarà anticipata in busta paga dal tuo datore di lavoro, che poi sarà conguagliato successivamente dall’Istituto. Inoltre, i contratti collettivi di categoria (Ccnl) possono prevedere un contributo aggiuntivo di maternità, che in questo caso ti sarà versato dal tuo datore di lavoro.

In alcuni casi poi, l’indennità viene versata direttamente dall’Inps, ecco quando:

  • alle lavoratrici stagionali;
  • alle operaie agricole;
  • alle lavoratrici dello spettacolo saltuarie o a termine;
  • colf e badanti;
  • alle lavoratici assicurate ex Ipsema;
  • alle lavoratrici disoccupate o sospese.

Maternità: chi ha diritto?

Ti stai chiedendo se nella tua situazione tu possa beneficiare del congedo di maternità? Ne hai diritto se rientri in queste categorie di persone:

  • lavoratrici dipendenti assicurate all’Inps ed ex Ipsema;
  • apprendiste, operai, impiegate e dirigenti;
  • lavoratrici agricole;
  • colf e badanti;
  • lavoratrici a domicilio;
  • lavoratici iscritte alla gestione separata Inps;
  • lavoratrici del settore pubblico;
  • lavoratici socialmente utili o con impieghi di pubblica utilità;
  • sospese da lavoro o disoccupate.

Sono disoccupata: mi spetta la maternità?

Dall’ultima categorie elencata nel precedente paragrafo, avrai capito come il tuo stato di disoccupazione non escluda il diritto a percepire la maternità. Vediamo in concreto se e come ti spetta la maternità se sei disoccupata.

Nel caso di lavoratici sospese da lavoro o disoccupate, o nei casi di risoluzione del rapporto di lavoro la maternità spetta comunque, ma a precise condizioni:

  • se sei in stato di gravidanza e ti ritrovi, all’inizio del periodo di congedo maternità sospesa o disoccupata, hai diritto all’indennità giornaliera di maternità, a patto che tra l’inizio della sospensione da lavoro o della disoccupazione e l’inizio del congedo non siano trascorsi più di 60 giorni (2 mesi). In pratica, a grandi linee se il giorno in cui entri in disoccupazione è il 1° maggio hai diritto alla maternità solo se entri in congedo entro massimo il 1° luglio;
  • se il tuo periodo di congedo per maternità inizia dopo i 60 giorni dalla risoluzione del rapporto di lavoro, e sei disoccupata (prendi cioè la Naspi), hai diritto all’indennità di maternità al posto di quella della disoccupazione. Devi però essere sicura di essere già in possesso dell’indennità di disoccupazione alla data di inizio congedo maternità;
  • Se invece pur trovandoti nel caso descritto sopra (senza lavoro in pratica) non stai percependo Naspi, perché hai svolto un lavoro dipendente che non prevedeva il contributo per la disoccupazione, hai sempre diritto alla maternità, a patto che non siano trascorsi più di 180 giorni (sei mesi) tra la data di risoluzione del rapporto di lavoro e quella di inizio congedo maternità, e che ti siano stati versati almeno 26 contributi settimanali negli ultimi due anni che precedono il periodo del congedo.

Ovviamente nel periodo in cui da disoccupata percepirai la maternità, si sospende l’indennità di disoccupazione, che eventualmente riprenderà al termine del congedo di maternità.

Facciamo un esempio: hai scoperto da poco di essere incinta e ti è scaduto il contratto di lavoro. Cosa puoi fare? Innanzitutto corri a presentare domanda per la Naspi (l’Indennità di disoccupazione). Intanto inizierà ad arrivarti quella. Quando poi si avvicinerà il periodo di astensione obbligatoria per maternità ( 2 mesi prima del parto), vai a presentare domanda di maternità. L’indennità di maternità sostituirà quella di disoccupazione per tutto il tempo in cui ne avrai diritto (5 mesi). Finito il congedo di maternità, riprenderà l’indennità di disoccupazione.

Sono incinta: posso licenziarmi e percepire la disoccupazione?

Quando lo Stato fatica a intervenire a tutela delle lavoratici madri e non riesce a risolvere il grave gap socio-culturale che – parliamoci chiaro – costringe spesso una donna a dover scegliere tra il lavoro e l’essere mamma, allora serve una legge che cucia lo strappo.

E infatti alle lavoratici madri, che magari non riescono a farsi trasformare il contratto in part time, viene consentito di licenziarsi (più propriamente di presentare le dimissioni volontarie) senza perdere il diritto alla disoccupazione.

In sostanza, mentre le dimissioni volontarie, nei casi normali, fanno perdere al dipendente che le ha rassegnate il diritto alla Naspi, la donna lavoratrice madre che si dimette, nel periodo che va dall’inizio della gravidanza fino al primo anno di vita del bambino, conserva il diritto a percepire l’indennità di disoccupazione.

Questo a condizione che abbia maturato almeno 13 settimane di contributi nel quadriennio e almeno 30 giornate di lavoro effettivo nell’anno precedente.

Maternità: viene contata ai fini della disoccupazione?

Mettiamo che tu sia diventata mamma un po’ di tempo fa, beneficiando quindi del congedo di maternità e ora abbia perso il lavoro. Vuoi capire se hai diritto o no alla disoccupazione e se quel periodo di astensione obbligatoria possa essere conteggiato all’interno di quelle 13 settimane di contributi maturati nei 4 anni precedenti l’inizio della disoccupazione (requisiti obbligatori per accedere alla Naspi).

Anche in questo caso, stai tranquilla. La risposta è si. Anzi, l’Inps in persona ti vuole tranquillizzare, con un messaggio [3] in cui stabilisce che, ai fini del perfezionamento del requisito delle 13 settimane di contributi nel quadriennio precedente, sono utili (e quindi conteggiati):

  • i contributi figurativi accreditati per maternità obbligatoria se, all’inizio dell’astensione, risulta già versata o dovuta contribuzione contro la disoccupazione. Questi anni figurativi sono utili quindi sia nel caso in cui l’astensione obbligatoria per maternità sia iniziata durante il rapporto di lavoro, sia nel caso in cui inizi entro 60 giorni dalla data di risoluzione del rapporto di lavoro.
  • i periodi di congedo parentale, se indennizzati a rapporto di lavoro è ancora attivo.

Sono disoccupata: mi spetta la maternità facoltativa?

Appurato che se sei disoccupata ti possa spettare la maternità obbligatoria, ti stai chiedendo ora se lo stesso diritto vale anche per la maternità facoltativa. In questo caso spiace dire che la risposta è negativa. Da disoccupata non hai diritto alla maternità facoltativa o congedo parentale.

note

[1] D. lgs. n. 151/01 del 26 marzo 2001.

[2] Art. 24 D. lgs. n. 151/01 del 26 marzo 2001.

[3]Inps, mess. 710/2018 del 15 febbraio 2018.

Tratto da LLpt 26/03/2018

Bonus garage 2018: cos’è e come funziona?

 

Agevolazioni acquisto o costruzione di garage, box e posti auto: vediamo cos’è e come funziona il bonus garage 2018, quali le detrazioni fiscali, i requisiti di spesa e cosa sapere per usufruire del bonus garage 2018

Il 2018 sarà sicuramente ricordato come l’anno delle ristrutturazioni e dei lavori in casa. Numerosi, infatti, sono i bonus e le agevolazioni per chi voglia ristrutturare il proprio appartamento, acquistare arredi ed elettrodomestici, migliorare l’efficienza energetica della propria abitazione o creare degli spazi verdi sul proprio terrazzo o giardino. La legge di bilancio 2018, infatti, ha prestato molta attenzione al tema casa, confermando una serie di previsioni in termini di bonus e detrazioni. Per conoscere tutti i bonus previsti per la casa, consigliamo la lettura dell’articolo: Lavori in casa: tutti i bonus del 2018; per quanto riguarda più in particolare le agevolazioni previste per l’acquisto di mobili e di elettrodomestici, tutti i dettagli sono presenti nei seguenti approfondimenti: Bonus mobili 2018: cosa sapere per non sbagliareBonus acquisto mobili 2018: ecco tutte le risposte. Ti consigliamo, inoltre, la lettura delle seguenti interessantissime guide: Famiglia, figli e casa: tutti i bonus e le agevolazioni 2018; Bonus materassi 2018: cos’è e come funzionaBonus condizionatori 2018: cos’è e come funzionaAcquisto stufe 2018: tutti i bonus e le agevolazioni. In questo articolo, invece, ci occuperemo più approfonditamente del cosiddetto bonus garage 2018.  Sul punto, infatti, è bene sapere che anche nel 2018 si possono detrarre le spese per l’acquisto o la costruzione di garage e box auto. Vediamo allora ecco come fare, cos’è e come funziona il bonus garage 2018, a quanto ammonta la detrazione e quali i requisiti per le beneficiare delle agevolazioni.

Bonus ristrutturazioni  e bonus garage 2018

Accanto alle agevolazioni previste per chi ristruttura la propria casa (leggi sul punto: Bonus ristrutturazioni 2018: cos’è e come funziona?), la legge di bilancio 2018 ha previsto, sempre nell’ambito delle agevolazioni per il recupero del patrimonio edilizio, un particolare bonus per l’acquisto o la costruzione di garage, box auto o posti auto, anche condominiali.  Anche nel 2018, dunque, è possibile godere di alcuni vantaggi fiscali per la costruzione o l’acquisto di garagebox e posti auto, anche se condominiali. Vediamo, dunque,  come funziona il bonus acquisto o costruzione di box e posti auto 2018.

Bonus garage 2018: cos’è

Tra le tante agevolazioni previste per il recupero del patrimonio edilizio – come ad esempio il bonus ristrutturazioni – figura il bonus garage e box auto, vale a dire una detrazione Irpef sulle spese sostenute per l’acquisto o la costruzione di un posto dove parcheggiare al sicuro la propria automobile.

Come anticipato, il bonus garage 2018 può essere fatto valere anche per box e posti auto facenti parte dell’area comune di un condominio; in tal caso però il bonus potrà essere richiesto solamente se queste strutture sono pertinenti rispetto ad un’unità immobiliare abitativa. Ma procediamo con ordine. Vediamo più nel dettaglio come funziona e come fare per richiedere la detrazione fiscale per la costruzione di garage, box auto o parcheggi 2018.

Bonus garage e box auto 2018: quando spetta

Il Bonus garage e box auto 2018 è riconosciuto:

  • per le spese di acquisto di box e posti auto pertinenziali e già realizzati (spese relative alla realizzazione);
  • per le spese di costruzione di autorimesse o posti auto, anche di proprietà comune, purché siano pertinenziali rispetto ad un’unità immobiliare abitativa.

Dunque, per ottenere la detrazione per la costruzione di box auto o garage è fondamentale un requisito: il vincolo di pertinenzialità (che potete trovare nel permesso di costruire o altro titolo edilizio). Vediamo, di seguito, gli altri requisiti per poter usufruire del bonus garage 2018.

Acquisto box auto: requisiti

In caso di acquisto del box auto, la detrazione spetta solo per le spese sostenute per la sua realizzazione e sempre che le stesse siano dimostrate da apposita attestazione rilasciata dal costruttore.

Ai fini dell’agevolazione sono richiesti i seguenti requisiti:

  • proprietà o patto di vendita di cosa futura del parcheggio realizzato o in corso di realizzazione;
  • documentazione dell’impresa costruttrice dalla quale si evincano i costi imputabili alla sola realizzazione dei parcheggi, che devono essere tenuti distinti dai costi accessori (questi ultimi non sono agevolabili);
  • come anticipato, inoltre, è necessaria la sussistenza di un vincolo pertinenzialecon un’unità abitativa, di proprietà del contribuente; se il parcheggio è in corso di costruzione, deve esserci l’obbligo di creare un vincolo di pertinenzialità con un’abitazione.

Bonus garage e box auto 2018: quali strutture

Nei tipi di costruzione ammessi alla detrazione sono ricompresi tutti i manufatti atti a svolgere la funzione di autorimessa o parcheggio, quindi anche garage interrati, tettoie per il ricovero delle automobili, posti auto scoperti. Non è necessario che la costruzione del box auto o garage sia legato alla prima casa: dunque si possono richiedere detrazioni anche per la costruzione di garage e parcheggi per seconde case o unità abitative differenti.

Acquisto contemporaneo di casa e box auto

Nel caso di acquisti contemporanei di casa e box con unico atto notarile, la detrazione spetta solo per le spese di realizzazione del box (sempre che sia pertinenziale), il cui importo deve essere specificamente documentato.

La detrazione può essere riconosciuta anche per i pagamenti effettuati prima dell’atto notarile o, in assenza, di un preliminare d’acquisto registrato, in cui è indicato il vincolo pertinenziale. È necessario, però, che il vincolo risulti costituito e riportato nel contratto prima della presentazione della dichiarazione dei redditi nella quale il contribuente richiede la detrazione.

Assegnazione di alloggi e box auto

Per le assegnazioni di box e alloggio da parte di cooperative edilizie di abitazione, la detrazione spetta anche per gli acconti pagati con bonifico dal momento di accettazione della domanda di assegnazione da parte del Consiglio di amministrazione.

Non rileva il fatto che il rogito sia stipulato in un periodo d’imposta successivo, né che il verbale della delibera di assegnazione che ha formalizzato il vincolo pertinenziale non sia stato ancora registrato.

Per quanto riguarda il vincolo pertinenziale tra box auto e abitazione, non importa se gli immobili non sono stati ancora realizzati, purché la destinazione funzionale del box, al servizio dell’abitazione da realizzare, risulti dal contratto preliminare di assegnazione.

Bonus garage e box auto 2018: a quanto ammonta

La detrazione vale esclusivamente sui costi di costruzione di box o garage, dunque non sull’acquisto. Pertanto per poter usufruire della detrazione è necessario farsi rilasciare dal venditore un’attestazione da cui si evinca tale costo, scorporando quindi l’utile di vendita. Quest’agevolazione non è dunque accessibile nel caso in cui si acquisti presso un privato o un’impresa non identificabile con il costruttore stesso.

La detrazione equivale al 50% delle spese sostenute. La spesa su cui applicare la percentuale non può superare il limite di 96mila euro.

Il limite va riferito alla singola unità immobiliare sulla quale sono stati effettuati i lavori. Quindi, se più persone hanno diritto alla detrazione (comproprietari ecc.), il limite va ripartito tra loro.

Essendo necessario il vincolo di pertinenza, l’Agenzia delle Entrate ha stabilito che sono detraibili anche le spese notarili atte a verificare tale vincolo.

Bonus garage 2018: spese ammesse

Saranno detraibili dal 730 i costi sostenuti per:

  • le spese professionali sostenute per la progettazione dell’intervento e la richiesta di titoli autorizzativi;
  • l’esecuzione dei lavori;
  • il pagamento di imposte, diritti di segreteria e oneri di urbanizzazione.

Come già detto, inoltre, non rientrano invece le spese per l’acquisto dell’area su cui viene eretto il box auto o garage.

Bonus garage 2018: come ottenerlo?

Per usufruire della detrazione il proprietario deve essere in possesso della seguente documentazione.

In caso di acquisto del box o posto auto:

  • atto di acquisto, o preliminare di vendita registrato, dal quale risulti la pertinenzialità;
  • dichiarazione del costruttore, nella quale siano indicati i costi di costruzione;
  • bonifico bancario o postale per i pagamenti effettuati.

In caso di costruzione box o posto auto:

  • concessione edilizia da cui risulti il vincolo di pertinenzialità con l’abitazione;
  • bonifico bancario o postale per i pagamenti effettuati.

Il bonifico deve essere effettuato dal beneficiario della detrazione (proprietario o titolare del diritto reale dell’unità immobiliare sulla quale è stato costituito il vincolo pertinenziale con il box auto).

La detrazione spetta anche al familiare convivente che abbia effettivamente sostenuto la spesa, a condizione che nella fattura sia annotata la relativa percentuale di spesa. La stessa cosa vale anche per il convivente more uxorio.

Nel caso siano stati versati acconti, la detrazione spetta con riguardo ai pagamenti effettuati con bonifico nel corso dell’anno, e fino a concorrenza del costo di costruzione dichiarato dall’impresa, a condizione che:

  • il compromesso di vendita sia stato regolarmente registrato entro la data di presentazione della dichiarazione in cui si fa valere la detrazione
  • dal compromesso risulti la sussistenza del vincolo di pertinenzialità tra abitazione e box.

Il vincolo pertinenziale non si considera esistente nell’ipotesi particolare in cui il bonifico sia effettuato nello stesso giorno in cui si stipula l’atto, ma in un orario antecedente a quello della stipula stessa.

Se il pagamento non è stato effettuato mediante bonifico, si può comunque usufruire della detrazione a condizione che:

  • nell’atto notarile siano indicate le somme ricevute dall’impresa che ha venduto il box pertinenziale;
  • il contribuente ottenga dal venditore, oltre alla certificazione sul costo di realizzo del box, una dichiarazione sostitutiva di atto notorio in cui attesti che i corrispettivi accreditati a suo favore sono stati inclusi nella contabilità dell’impresa.

Tratto da LLpT – 26/03/2018

Si può chiedere l’annullamento del matrimonio se il coniuge è depresso?

Per chiedere l’annullamento del matrimonio è necessario dimostrare che la malattia era già presente prima delle nozze e di essere in buona fede ossia di non essere stati messi a conoscenza di ciò.

Sei stata fidanzata, per diversi mesi, con un uomo con il quale non hai mai convissuto salvo nei brevi periodi di vacanza e durante i viaggi. La vostra conoscenza, per quanto non lunga, è stata intensa a tal punto che hai deciso di accettare la sua proposta di matrimonio. Dopo le nozze, però, ti sei accorta di un particolare di non poco conto: tuo marito è facilmente soggetto a depressione. Il che lo porta ad essere solitario, taciturno, a non voler uscire di casa, a non avere rapporti sessuali con te, a non voler neanche lavorare. Insomma, una vera e propria patologia clinicamente accertata, per come lui stesso ti ha confessato solo dopo esservi sposati. Ti senti incastrata: il suo comportamento è tanto in malafede quanto grave. «Non si può tacere un problema di questo tipo», gli rimproveri. Così, intenzionata a dirgli definitivamente addio e a separarti, avvii una causa per chiedere l’annullamento del matrimonio e il mantenimento vista la tua buona fede. Lui però si difende ricordati tutti i messaggi e le email in cui ti parlava delle sue “passioni”: dei pensieri di morte che a volte lo attanagliavano, del difficile rapporto con la gente e delle difficoltà relazionali; ti rammenta anche che una volta tu stessa lo hai accompagnato dal medico e lo hai visto assumere farmaci di cui non ti ha mai tenuto all’oscuro. «Non credevo però che la malattia fosse così grave» gli rispondi; e procedi per la tua strada. Chi dei due ha ragione? Si può chiedere l’annullamento del matrimonio se il coniuge è depresso? Sul punto è intervenuta una recente sentenza della Corte di Appello di Napoli [1] dando un’esauriente risposta. Ecco cosa è stato chiarito.

Annullamento del matrimonio per malattia fisica o psichica

La legge stabilisce la possibilità di chiedere l’annullamento del matrimonio per errore sulla persona. Tra gli errori che possono influire sul consenso vi è la malattia fisica o psichica, un’anomalia o deviazione sessuale. Attenzione però: tale malattia deve sussistere prima del matrimonio e influire in modo determinante sulla vita coniugale: per capirci, disturbi psichici, sieropositività, tossicodipendenza, impotenza, problemi ad avere rapporti sessuali, ecc.

Il coniuge a cui sia addebitata la causa di nullità del matrimonio è tenuto a versare all’altro coniuge in buona fede, qualora il matrimonio sia annullato, una congrua indennità, anche in mancanza di prova del danno sofferto. L’indennità deve comunque comprendere una somma corrispondente al mantenimento per tre anni. È tenuto altresì a prestare gli alimenti al coniuge in buona fede, sempre che non vi siano altri obbligati [2].

Annullamento del matrimonio per malattia: quali condizioni?

Per ottenere l’annullamento del matrimonio per errore dovuto all’esistenza di una malattia fisica o psichica dell’altro coniuge, è necessario fornire la prova della mancata conoscenza dell’infermità prima della celebrazione del matrimonio. Non è possibile, invece, ottenere l’annullamento se già si è a conoscenza della patologia del futuro coniuge, nonostante le difficoltà relazionali sorte durante la vita matrimoniale.

Pertanto, i presupposti per ottenere l’annullamento del matrimonio per malattia del coniuge sono tre:

  • la malattia doveva essere già presente prima del matrimonio. Non è possibile chiedere l’annullamento del matrimonio per una malattia, come la depressione, sorta successivamente alle nozze visto che, tra i doveri dei coniugi, vi è anche quello di assistere l’altro (moralmente e fisicamente) quando sia in situazioni di difficoltà;
  • il coniuge doveva essere all’oscuro della malattia quando si è sposato: la presa di coscienza deve essere avvenuta successivamente alle nozze;
  • si deve trattare di una malattia grave, tale cioè da poter influire in modo significativo sulla vita di coppia. Non è così una colite, l’insonnia, le cefalee; lo può invece essere la depressione.

L’onere della prova: a chi spetta dimostrare la malattia?

L’aspetto principale della pronuncia della Corte di appello di Napoli consiste nell’onere della prova: spetta a chi chiede all’annullamento del matrimonio per depressione dimostrare che:

  • la malattia preesisteva alle nozze e
  • e di non esserne stato a conoscenza.

L’ignoranza sulla presenza della malattia, insomma, non si può presumere ma va provata in tribunale. In sostanza, i giudici chiariscono che la mancata conoscenza della patologia deve essere dimostrata e solo tale prova può condurre all’annullamento del matrimonio, senza che possano rilevare sotto il profilo probatorio eventuali difficoltà relazionali manifestatesi dopo il matrimonio.

note

[1] C. App. Napoli, sent. n. 4053/2017 del 9.10.2017.

[2] Art. 129-bis cod. civ.

Tratto da LLpT – 30/03/2018

Assegno per i disoccupati: a breve l’erogazione

Ad Aprile sarà erogato il bonus fino a 5 mila euro per il reimpiego dei disoccupati: in cosa consiste, chi può richiederlo e la procedura per ottenere l’assegno di ricollocazione

Il prossimo 3 aprile entrerà a regime l’assegno di ricollocazione per i disoccupati, ossia il contributo economico che arriva sino a 5mila euro destinato a tutti quei soggetti che dopo essere rimasti disoccupati riescono a trovare un lavoro anche a tempo determinato. Dopo una lunga sperimentazione, l’Agenzia Nazionale Politiche Attive del Lavoro (Anpal) ha emanato l’attesa circolare [1] con cui ha dato l’ultimatum agli enti interessati per manifestare il proprio interesse e accreditarsi per diventare enti erogatori e definito nel dettaglio gli importi, i requisiti e la procedura da seguire per fare domanda di assegno di ricollocazione.

Assegno di ricollocazione: gli importi

L’assegno di ricollocazione parte da un minimo di 250 euro e può arrivare, come anticipato, sino a 5mila euro. L’ammontare dell’assegno dipende dal profilo di occupabilità dell’interessato, ossia: dal sesso, dall’età, dall’esperienza professionale, dal livello d’istruzione e dalla collocazione geografica. In particolare gli importi previsti sono i seguenti:

  • da 500 euro a 2500 euro se la nuova occupazione è superiore ai 6 mesi;
  • sino a 1.250 euro, se la nuova occupazione è superiore ai 3 mesi.
  • sino a 5mila euro se il disoccupato trova un nuovo lavoro a tempo indeterminato.

L’entità dell’assegno varia a seconda della difficoltà di reinserimento occupazionale dell’interessato, individuata nella fase di profilazione dello stesso. L’importo spettante al beneficiario viene inizialmente erogato al centro per l’impiego competente nel momento in cui l’interessato firma il nuovo contratto di lavoro subordinato. Poi, compiuta la procedura di cui parleremo in avanti, avverrà l’erogazione al lavoratore.

Assegno di ricollocazione: i requisiti

L’assegno di ricollocazione, come detto, è una prestazione in favore di quei soggetti che, dopo aver perso il lavoro, sono riusciti a trovare una nuova occupazione, anche a tempo determinato. Però, per poter percepire l’assegno di ricollocazione è necessario essere in possesso di alcuni requisiti. Infatti, possono beneficiare dell’assegno di ricollocazione i disoccupati che:

  • percepiscono la Naspi (la nuova indennità di disoccupazione) da almeno 4 mesi senza aver trovato un nuovo lavoro;
  • i lavoratori in cassaintegrazione straordinaria (Cigs);
  • i beneficiari del cosiddetto Rei, il reddito d’inclusione, di cui abbiamo parlato in Reddito di inclusione: ora aumenta a 534 euro.

Assegno di ricollocazione: la procedura per inoltrare domanda

In presenza dei requisiti descritti, l’erogazione dell’assegno non è automatica ma richiede la presentazione di una domanda da parte degli interessati. Le modalità dell’inoltro della domanda variano in ragione della categoria alla quale appartiene il beneficiario: disoccupato, cassintegrato o avente diritto al Rei.

Per quanto riguarda i disoccupati, possono presentare la domanda nei seguenti modi:

  • in via telematica attraverso il sistema informativo unitario (Siu) del portale Anpal;
  • o rivolgendosi direttamente al centro per l’impiego competente.

Verificata la sussistenza dei requisiti, il beneficiario può scegliere l’ente accreditato ai servizi per il lavoro che gli erogherà l’assegno di ricollocazione.  A erogare il bonus sono in primis le Regioni, attraverso i propri Centri per l’impiego accreditati, nonché da altri enti accreditati. L’erogazione dell’assegno di ricollocazione sospende il patto di servizio sottoscritto dal disoccupato con il centro per l’impiego competente.

Per i cassintegrati, invece, è indispensabile aderire a un apposito percorso di formazione e ricollocazione. Mentre per i beneficiari di Rei, la procedura da seguire per ottenere l’assegno si sviluppa all’interno del progetto personalizzato che il nucleo familiare beneficiario deve seguire.

 

[1] Circolare n. 3/2018 Anpal.

Tratto da LLpT 30/03/2018

Chi tradisce il coniuge cosa rischia?

Coniuge infedele: l’addebito non comporta l’obbligo di pagare il mantenimento all’ex coniuge.

Chi tradisce cosa rischia? Se il marito dovesse scoprire che la moglie è stata infedele o la moglie riuscisse ad avere le prove dell’adulterio del marito, quali conseguenze subirebbe l’uno o l’altro? Il codice civile, è fatto noto, stabilisce che tra gli obblighi del matrimonio vi è quello della fedeltà, ma spesso si ignorano le conseguenze di tale illecito. E di fatti, girando su internet, abbiamo trovato titoli molto ingannevoli che possono generare confusione. Alcuni giornali online, poco pratici del diritto di famiglia, hanno infatti titolato «Chi tradisce paga gli alimenti» male interpretando il senso delle parole della Cassazione. In alcuni forum c’è chi si chiede se è vero che chi tradisce deve lasciare casa o che chi è tradito può mandare via di casa l’altro. E c’è anche chi teme che se il coniuge tradisce perde l’affidamento dei figli, cosa tutt’altro che vera o, peggio, perde la casa coniugale. Insomma, tanti luoghi comuni a cui bisogna dare subito una risposta chiara e semplice.

Cosa rischia chi tradisce?

Cosa rischia chi ha una relazione con l’amante e viene scoperto? Oltre a qualche piatto in faccia (cosa che peraltro darebbe diritto a sporgere querela per tentate lesioni) e a una richiesta di separazione, il coniuge che tradisce viene condannato dal giudice all’addebito. Che cos’è l’addebito? Non è innanzitutto una sanzione economica; non è una multa, né un reato. L’addebito è una sanzione civile consistente nella semplice dichiarazione di responsabilità per la fine del matrimonio. Questa dichiarazione ha solo due conseguenze, peraltro non sempre certe:

  • chi subisce l’addebito non può chiedere l’assegno di mantenimento o di divorzio all’ex coniuge, anche se il suo reddito è più basso o è disoccupato;
  • chi subisce l’addebito non può succedere (ossia diventare erede) dell’ex coniuge qualora questi muoia prima del divorzio (difatti, se dovesse morire dopo il divorzio, i diritti ereditari si perderebbero comunque, a prescindere dall’addebito).

Quindi non è vero che chi subisce l’addebito paga gli alimenti ma piuttosto non può chiederli qualora gli fossero spettati.

Se la moglie scopre che il marito, molto più ricco di lei, la tradisce, quest’ultimo è tenuto a pagarle il mantenimento non perché l’ha tradita ma perché il suo reddito è superiore.

Se il marito scopre che la moglie disoccupata ha l’amante non è tenuto a versarle l’assegno di mantenimento, visto che la colpa della fine del matrimonio è di quest’ultima.

Se il reddito del marito e quello della moglie di equivalgono e uno dei due è infedele all’altro, nessuno di loro avrà il diritto al mantenimento.

L’assegno di mantenimento e quello di divorzio infatti, non sono una sanzione per un comportamento colpevole ma sono solo una misura di assistenza a favore del coniuge più debole economicamente.

Non ha quindi molta importanza – se non da un punto di vista puramente morale – la dichiarazione di addebito a carico di chi, anche senza addebito, sarebbe comunque tenuto a pagare l’assegno di mantenimento. Può interessare solo a chi deve pagare il mantenimento se riesce a dimostrare che l’ex coniuge è stato infedele; in questo modo infatti può liberarsi da qualsiasi obbligo economico.

Quanto può constare essere infedeli?

Da quanto abbiamo detto possiamo ancora rispondere a un’altra ricorrente domanda: quanto può costare essere infedeli? Nulla a chi comunque sarebbe tenuto a versare il mantenimento con o senza addebito. Nulla anche in quelle situazioni in cui i due coniugi hanno lo stesso reddito.

Eccezionalmente l’infedeltà può comportare una condanna al risarcimento dei danni quando le modalità con cui si è consumato il tradimento sono state tali da arrecare una profonda ferita nel coniuge tradito. Per valutare l’ingiustizia del danno si valuta soprattutto l’offesa alla dignità e all’onore dell’altro coniuge. Non rileva cioè il fatto della relazione extraconiugale di per sé considerata; per configurare gli estremi del danno ingiusto rilevano invece gli aspetti esteriori dell’adulterio (magari particolarmente offensivi e oltraggiosi), come ad esempio il discredito determinato dall’adulterio sull’attività lavorativa del coniuge. Ad esempio, la Cassazione ha ritenuto che spetti il risarcimento del danno in caso di relazione extraconiugale del marito, ampiamente resa pubblica e quindi particolarmente frustrante e sofferta dalla moglie [1]. Un altro caso che può determinare il risarcimento del danno è quando, dopo la separazione, il marito si riconcilia con la moglie giurando fedeltà, senza però aver mai  interrotto il rapporto con l’amante [2]. Un’ultima ipotesi è quella di una relazione extraconiugale ostentata nei luoghi e nell’ambito sociale in cui si svolge la vita di relazione del coniuge tradito oppure nel caso di un coniuge che non faccia mistero di condurre l’amante nella casa coniugale costringendo l’altro a subirne la presenza [3].

Per quanto riguarda la misura del risarcimento del danno, questa varia a seconda delle prove offerte dal coniuge tradito in merito ai danni – evidentemente psicologici e alla vita di relazione – subìti. Di solito si tratta di qualche migliaio di euro.

Chi tradisce deve lasciare casa?

Anche questo è un luogo comune del tutto falso. La casa coniugale rimane al proprietario e, se di entrambi i coniugi, va divisa o, in alternativa, venduta (e il ricavato ripartito per quote uguali). Solo nell’ipotesi in cui la coppia abbia avuto figli, il giudice dispone la collocazione dei figli, insieme alla madre, all’interno della casa coniugale, in modo tale da farli crescere nello stesso ambiente domestico in cui erano prima della separazione e non provocare in loro traumi. L’assegnazione della casa infatti non è – al pari del mantenimento – una sanzione a carico di chi ha violato i doveri del matrimonio ma solo una misura assistenziale (in questo caso a favore dei figli e non della moglie).

La moglie tradita quindi non può sbattere fuori di casa il marito prima della sentenza di separazione. Paradossalmente, il marito tradito deve lasciare casa se il giudice riconosce alla moglie traditrice la collocazione dei figli e quindi l’assegnazione della casa familiare.

Chi tradisce perde l’affidamento dei figli?

Anche questo è un luogo comune. Non è affatto vero che chi tradisce non debba essere un buon padre o una madre. Le cose vanno invece in questo modo. Il giudice decide presso chi collocare i figli nell’interesse di questi ultimi. Di norma i figli in età scolare vengono affidati alla madre. Quindi è ben possibile che la moglie traditrice tenga casa e figli. Tuttavia l’affidamento è sempre congiunto: vuol dire che padre e madre mantengono stessi diritti e doveri sui minori, al di là di eventuali colpe relative alla fine del matrimonio. Dall’altro lato questo significa che l’ex moglie non può negare all’ex marito di vedere i figli solo perché lui l’ha tradita, e viceversa il marito non può rivendicare l’affidamento esclusivo dei figli solo perché la loro madre aveva l’amante.

note

[1] Cass. sent. n. 18853/2011

[2] Cass. sent. n. 19193/2015.

[3] Trib. Milano sent. del 22.11.2002.

Tratto dal LLpT – 26/03/2018

Il figlio adottato ha diritto di sapere chi sono i suoi fratelli biologici ?

Il figlio adottato ha diritto di sapere chi sono i suoi fratelli biologici

Ma spiega la Cassazione, il diniego di questi ultimi all’accesso alle informazioni richieste è impeditivo dell’esercizio di tale diritto

di Valeria Zeppilli – L’adottato, una volta superati i venticinque anni di età, ha diritto di accedere alle informazioni relative alla propria famiglia di originee ai propri genitori biologici; prima del raggiungimento di quell’età, invece, l’accesso è consentito solo in presenza di gravi e comprovati motivi attinenti alla sua salute psico-fisica.

Diritto all’identità personale

Per la Corte di cassazione, che con la sentenza numero 6963/2018 qui sotto allegata ha puntualmente ricostruito la normativa che prevede tale diritto, quest’ultimo deve essere considerato come un’espressione essenziale del diritto all’identità personale, posto che lo sviluppo adeguato della personalità individuale e relazionale di ogni individuo passa necessariamente attraverso la costruzione della propria identità esteriore e interiore, che può anche richiedere la conoscenza e l’accettazione della discendenza biologica e della rete parentale più prossima.

Notizie sui fratelli

La questione più importante affrontata dai giudici nella sentenza in commento, tuttavia, riguarda l’effettiva estensione di tale diritto.

Per la Corte, infatti, secondo un’interpretazione costituzionalmente e convenzionalmente orientata della norma che prevede il diritto di accesso dell’adottato alle informazioni sulla propria famiglia d’origine, non è possibile limitare quest’ultimo ai soli genitori biologici, ma è necessario estenderlo anche ai congiunti più stretti, come i fratelli e le sorelle, a prescindere dal fatto che l’articolo 28 della legge 184/1983 non li menzioni espressamente. In tal senso vanno, del resto, sia la natura del diritto, che la funzione di primario rilievo nella costruzione dell’identità personale assegnata alla scoperta della propria genealogia biologico-genetica.

Natura del diritto

Tuttavia, il diritto ad avere informazioni sulla propria famiglia d’origine è un diritto a carattere potestativo solo nei confronti dei genitori biologici (e fatta salva l’eccezione rappresentata dal caso in cui la madre abbia dichiarato alla nascita di non volere essere nominata).

Nei confronti dei fratelli e delle sorelle, invece, è imprescindibile procedere a un preventivo bilanciamento tra la posizione di chi intende conoscere le proprie origini e chi può soddisfare tale esigenza ma ha anche diritto a non voler rivelare la propria parentela biologica.

Di conseguenza, il diritto dell’adottato ad accedere alle informazioni concernenti le sorelle e i fratelli biologici adulti è possibile per i giudici solo “previo interpello di questi ultimi mediante procedimento giurisdizionale idoneo ad assicurare la massima riservatezza ed il massimo rispetto della dignità dei soggetti da interpellare, al fine di acquisirne il consenso all’accesso alle informazioni richieste o di constatarne il diniego, da ritenersi impeditivo dell’esercizio del diritto“.

Corte di cassazione testo sentenza numero 6963/2018 

Tratto da Studiocataldi.it

 

Il datore di lavoro deve provare l’andamento negativo della sua azienda se licenzia un dipendente?

Nel licenziamento individuale per giustificato motivo oggettivo il datore non deve provare l’andamento economico negativo dell’azienda

E’ legittimo il licenziamento individuale per giustificato motivo oggettivo nei casi in cui la riorganizzazione delle attività – dettata dall’esigenza di incrementare i profitti aziendali – determini la soppressione di una posizione lavorativa, senza che necessiti che il presupposto di un licenziamento per giustificato motivo oggettivo debba essere uno stato di crisi aziendale o una situazione di effettiva difficoltà economica aziendale.

L’andamento economico negativo dell’azienda non costituisce un presupposto fattuale che il datore di lavoro debba necessariamente provare, essendo sufficiente che le ragioni inerenti all’attività produttiva ed all’organizzazione del lavoro, comprese quelle dirette ad una migliore efficienza gestionale ovvero ad un incremento della redditività, determinino un effettivo mutamento dell’assetto organizzativo attraverso la soppressione di un’individuata posizione lavorativa».

Decisione: Sentenza n. 29238/2017 Cassazione Civile – Sez. Lavoro

Il caso

Un società partecipata da un gruppo internazionale riorganizzava le proprie attività e licenziava un lavoratore per soppressione del posto di lavoro a seguito della redistribuzione ad altri lavoratori dei compiti da lui svolti.

La Corte di Appello rilevava che la soppressione del posto di lavoro era stata effettiva e derivava dalla riorganizzazione aziendale, e confermava il licenziamento.

Il lavoratore propone ricorso per Cassazione, che lo rigetta.

La decisione

La Suprema Corte dapprima esamina i fatti: «La Corte di appello rilevava che la soppressione del posto era stata effettiva e non pretestuosa e derivava da una riorganizzazione aziendale confermata dalle risultanze istruttorie, che aveva portato a modificare la gestione delle escalations facendo confluire a livello internazionale quelle interne e quelle esterne ( che erano affidate al sig. F.) nella nuova funzione chiamata Incident Management, con notevoli risparmi di costi ed anche vantaggi organizzativi».

Richiama poi le risultanze istruttorie circa la possibilità di assegnare il lavoratore ad altri compiti: «era stato anche confermato l’impossibilità di un repechage in mansioni compatibili ed altresì che al lavoratore era stata offerta un’occasione lavorativa coerente con la professionalità acquisita . Secondo la Corte era onere del lavoratore dedurre le possibilità di repechage e cioè l’esistenza di posizioni equivalenti nelle quali poteva essere adibito ma tutte quelle indicate non erano affidabili in concreto al F. ( che non era un tecnico né aveva competenza commerciale) in quanto presupponevano esperienza e competenze non possedute da questi», e che «tutti i testi avevano confermato che dopo il recesso non erano state effettuate assunzioni nel settore ove era stato impiegato il ricorrente; le assunzioni indicate dal lavoratore si riferivano a divisioni che svolgevano attività ben diversa da quella di cui si occupava l’appellante e con diversi profili professionali ( pag. 11 della sentenza impugnata)».

Riassunti i fatti così come accertati dalle Corti di merito, affronta i nove motivi di ricorso del lavoratore, la maggior parte dei quali infondati perché tendenti, in realtà, a un riesame nel merito dei fatti e non al sindacato di legittimità demandato alla Corte di Cassazione.

Nell’esaminare il motivo col quale il lavoratore lamentava che le mansioni da lui svolte non erano state soppresse, ma solo ridistribuite tra altri lavoratori, la Suprema Corte richiama l’indirizzo affermato in una precedente decisione: «va ricordato che questa Corte ha affermato, secondo un indirizzo che si condivide e cui si intende dare continuità, che” il giustificato motivo oggettivo di licenziamento, ex art. 3 della I. n. 604 del 1966, è ravvisabile anche soltanto in una diversa ripartizione di determinate mansioni fra il personale in servizio, attuata a fini di una più economica ed efficiente gestione aziendale, nel senso che certe mansioni possono essere suddivise fra più lavoratori, ognuno dei quali se le vedrà aggiungere a quelle già espletate, con il risultato finale di far emergere come in esubero la posizione lavorativa di quel dipendente che vi era addetto in modo esclusivo o prevalente. In tale ultima evenienza il diritto del datore di lavoro di ripartire diversamente determinate mansioni fra più dipendenti non deve far perdere di vista la necessità di verificare il rapporto di congruità causale fra la scelta imprenditoriale e il licenziamento, sicché non basta che i compiti un tempo espletati dal lavoratore licenziato siano stati distribuiti ad altri, ma è necessario che tale riassetto sia all’origine del licenziamento anziché costituirne mero effetto di risulta” ( Cass. n. 19185/2016)».

Per il Collegio «in ogni caso l’operazione riorganizzativa con soppressione del posto e redistribuzione delle mansioni tra altri dipendenti è ritenuta legittima da parte di questa Corte, pur nel rispetto di limiti che nel caso di specie non sono stati valicati (non è- cioè- emerso che la redistribuzione non sia l’effetto della ristrutturazione ma ne sia in sostanza la causa)».

Affrontando un ulteriore motivo di ricorso, col quale si allega la falsa applicazione delle norme di diritto di cui all’art. 2119 cod. civ. e per violazione dell’obbligo di repechage, la Cassazione rileva che «.Nel motivo sembrerebbe porsi anche la diversa ed autonoma questione di diritto se presupposto di un licenziamento per giustificato motivo oggettivo debba essere uno stato di crisi aziendale o una situazione di effettiva difficoltà economica aziendale posto che il recesso deve essere considerato come una extrema ratio, che la giurisprudenza più recente di legittimità esclude, componendo una incertezza durata alcuni anni. Questa Corte con sentenza n. 25201/2016, che si condivide e cui si intende dare continuità, ha infatti affermato il principio secondo il quale “ai fini della legittimità del licenziamento individuale per giustificato motivo oggettivo, l’andamento economico negativo dell’azienda non costituisce un presupposto fattuale che il datore di lavoro debba necessariamente provare, essendo sufficiente che le ragioni inerenti all’attività produttiva ed all’organizzazione del lavoro, comprese quelle dirette ad una migliore efficienza gestionale ovvero ad un incremento della redditività, determinino un effettivo mutamento dell’assetto organizzativo attraverso la soppressione di un’individuata posizione lavorativa; ove, però, il recesso sia motivato dall’esigenza di far fronte a situazioni economiche sfavorevoli o a spese di carattere straordinario, ed in giudizio se ne accerti, in concreto, l’inesistenza, il licenziamento risulterà ingiustificato per la mancanza di veridicità e la pretestuosità della causale addotta”.»

Il ricorso viene infine rigettato.

Osservazioni

La Suprema Corte ha confermato l’orientamento che ritiene legittimo il licenziamento individuale per giustificato motivo oggettivo nei casi in cui la riorganizzazione delle attività – dettata dall’esigenza di incrementare i profitti aziendali – determini la soppressione di una posizione lavorativa.

Non è cioè necessario che il presupposto di un licenziamento per giustificato motivo oggettivo debba essere uno stato di crisi aziendale o una situazione di effettiva difficoltà economica aziendale.

E lo fa richiamando una precedente decisione che aveva affermato il principio che «ai fini della legittimità del licenziamento individuale per giustificato motivo oggettivo, l’andamento economico negativo dell’azienda non costituisce un presupposto fattuale che il datore di lavoro debba necessariamente provare, essendo sufficiente che le ragioni inerenti all’attività produttiva ed all’organizzazione del lavoro, comprese quelle dirette ad una migliore efficienza gestionale ovvero ad un incremento della redditività, determinino un effettivo mutamento dell’assetto organizzativo attraverso la soppressione di un’individuata posizione lavorativa».

Giurisprudenza rilevante.

  1. Cass. 19185/2016
  2. Cass. 25201/2016

Tratto da : Diritto.it